All you can eat (and abuse): Greenpeace svela cosa c’è dietro il sushi

Sfruttamento minorile, tratta di esseri umani, violenza e morti sospette.

L’indagine condotta per oltre un anno da Greenpeace e tristemente ribattezzata Misery at the Sea accende i riflettori su un modello di business praticato da uno dei colossi mondiali del mercato del pesce, che viola diritti umani, codici etici e norme ambientali. Con il tacito nullaosta delle istituzioni.

“Condotte per più di un anno, le nostre indagini mostrano che la catena di approvvigionamento della pesca di Taiwan è ancora viziata da violazioni dei diritti umani, nonostante il cambio di legge all’inizio del 2017 per proteggere i pescatori migranti sulle navi di Taiwan”, ha dichiarato Yi Chiao Lee, responsabile delle ricerche per Greenpeace nella zona dell’Est asiatico.

Taiwan è un anello cruciale nella catena del mercato del pesce su scala mondiale. Nonostante l’ammonimento emesso nel 2015 dall’Ue, fra i principali importatori di pesce proveniente dall’Oceano Pacifico, la pesca continua ad essere praticata con metodi illegali che sfidano i codici internazionali, e l’azione del Governo di Taiwan, a detta di Yi Chiao Lee, risulta tutt’ora insufficiente, specie in materia legislativa:

“Il Governo di Taiwan deve mettere in atto una legislazione che protegga i lavoratori e i diritti umani e ne garantisca la piena attuazione; e aziende come la Fcf Fishery devono rivedere urgentemente i loro modelli di business e mettere in atto mezzi per garantire che le violazioni dei diritti umani e i cattivi standard ambientali endemici di parti di questo settore siano effettivamente eliminati”.

In attesa del riesame che i funzionari dell’Ue formuleranno a settembre 2018, decidendo così se rievocare l’avvertimento oppure procedere con ulteriori provvedimenti nei confronti di Taiwan, l’attenzione ora è tutta rivolta a Fcf Fishery (Fong chun Formosa Fishery Company), l’azienda che un dettagliato dossier di Greenpeace metterebbe sotto scacco.

Lo scandalo del colosso del mercato ittico

Sfruttamento minorile, lavori forzati, maltrattamenti e abusi, queste le accuse a Fcf Fishery, che recentemente ha fatto parlare di sé per essersi spesa parecchio per migliorarsi sotto il profilo della responsabilità sociale d’impresa e ambientale, tanto da ricevere un premio. L’azienda, che esporta frutti di mare e sushi nei mercati giapponesi, europei e americani, con le sue oltre 30 filiali, basi di pesca e agenti di spedizione copre gran parte della flotta peschereccia internazionale di Taiwan.

A destare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni di vita dei lavoratori sui pescherecci è stata la morte sospetta di un pescatore indonesiano. Supriyanto, un lavoratore sano e giovane di età, è morto in agonia dopo avere lavorato  per 4 mesi a bordo della nave di Taiwan, la Fu tsz Chiun. Dalle immagini emerge che  l’uomo è stato picchiato e maltrattato, ciò nonostante non è stato preso alcun provvedimento dalle autorità giudiziarie. Ad aggravare le accuse è però un dato emerso dalle analisi satellitari.  La nave avrebbe proseguito con le ordinarie attività di pesca nei giorni successivi alla morte del lavoratore, ignorando le condizioni di deterioramento del cadavere e il rischio di contaminazione a danno della qualità e l’integrità della merce pescata.

Il sindacato locale che lotta per i diritti dei pescatori taiwanesi (Ylan Migrant Fisherman Union) e che ha collaborato nelle indagini sulla morte di Supriyanto, da tempo denuncia la negligenza delle istituzioni sulle attività dei pescherecci, a partire dai reclutamenti. Chi lavora a bordo delle navi di Taiwan che collaborano con le aziende responsabili della maggior parte del sushi che raggiunge le nostre tavole, è infatti spesso un migrante, minorenne, proveniente dal Sud-Est asiatico e reclutato da trafficanti di esseri umani.

Immediata la reazione del presidente della Fcf Fishery, Max Choud, che rimanda al mittente le accuse e precisa l’estraneità dell’azienda rispetto alle vicende – di cui quella riportata è soltanto la punta dell’iceberg – e si smarca da possibili corresponsabilità con il Governo di Taiwan, nonostante i legami e gli interessi commerciali  che li vedono legati.

“Ci rendiamo conto che, essendo uno dei maggiori fornitori mondiali di prodotti per la catena di fornitura integrata con più di 30 filiali, basi di pesca e agenti di spedizione in tutto il mondo, siamo un obiettivo primario per le organizzazioni che cercano di ottenere pubblicità”.

In attesa del verdetto di settembre, è difficile non pensare che, ancora una volta, e stavolta fuori dai confini europei, l’Europa sia chiamata a pronunciarsi sulla questione dei migranti, sia pure indirettamente. Se mai fosse necessario ribadirlo, il  fenomeno delle migrazioni è tutt’altro che prerogativa delle frontiere europee o messicane, e il modello delle multinazionali che sfrutta le risorse di un Paese e che spinge un individuo a migrare è il medesimo che lo raggiunge in quell’altrove, di nuovo, abusando della sua condizione di migrante, specie quando gli manca la terra sotto i piedi, letteralmente.

 

Commenta con Facebook
Stela Xhunga

Stela Xhunga

commenta