Chi è pronto a sparare al lupo?

Trento e Bolzano sfruttano la paura del lupo a scopo elettorale: la proposta – già approvata – di aprire il fuoco fuori dalle regole nazionali e comunitarie non è applicabile ma fa comunque “politica”

“Scappa Cappuccetto, scappa Cappuccetto…io non ho paura e il cacciatore sparerà!”
Quando mio figlio canta questa canzoncina di ritorno dal nido, in genere non mi arrabbio: come diceva Marta Graham, bisogna conoscere la danza classica, prima di sfidarla e superarla con la danza contemporanea. Tuttavia devo sbagliarmi, ed è forse davvero troppo nascosta negli anfratti della nostra coscienza la paura di questo grande predatore: ancora una volta, su questa paura giocano – e vincono – le lobby della politica facile, degli allevatori, degli albergatori. E il gioco sembra arrivato a un punto di svolta: i consigli provinciali di Trento e Bolzano stanno per approvare il disegno di legge proposto e già approvato nelle rispettive giunte, e il Piemonte ha già alzato la voce per fare lo stesso: sparare a lupo e orso anche solo per proteggere le colture dalla loro presenza. Sarà una valanga e cancellerà in pochi mesi quello che faticosamente si è costruito in 40 anni? Cioè un progetto di reinserimento di successo che, per una volta, fa vanto all’Italia rispetto al resto del mondo?

Fortunatamente, sembra di no. “Una regione o una provincia non possono autonomamente decidere di aprire la caccia o modificarne le regole – mi spiega Luigi Boitani, il maggior esperto di reintroduzione di lupi nel nostro Paese -. Queste sono cosette elettorali: dato che andranno al voto a ottobre, i politici locali alzano la voce su temi più “sentiti” dall’elettorato. Ma certamente una leggina locale non può superare la legge europea, la direttiva Habitat. C’hanno provato più volte anche altre regioni, l’Abruzzo per esempio, tanti anni fa, per poi scoprire che non era fattibile. Quindi, anche se il governo italiano ammettesse quanto chiedono Trento e Bolzano, la cosa, resterebbe quello che è: impossibile”.

La legge europea infatti da 25 anni regola le azioni di conservazione in Europa, e grazie ad essa sono state create 2.500 aree protette in Italia. “Se un animale selvatico attacca una persona, da sempre, si può sparare. Se fa danni alle colture o agli allevamenti si può sparare comunque, ma solo se si rispettano precise regole, abbastanza stringenti e difficili da riassumere”. Basti sapere che si sta facendo tanto rumore per nulla, seguendo il principio che l’importante è sollevare confusione, almeno in politica.

Eppure il testo votato da Trento e Bolzano ha già sollecitato – come detto – l’interesse di Confagricoltura Cuneo, che ha già chiesto di ottenere la stessa cosa, cioè niente.

Nel corso delle audizioni della giunta della Provincia autonoma di Trento ha parlato anche lo stesso Boitani, in qualità di esperto di lupo del Centro Grandi Carnivori dell’Ente di gestione delle aree protette delle Alpi Marittime e della Regione Piemonte. Boitani si occupa di lupo da 40 anni, “dal primo decreto dell’allora ministro Marcora del ‘71. Ho seguito l’espansione del lupo su tutto l’Appennino, l’avvistamento sulle Alpi nel ‘92 e la più recente espansione nell’arco alpino: e ogni volta che il lupo arriva in un posto nuovo rivedo la stessa storia”. Lo sbandamento dell’opinione pubblica, di chi fa pastorizia, della gente comune. Si tratta, ha spiegato, di costruire due barriere nei confronti dei problemi principali: “una verso l’opinione pubblica, ovvero fare informazione e distruggere tutte le informazioni false ‘alla Cappuccetto Rosso’: dal 1700 ad oggi, infatti, non si conta neppure un attacco provato del lupo all’uomo, tranne alcuni rarissimi casi che non fanno certo testo, in Alaska“.
“Il lupo attraversa tutte le notti i paesi nell’Italia centrale, abbiamo 100 lupi nel parco d’Abruzzo, un branco che ha la tana sulla rete dell’aeroporto di Fiumicino, ma nessuno è allarmato perché in realtà non è mai successo nulla. Quindi tutta questa paura è assolutamente infondata”.

L’altra barriera sono i reali danni alla pastorizia. “Il suggerimento alle amministrazioni è quello di fare due conti sull’importanza e sulla realtà del danno nella consapevolezza che la prevenzione è la misura migliore. Certamente è un lavoro in più per il pastore e il compromesso va trovato. Il lupo è una specie con dinamiche di popolazione che lo possono far crescere anche del 30% all’anno, ma si sposta su grandi territori. Al secondo anno d’età il lupo lascia la famiglia e si sposta anche di 1000-1500 km. Questo significa che gestire il lupo e trovare un serio compromesso non lo si può fare a scala di Provincia o di Regione, in questo caso va fatto in un’ottica di arco alpino, sostenendo la possibilità di qualche rimozione chirurgica dove dovesse servire. Al di fuori di quest’ottica, siamo fuori dalla direttiva Habitat”, ha concluso.

Anche a noi, anche alla luce della nostra inchiesta sulla caccia, e sulle opportunità che contiene e che potremmo sfruttare in positivo, ampiamente spiegate qui, pare che l’irrazionalità emotiva che ricopre la questione caccia e grandi predatori possa eludersi solo impegnandosi a conoscere la situazione reale. A proposito, cosa ne pensa Boitani dell’attuale emergenza cinghiali e ungulati? Si può pensare di affrontarla con l’aiuto dei cacciatori, oppure, come sostengono le associazioni ambientaliste, bisogna far fare tutto a Madre Natura?

“I cinghiali sono animali opportunisti, mangiano di tutto e vanno dove trovano cibo. Sulla Cassia, a Roma, che ne è piena, fino in Vaticano, tutti si lamentano e poi trovi le vecchiette che gli danno da mangiare. Così a Genova, e ovunque (vedi gallery). Detto questo, è chiaro che se continua a esserci spazzatura non raccolta in strada, i cinghiali arrivano. In ambiente selvatico si può e si deve intervenire aumentando le quote di caccia. In città vanno tolti con le trappole e poi tenuti a bada nel loro ambiente. In Italia, un paese così densamente abitato, l’unico modo per risolvere il problema è chiaramente la caccia, come già si fa anche nei parchi nazionali: l’anno scorso la Toscana ne ha tolti mille dai suoi, con abbattimenti da parte delle guardie e personale selezionato. Siamo 60milioni di persone: se vogliamo la coesistenza non possiamo riempire l’Italia di predatori…”.

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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