Caccia, Lipu: “Mai d’accordo, neppure se finanzia la protezione dell’ambiente”

Cosa ne pensa la Lipu di sfruttare la caccia a favore dell’ambiente, regolando nel frattempo specie in sopranummero come i cinghiali?

La situazione caccia è complessa, e per questo, per tentare di sbrogliarla, abbiamo ascoltato più voci. Siamo partiti da un dato di fatto, in questa inchiesta a puntate: l’emergenza cinghiali (cresciuti a dismisura soprattutto in alcune regioni d’Italia) ha avuto un’enorme impatto negli ultimi anni, portando novità positive – la consequenziale crescita del loro predatore naturale, il lupo – e negative: gli ingenti danni all’agricoltura, che nella puntata precedente Confagricoltura ha valutato in svariati milioni l’anno, ma anche un non trascurabile problema sicurezza, soprattutto quando, d’estate, la siccità li spinge ovunque. Abbiamo capito che alla base del problema ci sono i cacciatori, che hanno anche illegalmente introdotto e foraggiato specie aliene di cinghiali, per poterli cacciare più agilmente (e con maggior profitto: un cinghiale vale alcune migliaia di euro e l’indotto, e il mercato “nero”, è ghiotto). Ma anche gli stessi agricoltori, che pigiano sull’acceleratore della protesta per chiedere una riduzione rilevante di tutte le specie selvatiche, contribuendo allo scontro. La categoria inoltre fa lobby e ha probabilmente in parte ragione, anche se non danno loro merito i casi di truffe allo Stato per aver gonfiato le pratiche, dichiarando danni inesistenti causati dai cinghiali.

Ma come si è arrivati all’attuale, e pare irrisolvibile, emergenza cinghiali?
Come abbiamo scoperto nel corso della nostra indagine, le cause sembrano diverse. Tutti d’accordo nel dire che la legge sulla caccia è vecchia e inadeguata, e soprattutto che è troppo spesso elusa. Servirebbero nuove regole e soprattutto molti più controlli, e dopo – finalmente – potremmo utilizzare la caccia, come già proficuamente avviene in altri Paesi europei, per raccogliere i soldi delle licenze e usarli a favore della conservazione?

Nel resto del mondo, anche negli Stati Uniti e in Canada, la caccia viene ammessa e regolata in modo che serva a razionalizzare il numero di esemplari di una specie in eccesso, mentre il prezzo delle licenze va a coprire i costi di gestione dei parchi, combatte il bracconaggio, finanzia progetti di reinserimento delle specie a rischio. Perché noi non riusciamo a farlo? Sembrerebbe esserci, nell’ambientalismo italiano, una chiusura ideologica verso questa possibilità: come già ci ha detto Isabella Pratesi del Wwf, non possono essere i cacciatori a risolvere un problema da loro creato (il sovrapopolamento di cinghiali).  Ma nessuno tra gli ambientalisti ascoltati, devo dire, ha proposto soluzione alternative.

Del resto, quale altro mezzo abbiamo per ridurre oggi il numero degli ungulati, dei cinghiali in special modo, che come ha messo in luce un esperto in conservazione nel corso della nostra inchiesta, desertificano il suolo e sono non solo un danno per l’economia, ma anche per la biodiversità?

Lo abbiamo chiesto al direttore generale della Lipu, Danilo Selvaggi.
“E’ bene puntualizzare che il problema ungulati riguarda solo una parte del mondo della caccia, una parte problematica. Noi, della caccia – per storia e tradizione e cultura – non siamo certamente innamorati. Per noi gli uccelli sono una meraviglia, compiono imprese meravigliose, migrano, attraversano i mari e devono combattere con già gravissimi problemi di carenza di habitat e inquinamento. Aggiungere i fucili non è bello. Poteva essere discutibile in passato, oggi no. Noi siamo culturalmente contrari”.

Anche per quanto riguarda il tema ungulati e cinghiali?

“Limiterei prima di tutto il discorso ai cinghiali, che sono il 70-80 % degli ungulati che fanno danni. Il problema è oggettivo e innegabile. Ma è altrettanto chiaro che difficilmente i cinghialai (i cacciatori dediti alla caccia al cinghiale, in contrapposizione con i migratoristi, che cacciano uccelli) abbiano un reale obiettivo di ridurre la densità dei cinghiali: il business che ci gira attorno è troppo florido. Come già ricordato, i cacciatori hanno portato l’attuale emergenza, e sono un parte in gioco troppo coinvolta per ammetterli a sanare il problema”

E quindi?

