Cristianesimo a targhe alterne, dal Vangelo secondo Matteo Salvini

“Come disse Benedetto Croce, non possiamo non dirci cristiani” (ma a giorni alterni). Parole di Papa Francesco? Macché. La religione sta in bocca solo ai politici.

La campagna elettorale di Matteo Salvini, specie nell’ultima sua fase, si è giocata tutta sul fattore “Cristianesimo” come collante sociale in previsione di quello che giurava sarebbe stato «un governo buono».

Memorabile la manifestazione di chiusura della campagna elettorale svoltasi in Piazza Duomo lo scorso febbraio, dove ringraziò la Madonnina e proclamò, Costituzione in una mano e Vangelo nell’altra: «Mi impegno e giuro di essere fedele al mio popolo, a 60 milioni di italiani, di servirlo con onestà e coraggio, giuro di applicare davvero la Costituzione italiana, da molti ignorata, e giuro di farlo rispettando gli insegnamenti contenuti in questo sacro Vangelo. Io lo giuro, giurate insieme a me? Grazie, andiamo a governare e a riprenderci questo Paese».

La “sacra ampolla” con l’acqua del Po ai piedi di Monviso d’un colpo è stata sostituita dal rosario regalatogli da un don e fatto da una “donna che lavora in strada”. Una delle tante che lavorano in strada e a cui Salvini si appella quando gli si chiede una dichiarazione puntuale a proposito della legalizzazione della cannabis, perché loro, a differenza della cannabis gestita dal mercato criminale, «non fanno male a nessuno».

Il comizio, tutt’altro che incidentale o folkloristico, sembrava la rivisitazione di Carlo Magno che sfila il compito a Papa Leone III di incoronarlo e si incorona da sé. Era la notte di Natale del 800 d.C. e probabilmente qualcuno storse il naso come l’Arcivescovo Mario Delpini. Ci piace immaginare anche un Mario Adinolfi ante litteram a tuonare dal pulpito del suo proto-Facebook di “leggerlo, il Vangelo, prima di giurarci sopra”.

Perché il dubbio è legittimo: esattamente, quale Vangelo ha letto Salvini?

“Con noi gli ultimi saranno i primi”

Un comizio iniziato con i migliori auspici e sotto un sole addirittura in grado di scacciare le nubi del mattino. «Qualcuno in alto ci sta dando una mano» è stato il commento iniziale dell’allora candidato Salvini, oggi Ministro, che ha poi chiuso citando il verso «con noi gli ultimi saranno i primi».

Chi sono gli ultimi? I poveri, i disoccupati, gli emarginati. A nessuno piace essere povero, come a nessuno piace l’idea che il capitalismo propugna come fatalmente inevitabile, secondo la quale debba esistere una “povertà necessaria” al sistema e a danno di alcuni perché il sistema funzioni per tutti. Giustissimo, abbondiamo: sacrosanto aiutare gli ultimi.

L’abiezione è rivendicarsi cristiani a giorni alterni, come targhe di automobili

Cristiani di fronte al velo di una donna islamica o dopo un attacco terroristico, laici di fronte a chi sfugge da miseria e persecuzioni. Giustizialisti (senza la benché minima prova giudiziaria) con le ONG che praticano l’insegnamento evangelico di aiutare il prossimo, seguaci della Sacra Rota di fronte alle unioni omosessuali. Se da un canto il cristianesimo assiste al graduale svuotamento delle sue messe domenicali, dall’altro, su un piano mediatico, sta pericolosamente dando il fianco a operazioni di polarizzazione identitaria, come non succedeva da secoli. Un tempo era la Chiesa a strumentalizzare la politica, ora succede il contrario.

Ogni società si definisce per ciò che esclude

Al di là del parziale riformismo avviato da Papa Francesco, la Chiesa si sta mostrando incapace di accogliere il cambiamento del suo gregge, che nel frattempo sembra uscito da Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola.

Di fronte alla modificazione dei suoi fedeli – sempre meno cristiani eppure sempre più convinti di esserlo – la Chiesa rimane rigida, formale, incapace di arginare la guerra fra poveri scoppiata dalla crisi economica degli ultimi anni e rinfocolata dai leader populisti. A livello di comunicazione pastorale e mediatica, fatta eccezione della straordinaria risonanza di Papa Francesco, e in un orizzonte sociale sempre più precario e piegato al cambiamento, la Chiesa fatica a uscire dalle sue chiusure, le sue ipertrofie, le sue burocrazie.

Ma le vie del Signore sono infinite. Attendiamo dunque pastori, non tweet, che siano capaci di spiegare al gregge che tra l’italiano disoccupato e il migrante che raccoglie ortaggi a 2 euro all’ora non c’è alcuna differenza: sono entrambi ultimi. E che agli ultimi posti, se non altro, c’è spazio per tutti.

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Stela Xhunga

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