A che gioco stiamo giocando?

Inchiesta sulla Ludopatia in Italia – Prima parte

 

“Fui assalito da un desiderio spasmodico di rischiare; forse dopo aver provato così tante sensazioni, l’animo non si sente sazio ma eccitato da esse, ne chiede sempre più altre, sempre più intense, fino alla totale estenuazione”: sono parole di Dostoevskij, scritte nell’ormai lontanissimo 1866 e ancora tragicamente attuali.

Attuali al punto che all’interno del “Contratto per il Governo del Cambiamento” il Movimento 5 Stelle ha previsto una serie di interventi restrittivi riguardanti il gioco d’azzardo per contrastare il fenomeno della ludopatia (patologia legata al gioco): si parla di divieto assoluto di pubblicità e sponsorizzazioni, aumento della distanza minima dei punti di gioco dai luoghi sensibili come scuole e centri di aggregazione giovanile, obbligo all’utilizzo di una tessera personale per prevenire l’azzardo minorile; imposizione dei limiti di spesa; tracciatura dei flussi di denaro sospetti e altro ancora.

Gioco o non gioco?

E’ notizia di qualche mese fa quella del sacerdote di Spinea (Ve) indagato per appropriazione indebita in quanto ha usato i soldi della parrocchia per giocarseli al Casinò. Parliamo di una bella cifra: 500mila euro.

Il caso ha fatto scalpore perché si tratta di un sacerdote e i soldi erano quelli delle elemosine, destinati ai poveri della parrocchia; altrimenti sarebbe stata una delle mille storie di ludopatia che nel nostro Paese sono all’ordine del giorno e non fanno quasi più notizia.

Tutti abbiamo visto nei vari bar, tabaccherie, ecc. persone di qualsiasi età o ceto sociale con il naso alzato verso il monitor che dava le estrazioni del Lotto oppure abbiamo sentito il rumore delle slot machines costantemente in funzione.

Non c’è niente di male a giocare al Superenalotto, alzi la mano chi non ha mai fantasticato su quello che avrebbe comprato dopo una vincita milionaria o non ha mai acquistato un gratta e vinci.

Ben altro discorso è quando si parla di quello che sul sito del Ministero della salute è indicato come Disturbo da Gioco d’Azzardo, una patologia che rende incapaci di resistere all’impulso di giocare o fare scommesse in denaro: la “ludopatia” è un vero e proprio disturbo psichiatrico che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito tra i “disturbi delle abitudini e degli impulsi”.

La lingua inglese distingue due significati per la parola “gioco”: play, in cui spiccano la capacità e l’abilità del soggetto, e gambling, in cui prevalgono l’azzardo e il fine di lucro.

Come da letteratura internazionale esistono 3 tipi di giocatori:

Tipo 1: giocatori con normale struttura di personalità, condizionati nel comportamento, ossia contaminati solo dal gioco d’azzardo.

Tipo 2: giocatori emotivamente vulnerabili (con disagi precedenti, altre dipendenze, disturbi d’ansia, ecc.).

Tipo 3: giocatori impulsivi antisociali. Ogni giocatore problematico o patologico prima di ammalarsi era un giocatore sociale, occasionale o abituale, che giocava per puro divertimento. E quando cade nella dipendenza da azzardo ogni giocatore non ha più possibilità di scelta e controllo, e quindi di giocare in modo responsabile. La perdita di controllo caratterizza il disturbo.

Secondo alcune stime del Ministero della Salute, (che ha anche istituito un Osservatorio per il contrasto della diffusione del gioco d’azzardo e il fenomeno della dipendenza grave) più della metà degli italiani gioca: una percentuale compresa tra l’1,3% ed il 3,8% della popolazione rientra nel novero dei giocatori “problematici” e un’altra che varia tra lo 0,5% e il 3,2% rappresenta invece il gruppo dei cosiddetti giocatori “patologici”. “Una emergenza sociale in piena regola” così la definisce il Codacons “dipendenza patologica da gioco, malattia che porta i giocatori alla rovina, distruggendo affetti, attività economiche e intere famiglie”.

