Dalla follia dell’energia dal cibo alla rivoluzione del “biogas-fatto-bene”

In Italia esiste un’eccellenza che si pone come reale alternativa all’agricoltura “tradizionale” della nostra era industriale, che garantisce prezzi bassi nei paesi sviluppati, ma a costi ambientali enormi, e che distrugge le economie agricole dei paesi poveri.

Nei primi anni 2000 la presidenza di George W. Bush ha assecondato la folle tendenza spontanea del mercato agroindustriale americano verso il bioetanolo (alcool) da mais e cereali, resa conveniente dal prezzo del petrolio sopra i 130 $/barile. La grande richiesta di mais per produrre alcool da aggiungere alla benzina, o per sostituirla, ha causato un forte aumento del prezzo del granturco, che ha affamato i poveri del Centro e Sud America, privandoli delle tortillas e di altri prodotti essenziali nella loro tradizionale alimentazione. Ma non è stata una decisione politica a mandare fuori mercato l’alcool derivato dal mais e dai cereali in Nord America, bensì lo sviluppo del fracking (che è la fatturazione idraulica di rocce bituminose per estrarre metano e petrolio).

Anche in Italia il granturco e altri cereali sono stati sottratti al mercato agricolo per essere destinati alla produzione di elettricità da biogas: ciò è avvenuto durante la parte finale della corsa agli incentivi alle fonti rinnovabili erogati dal GSE, iniziata alla fine degli anni 2000, che aveva già creato una grave “bolla speculativa” con il dilagare degli impianti fotovoltaici su suolo agricolo.

foto dal sito https://www.gse.it/

Tuttavia la viva preoccupazione iniziale e poi la lungimiranza e l’approccio multidisciplinare del Consorzio Italiano Biogas (CIB) hanno creato le condizioni per invertire questa situazione iniziale e hanno creato un’eccellenza italiana che sicuramente riuscirà ad affermarsi sempre più come reale alternativa all’agricoltura “tradizionale” della nostra era industriale, che garantisce prezzi bassi nei paesi sviluppati, ma a costi ambientali enormi, e che distrugge le economie agricole dei paesi poveri.

foto dal sito https://www.consorziobiogas.it/

Nel 2017 il Consorzio Italiano Biogas ha festeggiato i primi dieci anni di attività, avviata con l’indirizzo degli incentivi del GSE (Il Gestore dei Servizi Elettrici) verso il riciclo energetico di enormi quantità di liquami o scarti vegetali da smaltire, facendo decollare con grande successo la loro “digestione anerobica”, specie nelle aree padane con grandi allevamenti intensivi, e creando una originale economia circolare di grande successo.

Il biogas si produce con una prima fase di compostaggio dei residui vegetali o animali e poi con la loro fermentazione in un ambiente chiuso, in cui l’assenza di ossigeno favorisce un grande sviluppo di quei batteri che vivono bene solo senza aria e che si chiamano perciò “anaerobi”. I batteri anaerobi si sono specializzati in natura soprattutto a “digerire” i residui vegetali o animali. Questa loro digestione produce un gas composto principalmente di metano e di anidride carbonica, mentre il residuo della loro digestione, chiamato “digestato”, è un ottimo fertilizzante agricolo, che “nutre” anche il suolo agricolo, oltre a nutrire le piante, che è invece l’unica funzione svolta dai concimi “chimici”, cioè granuli prodotti dalle industrie chimiche, tramite la sintesi chimica di gas estratti dall’aria o di minerali estratti dalle miniere.