“Negli ultimi anni, almeno dal 2006, la normativa a favore della caccia al cinghiale e agli ungulati ha seguito un’evoluzione permissiva, sempre più permissiva. In Toscana la caccia al cinghiale è stata potenziata da decenni. Eppure fino a 3, 4 anni fa la caccia non funzionava e i cinghiali aumentavano. Negli ultimissimi anni, con la nuova legge toscana, sono stati probabilmente abbattuti 230mila cinghiali, eppure le denunce da parte degli agricoltori sono costantemente aumentate. Ci sono state evidenze di perizie gonfiate solo per avere rimborsi. Siamo di fronte a una malattia che, curata con l’aiuto dei cacciatori, si aggrava. Ed è logico perché c’è tutto l’interesse a lasciare alto il numero dei cinghiali. E’ un business: cacciano e vendono la carne, che vale anche 20 o 30 euro al chilo”.

Quindi siete in totale disaccordo con l’ipotesi di recuperare i soldi delle licenze di caccia a favore dell’ambiente?

“Sì, e non è una questione ideologica ma culturale. Il prelievo venatorio comporta la riduzione di un bene comune. I cacciatori pagano le licenze perché sfruttano un patrimonio collettivo. Questi soldi devono essere utilizzati per interventi ambientali, come è già previsto. Se questo non accade (come denunciano cacciatori e agricoltori) e le regioni incamerano i soldi per altri scopi, è un problema da risolvere”.

Ma se ci fosse maggiore vigilanza e migliori leggi, dareste l’ok alla caccia al cinghiale?

“No, non cambia la sostanza. L’attività venatoria non è una buona pratica di gestione dell’ambiente. Presenta troppi problemi, ambientali ed etici“.

Anche se significherebbe avere maggiori fondi per proteggere l’ambiente?

“La protezione dell’ambiente è un ambito dello Stato. Se servono fondi per proteggere una specie, ad esempio, lo Stato deve stanziarli senza bisogno di sfruttare gli introiti della caccia”.

Sembra un po’ ingenuo pensare che lo Stato debba stanziare fondi, quando i soldi non ci sono…

“La conservazione della biodiversità spetta allo Stato, che deve trovare i soldi per aiutare le specie in sofferenza”.

Ma lei crede ci sia un problema ideologico? Voglio dire: l’ambientalismo vede il cacciatore come un male peggiore di chi consuma carne comprata dalla grande distribuzione. Eppure, in fondo, cacciare specie in soprannumero è un modo per avere carne molto più sostenibile rispetto a comprare carne proveniente da allevamenti intensivi.

“La carne della grande distribuzione è un grave problema in termini di deforestazione, consumo di acqua e suolo, emissioni di gas serra. Il consumo va ridotto. Ma noi crediamo che ancora oggi chi compra è inconsapevole del problema che alimenta. Le persone dovrebbero porsi il problema e informarsi. Quanto al mondo della caccia, in gran parte i cacciatori non cacciano per mangiare: lo fanno per passione, per amore delle armi e per tradizione”.

Che i cacciatori mangino la carne che cacciano, che la mangi la loro famiglia, o che la vendano, sembra comunque a tutti gli effetti e paradossalmente un modo più “ambientalista” di vivere rispetto a chi compra dai supermercati. D’altra parte, non è affatto detto che chi mangia la carne della grande distribuzione ignori la propria impronta, vista la sensibilità mostrata dalla stampa sul tema negli ultimi anni, ma più probabilmente che semplicemente se ne freghi.

Sembra la solita battaglia che divide l’Italia in fazioni: guelfi e ghibellini, vegani e carnivori, ambientalisti e cacciatori. Nessuna possibilità di dialogo, nessuna risposta ai problemi.

 

INDICE INCHIESTA CACCIA

Emergenza cinghiali: aprire la caccia o non aprire la caccia?

Incontriamo un cacciatore

Incontriamo un’associazione ambientalista, il WWF

Incontriamo un esperto di conservazione

Incontriamo l’ambientalista-cacciatore

Caccia, agricoltori: “Diventiamo bracconieri per necessità!“

Caccia, Lipu: “Mai d’accordo, neppure se finanzia la protezione dell’ambiente”

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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