Il valore dell'economia circolare in Europa

Economia circolare ed Europa

L’Europa, tra tutti i continenti, è quello nel quale a livello globale complessivamente si investe di più sul fronte dell’ecologia.

Rinnovabili e tutela ambientale in Europa sono un denominatore comune di tutte le nazioni della UE, alle quali, negli ultimi anni, s’è aggiunta anche l’economia circolare che dovrebbe consentire a un continente povero di risorse e materie prime come il nostro d’innescare nuove economie.

L’economia circolare potrebbe essere la quadratura del cerchio della sostenibilità: i rifiuti diventano risorse e se l’energia usata nei processi è rinnovabile l’impatto ambientale è molto ridotto. E l’Europa sotto a questo profilo potrebbe fare sistema.

Secondo il Centro Studi Intesa Sanpaolo già solo la bioeconomia – settore nel quale le risorse arrivano dalle coltivazioni, che per essere veramente sostenibili non devono essere in competizione con il settore alimentare – vale ora più di duemila miliardi di euro e ha circa 22 milioni di occupati. Non stupisce pertanto che l’Europa guardi con molto interesse a questi ambiti: qualche tempo fa ha varato un pacchetto di misure chiamato “Circular Economy Package” che prevede stanziamenti importanti destinati agli stati membri.

1.150 milioni di euro saranno gestiti direttamente dall’Unione Europea, poi ci sono 5.500 milioni di fondi strutturali per le regioni. Tutto ciò, secondo Bruxelles, oltre a ridurre le emissioni climalteranti di CO2 al 2030, dovrebbe creare un milione di posti di lavoro e il 7% di crescita aggiuntiva del Pil continentale.

Per quanto riguarda l’effetto leva, secondo le stime dell’Unione Europea per ogni euro investito nell’economia circolare al 2025 dovrebbe prodursi un valore di dieci euro; si tratta di un obiettivo che non si potrà conseguire senza le materie prime: i rifiuti.
Ed è anche in questa chiave che vanno analizzati quelli che sono gli obiettivi dell’Unione Europea in merito.
Il riciclo dei rifiuti dovrà essere, per gli Stati Membri, del 65% al 2025 e del 75% al 2030, mentre le percentuali relative ai rifiuti urbani saranno rispettivamente del 60% e del 70% e quelle specifiche per gli imballaggi del 70% e dell’80%.

E si noti che l’Europa parla di riciclo e non di raccolta differenziata, due tematiche che non devono essere confuse.

Attraverso l’obiettivo del ‘riciclo’, infatti, Bruxelles vuole conoscere l’effettiva quantità di materia rimessa in circolo, non quella raccolta. Le istituzioni europee vogliono essere certe che il cerchio dell’economia circolare si chiuda sul serio. Se ci si fermasse solo agli obiettivi della raccolta differenziata, infatti, non avremmo sicurezze su ciò che succede dopo.

L’economia circolare in Europa potrà essere anche un test importante per lo sviluppo di queste dinamiche in tutto il mondo. L’esperimento sull’economia circolare che sta tentando l’Unione Europea, infatti, è quello di mettere a punto un sistema di stimoli economici e di normative che vada bene per realtà molto eterogenee sia sul fronte industriale sia finanziario. I paesi del Nord Europa, per esempio, sono concentrati sull’utilizzo di biomasse provenienti dall’attività forestale, mentre in Centro Europa ci si concentra sulla chimica degli intermedi (composti che si ottengono negli stadi di passaggio verso la sintesi di altri prodotti), e in Italia siamo leader nelle bioplastiche e nel biogas. Far lavorare assieme paesi così diversi sul comune tema dell’economia circolare è una sfida che deve essere vinta; anche perché l’economia circolare ha una base territoriale, ossia è legata alle risorse che derivano dai territori e che nei territori sono consumate e rimesse in circolo. E oltre a ciò c’è anche il problema della simbiosi industriale, ossia del passaggio di metodologie, pratiche e informazioni tra una filiera industriale e un’altra. Tutti elementi che devono lavorare assieme.