Come dicevamo, il digestato nutre invece anche il suolo agricolo, perché lo aiuta a sviluppare, nel punto di contatto tra la terra e il cielo, uno strato di materia organica scura e ricca di vita, chiamata “humus”. Lo sviluppo dell’humus consente al suolo agricolo di dare migliore ospitalità ai lombrichi e a tanti altri animali utili, e di moltiplicare i microscopici organismi viventi che contribuiscono a rendere disponibili alle piante coltivate le sostanze nutrienti, già presenti nel suolo stesso. Negli anni, poi, l’humus consente soprattutto al suolo agricolo di aumentare la sua “ritenzione idrica”, cioè la sua capacità di trattenere l’acqua piovana e di metterla a disposizione delle piante coltivate nelle settimane (e in certi casi anche nei mesi) successivi.

foto dal sito https://www.consorziobiogas.it/

Il biogas può essere utilizzato per alimentare un generatore elettrico installato nell’impianto dove il biogas viene prodotto, o può anche essere purificato, dall’anidride carbonica e da altri componenti (ad esempio lo zolfo), negli impianti di produzione di biometano, che è un biogas purificato fino ad avere le caratteristiche necessarie per essere utilizzato per rifornire le auto a metano, o per essere immesso nella rete nazionale di distribuzione del metano di origine fossile.

Per superare il problema iniziale della competizione con la produzione agricola alimentare da parte degli impianti di produzione di elettricità da biogas o di biometano, è stata fondamentale l’instancabile attività “maieutica” del  CIB, cioè di “l’arte di far nascere” competenze, conoscenze e propensione alla sostenibilità negli agricoltori, negli investitori, nei ricercatori, nei comunicatori e negli addetti di tutta la filiera del biogas e del biometano, ma anche nei legislatori e nei decisori locali.

Già nel 2011 il CIB, con i suoi partner istituzionali e associativi, ha promosso “un progetto per il biogas fatto bene” in tre punti:

1) Il biogas è una filiera ad elevata intensità di lavoro italiano,

2) Il biogas è una “filiera riciclona ed efficiente nell’uso del suolo agricolo”

3) Il biogas è una energia “talentuosa”, molto flessibile nell’uso finale.

foto dal sito https://www.consorziobiogas.it/

In sintesi, il “biogas-fatto-bene” è un’agricoltura di grande precisione, che utilizza ogni anno il periodo tra la trebbiatura dei cereali ai primi di giugno e la semina di nuovi cereali a fine ottobre, per ottenere i prodotti di una nuova coltura estiva, alternando negli anni, come colture estive, diverse produzioni di pregio, che hanno maggior valore nel mercato agricolo dei cereali e “rinnovano” il terreno: questo consente di poter riseminare i cereali (come secondo raccolto) sullo stesso terreno, dopo pochi mesi dalla trebbiatura della precedente coltura di cereali. Alla base di questo sistema produttivo c’è la periodica e ben dosata somministrazione, nei terreni aziendali, del digestato, sottoprodotto della “digestione” da cui deriva il biogas, un ottimo fertilizzante che, alla fine della coltivazione, le radici delle piante trebbiate lasciano, decomponendosi, nelle profondità del terreno. Questa materia organica è la vera ricchezza del terreno, perché non solo ne aumenta la fertilità e la sua naturale capacità di trattenere l’acqua delle piogge, favorendo lo sviluppo dell’humus superficiale, ma costituisce anche una grandissima quantità di carbonio “sequestrato sotto terra”, che non va a finire nell’atmosfera sotto forma di anidride carbonica e di altri gas che ne aumentano la temperatura e che causano gravi cambiamenti climatici.

C’è ancora un altro doppio vantaggio con il ciclo del biogas-fatto-bene delle due colture agricole all’anno sullo stesso terreno, invece di una coltura sola: non avere mai il terreno nudo e soggetto a erosioni, dilavamenti e sviluppo di malerbe, mentre la costante copertura vegetale estende a tutto l’anno la presenza di fotosintesi, che le piante realizzano usando le foglie (come pannelli fotovoltaici, o meglio fotochimici!) per scindere in carbonio e ossigeno l’anidride carbonica dell’aria, utilizzando l’energia catturata dalla luce solare. Il carbonio serve a far crescere le piante, mentre l’ossigeno viene restituito all’aria, rendendola più piacevole e “frizzante”, come siamo abituati a respirarla in un bosco o in prato…

Certo serve acqua per l’irrigazione e molte attrezzature agricole d’avanguardia, per il biogas-fatto-bene, ma è un investimento che si ripaga bene con il valore aggiunto della coltura estiva di pregio, nel mercato agricolo… anche se il biometano ha ancora bisogno di incentivi, per essere competitivo con i prezzi attuali del gas naturale da fonte fossile.

