Canapa light, ecco come è nato il fenomeno dell’erba che non “sballa”

Canapa light, ecco come è nato il fenomeno dell’erba che non “sballa”

Dalla legge 242 del 2016 al fenomeno Easy Joint, passando per il codice di autoregolamentazione degli agricoltori: tutto quello che c’è da sapere sulla cannabis legale

“Articolo da collezione”. Oppure, nella versione più estesa, “prodotto destinato esclusivamente a uso tecnico e collezionistico, ad attività didattiche, dimostrative e di ricerca”. E’ con queste definizioni che attualmente vengono vendute nelle tabaccherie e nei negozi di sigarette elettroniche, ma anche nei diversi distributori automatici aperti h24 e nei molti negozi specializzati in prodotti a base di cannabis (i grow shop) che stanno aprendo in tutto il Paese, le confezioni di canapa prodotta secondo la legge 242/2016, definita “light” per il ridotto contenuto di tetraidrocannabinolo (Thc), il principio psicoattivo responsabile del noto effetto “sballo”, che non deve essere superiore allo 0,6% (percentuale che nelle più potenti erbe illegali può arrivare a superare il 20%).

Prodotto “non stupefacente”

Nelle etichette delle confezioni si pone particolare attenzione nello specificare la percentuale di Thc presente e la produzione secondo i termini di legge: “Thc <0,6% prodotto legale nel rispetto della legge 242/2016 che ne permette la coltivazione e la trasformazione destinato esclusivamente a uso tecnico, collezionistico, ad attività didattiche, dimostrative e di ricerca”. In quelle più zelanti si precisa che il prodotto non è “sottoposto alla normativa prevista dal DPR/309/90” (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti, ndr), mentre in altre si trova scritto, semplicemente, “prodotto non stupefacente”.

Non è un prodotto da combustione, eppure…

Le etichette poi continuano con altre informazioni: “Non è un prodotto alimentare, né medicinale, né farmaceutico. Non è un prodotto da combustione. Non ingerire, non inalare”. Particolarmente interessante la precisazione, presente su alcune confezioni, di “non separare il prodotto dalla confezione originale”. Come dire: l’articolo è legalmente vendibile e acquistabile, ma non deve essere aperto. Infine, a propria massima tutela, alcuni produttori declinano ogni responsabilità in caso di utilizzo diverso da quello consentito per legge. Eppure, stando a quanto raccontano i venditori di questi particolari “articoli da collezione”, l’uso principale che viene fatto della canapa light è proprio l’uso cosiddetto “ricreativo” – ovvero il consumo che se ne fa fumandola, e quindi mediante combustione – pur non essendo previsto dalla legge. Una canapa legale che grazie al basso contenuto in Thc non fa “sballare”, e che per via della presenza di un’altra sostanza, il cannabidiolo (o Cbd), induce uno stato di rilassamento.

Quanto costa?

I pacchetti vengono venduti in diverse grammature: ce ne sono da 1, 2, 5 o 10 grammi. Il costo varia da 7 euro a 12 euro al grammo circa. Il prezzo varia in base alla qualità del prodotto (ad esempio, con o senza semi all’interno, che quando bruciano scoppiettano) e alla grandezza della confezione (a parità di  prodotto la confezione più grande costa leggermente meno). La vendita è vietata ai minori di 18 anni.

Il cliente tipo

I commercianti che ormai da diversi mesi vendono la canapa light come “articolo da collezione” spiegano che il cliente tipo non è il giovane appena maggiorenne, come ci si potrebbe aspettare, ma adulti di età compresa tra i 30 e i 40 anni, anche professionisti in carriera e madri e padri di famiglia. In diversi casi gli acquirenti sono persone che in passato avevano fatto uso di cannabis illegale, magari in modo saltuario, e che ora “ripiegano” su quella legale. Quanto alle vendite, alcuni tabaccai hanno segnalato il discreto successo di vendita tramite i distributori automatici: sembra quindi che poter acquistare un articolo – per quanto legale – come la canapa light senza doversi interfacciare con il venditore risulti una strategia vincente.

La legge 242/2016

La possibilità di vendere legalmente in Italia la canapa con bassi livelli di Thc trova il proprio fondamento nella legge del 2 dicembre 2016, n. 242, “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa“. Il testo normativo stabilisce gli ambiti di applicazione, finalità e usi consentiti relativamente alla coltivazione di questa pianta “e il suo obiettivo non è rendere legale la canapa da fumo, bensì promuovere e far ripartire tutta la filiera di produzione della canapa in Italia”, spiega Giacomo Bulleri, avvocato esperto in materia di canapa industriale e terapeutica. All’articolo 1 della legge si legge infatti: “La presente legge reca norme per il sostegno e la promozione della coltivazione e della filiera della canapa (Cannabis sativa), quale coltura in grado di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversità, nonché come coltura da impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione”.

Finalità della coltivazione

Dalle coltivazioni delle piante di canapa – le cui varietà devono essere iscritte nel catalogo delle specie approvato a livello europeo – la legge precisa che è possibile ottenere diversi prodotti tra cui alimenti e cosmetici (prodotti nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori), semilavorati di canapa (tra cui fibra, oli e carburanti); materiale organico destinato alla concimazione dei terreni, a lavori di bioingegneria o di bioedilizia; coltivazioni dedicate alle attività didattiche, dimostrative e di ricerca; coltivazioni destinate al florovivaismo. Delle infiorescenze non si parla esplicitamente, e nessun riferimento viene fatto relativamente all’impiego “ricreativo” della canapa legale venduta in questi particolari “articoli da collezione”.