Per l’Associazione Movimento No Slot “l’azzardo è un’industria e un business che invece di creare valore lo brucia, lo consuma desertificando legami sociali e dissipando il risparmio. (…) Anche quello legale, offerto dallo Stato, va perciò chiamato con il suo nome che non è “gioco” e non è “abilità”. L’azzardo è azzardo, genera crescente povertà, sofferenza. Ed è, in modo sempre più manifesto, una questione di salute pubblica, di legalità e di malessere familiare e sociale”.

I numeri del gioco d’azzardo legale

Qualunque slot machine, ogni punto scommesse, tutte le possibilità di gioco on-line, ciascuna estrazione del Lotto, ecc., esistono perché autorizzate da una concessione pubblica. I fatturati e i profitti delle aziende concessionarie crescono in proporzione all’aumento di consumo di azzardo. E il dilagare dell’offerta di gioco lecito moltiplica le possibilità di cadere nella dipendenza patologica: la sfida alla fortuna può rappresentare per molti italiani, bersagliati da continui stimoli pubblicitari, una potenziale via d’uscita dalle loro difficoltà.

L’Italia è un Paese in preda al gioco, capace nel 2016 di generare una raccolta (giocate) di 96,1 miliardi di euro. Di questi 76,70 sono vincite dei giocatori e 19,5 miliardi di euro sono perdite così ripartite: 10,5 miliardi di euro di introiti fiscali per lo Stato e 9 miliardi di ricavi per le aziende concessionarie.

La panoramica dell’offerta di gioco legale comprende 92 concessionari autorizzati al gioco a distanza per un totale di quasi 300 (299) canali internet, 3 canali televisivi e 11 canali telefonici. 418mila sono le slot machine presenti sul territorio italiano: 3 per ogni bar, 1 ogni 143 abitanti.

Non c’è popolazione in Europa che dissipi in azzardo quanto quella italiana: lo 0,85% del PIL. Il doppio di quella francese (0,41) e più del doppio di quella tedesca (0,31).Un Paese che paga enormi costi sociali, economici e sanitari, stimati nel 2012 tra i 5-6 miliardi di euro. (Dati tratti dalla pubblicazione: Mettiamoci in gioco, I costi sociali dell’azzardo, 2012)

Una curiosità: il Comune italiano nel quale si spendono più soldi nel gioco d’azzardo è Caresanablot, in provincia di Vercelli. I suoi 1.133 abitanti nel 2016 sono riusciti a giocare 24.228 euro a testa (ipotizzando che a giocare siano stati solo i residenti nel paese), come rivela la classifica messa a punto dal sito di Gedi-Quotidiani. Significa oltre 27 milioni di euro spesi in totale e più di 75 mila euro ogni giorno.  

Probabilmente la spiegazione è semplice: in paese c’è una grande sala slot e giochi dal nome scontato di Las Vegas, e Caresanablot è attraversato da una statale che collega le provincie di Vercelli, Novara e Biella e quindi facilmente raggiungibile dai pendolari del gioco.

Caresanablot è un caso estremo, ma non unico. Ci sono nove Comuni italiani in cui si spendono più di 10 mila euro all’anno a testa nel gioco d’azzardo e di questi cinque sono in Lombardia e tre in Piemonte. Ad accomunare queste località è prima di tutto l’alta densità di apparecchi per il gioco: a Caresanablot che ne sono 65 ogni 1.000 abitanti e ad Andalo Valtellino, terzo per soldi spesi da ogni abitante, addirittura 85,5 ogni 1.000 persone.

In cima alla classica regionale c’è la Lombardia seguita da Lazio, Veneto ed Emilia Romagna.

Se in tutta Italia i soldi persi al gioco sono stati nel 2016 quasi 19 miliardi e mezzo (circa 320 euro per ogni italiano, dai neonati agli anziani), nei primi sei mesi del 2017 (ultimo dato disponibile) il trend sembra confermarsi: 9 miliardi e 400 milioni.

La cifra negli ultimi undici anni è costantemente cresciuta, con un aumento del 60% dal 2006 al 2016. Le perdite provocate dalle slot machine sono aumentate invece del 170%.

(Nella seconda parte l’indagine si occupa della pubblicità del gioco d’azzardo)

Ricerca e fonti a cura di Alessandra Colaiacovo 

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Gabriella Canova

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Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.

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