Un buon esempio di quanto stiamo dicendo è rappresentato dall’esperienza dell’impresa finlandese/svedese Stora Enso, la seconda azienda al mondo per volumi di produzione della fibra di cellulosa, materia prima per carta e cartone. La loro produzione di fibra di cellulosa ha come scarti, per oltre il 50% della massa legnosa in ingresso – che è d’origine sostenibile e certificata visto che per ogni albero utilizzato se ne piantano altri tre -, zuccheri e lignina (polimero organico del legno costituito perlopiù da composti fenolici), di solito destinati all’utilizzo energetico tramite incenerimento. Consapevole di questo, a Stoccolma Stora Enso ha messo in piedi una struttura di ricerca composta da circa 40 persone e proprio su questa questione, dopo cinque anni, si è giunti a una soluzione. Da un mese, infatti, l’azienda produce e commercializza un nuovo prodotto che si chiama Lineo e che sostituisce con ottimi risultati i fenoli d’origine fossile usati nella chimica da decenni. In più dovrebbe essere un prodotto molto versatile sotto il profilo industriale, tant’è che l’azienda sta cercando nuove applicazioni. E la lignina, che da scarto è diventata così materia prima, potrebbe trovare molteplici applicazioni visto che i materiali fenolici a base fossile si utilizzano nelle resine per il compensato, per i pannelli a scaglie orientati (OSB), il legno laminato multistrato (LVL), la laminazione di carta e il materiale isolante. Inoltre la lignina ha un impatto sull’ambiente molto ridotto rispetto al fenolo fossile visto che, essendo essiccata, è più semplice da lavorare e da stoccare. Ma non basta. L’azienda oggi sta studiando la possibilità di realizzare la fibra di carbonio combinando la lignina e la cellulosa: verrebbe così smentita la convinzione che dai biomateriali si possano ottenere materiali di bassa qualità. In un futuro prossimo la carrozzeria di una Formula 1, o ancora meglio di una Formula E – quella elettrica -potrebbe essere stata in origine un albero.

Uno dei problemi dell’Unione Europea sull’economia circolare, però, è il fatto di essere ancora troppo legata alla versione 1.0: quella che riguarda i rifiuti. Si tratta di un fenomeno che è legato ad aspetti peculiari del continente europeo.
Il primo è che la gestione dei rifiuti in tutta Europa è ancora troppo legata all’incenerimento che è per antonomasia il contrario dell’economia circolare e che andrebbe adottato solo ed esclusivamente per la frazione finale dei rifiuti. L’Olanda, per fare un esempio possiede 13 inceneritori, nei quali avvia ogni anno 4,5 milioni di tonnellate di rifiuti, mentre l’Italia ha 45 impianti che trattano 5,5 milioni di tonnellate di rifiuti, quindi l’Italia avvia a incenerimento 90 chilogrammi pro capite, mentre l’Olanda 260. Ed è una realtà diffusa in Europa visto che gli inceneritori sono 128 in Francia, 80 in Germania, 32 in Svezia e 45 in Italia.
La seconda questione è che ancora si lavora troppo poco sulle filiere industriali e su come incrociarle a livello continentale. In pratica è ancora molto difficile dire a un’azienda finlandese che il proprio scarto industriale è utile come materia prima di lavorazione a un’impresa portoghese. E si tratta di un ruolo che sarebbe utile e necessario e per il quale l’Unione Europea ha già fatto un grande lavoro con il regolamento REACH: attraverso il quale sono state censite oltre 143mila sostanze chimiche usate nella produzione chimica di tutta Europa. Sia la metodologia, sia la base dei dati di REACH potrebbero rappresentare il punto d’inizio per informare le aziende sulle possibilità dell’economia circolare. La posta in gioco è alta. Secondo le stime OCSE al 2030 i soli biomateriali rappresenteranno il 50% del valore in agricoltura, l’80% nella farmaceutica, il 35% nella chimica. Il 2,7% del Pil mondiale.

Fonti:
http://ec.europa.eu/environment/circular-economy/index_en.htm
http://ec.europa.eu/environment/chemicals/reach/reach_en.htm
http://www.storaenso.com/sustainability/stories/choose-the-climate-choose-renewable-materials

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Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

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