Ambiente: assassinati 207 attivisti nel solo 2017

Una lotta fino alla morte.

Quella di 207 persone, uomini e donne, nei soli 22 Paesi di tutto il mondo presi in esame dal report At What Cost. Una lotta per i loro diritti e per quelli dell’ambiente, la loro Terra fonte di vita e spesso sacra. Così riporta l’ultima analisi di Global Witness, ONG britannica nata nel 1993 e storicamente impegnata nella protezione dei diritti umani e ambientali. Il report, presentato martedì 24 luglio 2018, fa emergere una verità sconcertante, intimidatoria e troppo spesso infangata nella speranza che nessuno faccia più domande e soprattutto non si opponga più.

“L’omicidio è uno dei modi principali per mettere a tacere i difensori, oltre alle minacce di morte, arresti, violenze, rapimenti e aggressioni all’interno della legge”, afferma il rapporto.

In 22 Paesi di tutto il mondo sono stati 207 gli omicidi di attivisti, una media di 4 vittime alla settimana. Stima probabilmente inferiore ai dati reali, ma che vede il 2017 comunque come l’anno peggiore finora; erano infatti 200 le vittime recensite nel 2016, 185 nel 2015 e 116 nel 2014.

Il 60% delle morti sono registrate in America Latina, con in testa il Brasile, che vince l’amaro record di paese al mondo con maggior numero di omicidi (57) a sfondo ambientale.  A seguire, sempre a cifra doppia, troviamo Filippine (48) con il maggior numero di assassinii nella storia di un Paese asiatico, Colombia (24), Messico (15), Repubblica Democratica del Congo (13) e India (11). L’organizzazione riferisce che le vittime sono perlopiù autorità locali, attivisti e ambientalisti che cercano di proteggere le loro case e comunità dalle industrie distruttive, dal bracconaggio e dal depauperamento delle loro terre.

Attivisti ambientalisti uccisi nel 2017

Le industrie del settore agroindustriale sono tra i maggiori responsabili. Dimenticatevi le miniere, oggi è il settore agroindustriale quello che, giorno dopo giorno, sta diventando il più invadente e brutale nei confronti di popolazioni autoctone abbandonate dai governi locali e troppo deboli per una autodifesa efficace.

Dal titolo del rapporto la connessione è chiara: “A quale prezzo?”. Una domanda rivolta a noi consumatori che non ci interessiamo circa la provenienza dei prodotti offerti e non siamo più capaci di etiche rinunce, al costo di enormi sprechi e conseguenze disastrose anche in termini economici. (Vedi lo spreco di cibo in Italia).
Nonostante le alternative possibili di cui oggi disponiamo, continuiamo a ignorare che anche le nostre più semplici abitudini quotidiane possono avere conseguenze sulla vita (e Terra) di qualcun altro.

 “Si uccidono i militanti locali perché i governi e le aziende hanno a cuore il rapido profitto e non le vite umane. I reparti dei nostri supermercati sono riempiti di prodotti generati da questa carneficina. E ora le comunità, quelle che in modo coraggioso resistono ai funzionari corrotti, alle industrie distruttrici e alla devastazione dell’ambiente, sono brutalmente ridotte al silenzio”, ha denunciato Ben Leather, responsabile di Global Witness.

Il termine corretto è quello di land grabbing, che tradotto significa “accaparramento delle terre”.  Questo è quanto succede quando una larga porzione di terra considerata “inutilizzata” è venduta a terzi, aziende o governi di altri paesi, senza il consenso delle comunità che ci abitano o che la utilizzano per coltivare e produrre il loro cibo. E quindi abbiamo monocolture di olio di palma, distese di coltivazioni di ananas, campi di avocado… prodotti usati in cucina, ma anche per la bellezza. Sarebbe sufficiente una maggiore attenzione alle etichette per rendersi conto della dimensione globale del fenomeno, e più attenzione a tavola per dare il nostro contributo.

Che la violenza sia direttamente legata ai prodotti comprati dai consumatori è una delle denunce che il rapporto vuole evidenziare cercando di sensibilizzare su una condotta responsabile. Global Witness chiede: “Un’azione urgente per invertire la tendenza. Oggi, i governi e le imprese sono responsabili, ma possono decidere, al contrario, di trovare delle soluzioni. Devono affrontare le cause stesse di queste violenze, assicurandosi, per esempio, che le comunità abbiano il diritto di rifiutare dei progetti sulle loro terre, ma anche sostenendo e proteggendo i difensori minacciati e assicurando che sia resa giustizia a coloro che subiscono questa violenza».

 

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Claudia Faverio

Claudia Faverio

Collabora con People For Planet come social media manager e content analyst

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