Nel sito del Senato è disponibile il documento “Il ruolo del biometano nella decarbonizzazione del paese”, che sintetizza perfettamente la strategia del biogas-fatto-bene e i suoi primi risultati e che è stato depositato per l’audizione al Senato del 22 marzo 2017 del Consorzio Italiano Biogas.

La slide di apertura conferma che l’utilizzo di rifiuti e fanghi è stato nettamente prevalente in Italia tra il 2007 e il 2010, per la produzione del metano contenuto nel biogas ed è aumentato molto poco dal 2012 al 2015, mentre l’utilizzo di prodotti agricoli, minimale prima degli incentivi GSE, ha pareggiato l’utilizzo di rifiuti e fanghi nel 2011 e nel 2015 è servito a produrre l’80% del metano da biogas in Italia.

 

immagine dal sito https://www.senato.it

La seconda slide chiarisce che in realtà, grazie al successo delle iniziative del CIB, tra il 2010 e il 2015 è molto diminuito, nella produzione di biometano, l’utilizzo del mais e dei cereali (il cosiddetto “primo raccolto”), sostituito nel 2015 per poco meno della metà da sottoprodotti agricoli e da colture di secondo raccolto (cioè una seconda produzione fatta nello stesso anno, sullo stesso terreno). In più, le previsioni del CIB per il 2030 per il “biogas fatto bene” sono di aumentare di quasi quattro volte la produzione di biometano realizzata nel 2015, utilizzando solo per un terzo mais e cereali di primo raccolto, per un terzo colture di secondo raccolto e per un terzo sottoprodotti agricoli.

immagini dal sito https://www.senato.it

Gianbattista Zorzoli, anziano padre nobile delle Rinnovabili italiane e presidente onorario del Coordinamento FREE (Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica), in un articolo del 4 marzo 2017 su Staffettaonline (riservato agli abbonati, ne riportiamo infra uno stralcio), critica aspramente l’importazione in Europa di pellet di legno dal Nord America e di olio di palma dal Sudest dell’Asia ed elogia le “biofabbriche” italiane, perché hanno sviluppato in proprio tecnologie di altissimo livello per produrre “biopolimeri, fitofarmaci, coloranti, biocaburanti, biolubrificanti”, utilizzando come materie prime “biomasse provenienti da filiere specifiche” e “rifiuti”, ed elogia altrettanto il biogas-fatto-bene:

Le biomasse non sono tutte uguali – Biogas e biomateriali per sfruttarne le potenzialità

… Considerazioni analoghe valgono per i digestori anaerobici, quando la loro produzione di biogas è parte integrante di un ciclo agricolo in cui, dopo il raccolto per il mercato, si effettua una seconda coltura, destinata appunto, insieme a residui vari, a generare biogas, mentre l’altro prodotto della digestione anaerobica (il digestato) sostituisce in larga parte i concimi chimici, arricchendo il terreno di carbonio (soil carbon sequestration). Questo modello virtuoso sotto il profilo sia economico che ambientale (denominato “biogasfattobene”), adottato da un numero ormai consistente di produttori agricoli e zootecnici italiani, è attualmente oggetto di studio da parte di un gruppo di lavoro, costituito da docenti della Penn State University, della Michigan State University, dell’Imperial College di Londra e dell’Istituto de Ingenierìa Rural di Buenos Aires, interessati all’applicazione in altri paesi di questa innovazione italiana. …”

 

Fonti:

https://www.consorziobiogas.it/
https://www.consorziobiogas.it/wp-content/uploads/2016/12/Filiera-biogas-biometano-2020-il-Biogas-fatto-bene-2011.pdf
https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/004/611/2017-01-17_-_Consorzio_italiano_biogas.pdf
http://www.staffettaonline.com/articolo.aspx/articolo.aspx?ID=271118

 

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Mario Carfagna

Mario Carfagna

Imprenditore, esperto di energie rinnovabili

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