Non aprite quel pacchetto!

La confezione contenente canapa a basso contenuto di Thc è quindi legalmente vendibile e acquistabile, “ma si pone la questione dell’utilizzo effettivo che ne viene fatto da parte di chi la compra. Teoricamente, in caso di controllo da parte delle forze dell’ordine, qualora la confezione venisse trovata aperta si potrebbe incorrere in accertamenti perché con un semplice controllo ‘a vista’ la canapa a basso contenuto di Thc non può essere distinta dalla cannabis stupefacente“, spiega Bulleri. “Ovviamente, una volta effettuate le analisi, i bassi livelli di principio attivo in essa contenuti determinano l’archiviazione dell’ipotesi di reato: la ormai consolidata giurisprudenza penale, infatti, ha ritenuto che valori inferiori allo 0,5% non producano alcun effetto psicotropo e, conseguentemente, alcuna rilevanza penale legata al possesso di questo prodotto”.

Un vuoto legislativo

In campo normativo capita che le leggi ‘giovani’ abbiano bisogno di tempo per essere perfezionate. E il caso della legge 242/2016 è uno di questi. “Partendo dal fatto che si tratta di una legge di promozione e sostegno di una filiera produttiva volta a favorire il consumo finale dei prodotti a base di canapa in diversi settori dell’industria e dell’artigianato, questa normativa, per affermazione dello stesso ministero per le Politiche agricole, alimentari e forestali, presentava sin dall’inizio alcune zone grigie“. Sono state proprio alcune di queste “zone grigie” a dare il fondamento ad alcune interpretazioni della legge che hanno consentito il dilagare della vendita della canapa light come “articolo da collezione”: “Dal momento che ciò che non è espressamente escluso dal testo normativo è da ritenersi lecito, abbiamo assistito allo sviluppo della libera iniziativa economica da parte di molte aziende del settore sul fondamento di alcune interpretazioni giuridiche”.

 Il fenomeno “Easy Joint”

A maggio dello scorso anno la prima azienda a incunearsi in questa legge “da interpretare” e ad aprire la strada al commercio della canapa legale in Italia come “articolo da collezione” è stata Easy Joint. Un vero e proprio fenomeno sulla scia del quale sono nate oltre 1000 aziende, tra agricole e commerciali, con lo stesso scopo. “Gli operatori del settore”, afferma Bulleri, “avevano manifestato l’esigenza di una maggiore regolamentazione già nello scorso febbraio. E le istituzioni sembrano aver raccolto l’appello, come dimostrato dalla circolare del 22 maggio scorso ‘Chiarimenti sull’applicazione della legge 2 dicembre 2016, n. 242’ emanata dal Mipaaf, il ministero per le Politiche agricole, alimentari e forestali, con cui sono state rese espressamente lecite le infiorescenze in quanto rientrano nell’ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo, mentre la legge 242/2016 non era stata chiara riguardo questo argomento”.

Le infiorescenze

I fiori della canapa, quindi, possono essere prodotti e commerciati in modo lecito purché, ovviamente, rispettino i termini di legge – ovvero le varietà di canapa da cui provengono devono essere certificate a livello europeo e i livelli di Thc non devono superare le percentuali di legge – e non presentino sostanze dannose alla salute (per saperne di più leggi qui).

Il codice di autoregolamentazione

Un segnale della crescita dell’interesse legato alla coltivazione delle infiorescenze della canapa è il lavoro che le associazioni di categoria – Confederazione italiana agricoltori (Cia), Confagricoltura e Federcanapa – stanno facendo per arrivare a un codice di autoregolamentazione contenente le norme di buone prassi agricole che riguardano tutte le fasi della produzione della canapa (dalla semina alla raccolta, passando per i metodi di confezionamento, conservazione e stoccaggio). “L’obiettivo – spiega Bulleri, che coordina il tavolo di lavoro – è ottenere un prodotto certificato e di qualità a tutela della tracciabilità del prodotto e del consumatore”. Il progetto, presentato a Bologna lo scorso 19 maggio, è contenuto nel documento dal titolo “Disciplinare di produzione di infiorescenze di canapa sativa” che verrà pubblicato entro la fine di agosto 2018.

I limiti di Thc: una questione complessa

Per quanto riguarda il limite dei livelli di Thc nella canapa legale, secondo la legge 242/2016 deve essere inferiore allo 0,2% (come da regolamento europeo), con una tolleranza fino allo 0,6% a tutela degli agricoltori (in caso venga accertato che il contenuto di Thc sia superiore allo 0,6% l’autorità giudiziaria può disporre il sequestro o la distruzione delle coltivazioni). Dello stesso avviso è la circolare del 22 maggio emanata dal Mipaaf per quanto riguarda le piante di canapa coltivate in Italia, mentre per quanto concerne le piante di canapa importate (che devono sempre provenire dall’elenco di varietà riconosciute a livello europeo) il limite non deve superare lo 0,2%. Per quanto riguarda gli effetti psicoattivi del Thc, però, una sentenza della Cassazione ha fissato il valore massimo affinché la canapa non sia considerata stupefacente allo 0,5% (percentuale differente, seppur di poco, dallo 0,6% stabilito dalla legge 242/2016). “Un altro punto su cui in futuro – conclude Bulleri – si dovrà fare chiarezza”.

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Miriam Cesta

Miriam Cesta

Giornalista professionista, collabora con diverse testate dedicate al mondo della salute, della medicina e del benessere.

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