Elogio di 6 luoghi comuni sulle donne (Parte 2)

Rosa, ti amiamo

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ROSA
È vero, vediamo il mondo a tinte Rosa Luxemburg. La nostra passione per Rosa è seconda forse solo a quella che John Berger nutrì per la donna nata il 5 marzo del 1871 in Polonia e naturalizzata in Germania, dove il 15 gennaio del 1919 venne rapita, martoriata, assassinata e gettata in un canale dai Freikorps, i paramilitari agli ordini del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert e del suo Ministro della Difesa, Noske.
A 88 anni compiuti, John Berger scrisse una lettera a Rosa Luxemburg, dandole da subito del tu: «Spesso esci dalla pagina che sto leggendo, e qualche volta dalla pagina che sto cercando di scrivere. Ne esci per unirti a me scuotendo la testa con un sorriso. Nessuna pagina, così come nessuna delle tante celle in cui ti hanno ripetutamente rinchiusa, è mai riuscita a contenerti». Una lettera che idealmente è al contempo a Rosa e con Rosa Luxemburg, della quale sentiamo riecheggiare la voce attraverso alcuni stralci di lettere, come quella spedita a un amico particolarmente lamentoso in cui leggiamo: «Restare un essere umano […] è veramente questo l’essenziale. E ciò significa essere fermi, lucidi e allegri, sì, allegri nonostante tutto […] restare un essere umano significa, se necessario, gettare gioiosamente tutta la propria vita sulla grande bilancia del destino, ma allo stesso tempo rallegrarsi per ogni giornata di sole, per ogni nuvola».
Dalla sua casa nel sobborgo parigino di Antony dove trascorse gli ultimi anni, John Berger volle regalare a Rosa Luxemburg una preziosa raccolta di scatole di fiammiferi, una raccolta «di cartone sottile, della misura di un foglio A4 piegato».
A noi, da una piccola biblioteca in un’Italia sempre più intollerante e con simpatie a destra, piacerebbe regalarle un bel vestito, magari quella «piccola giacca lilla per due marchi e 45», una giacchetta, che, come ella stessa confidò in una lettera del 4 agosto 1913 all’amica Gertrud Zlottko, «è l’indumento più indispensabile che si possa avere».

“VOGLIO UNA DONNA DONNA DONNA DONNA, DONNA CON LA GONNA GONNA GONNA”
Billy Lee Tipton fu un compositore e musicista jazz che riuscì a farsi notare a partire dagli anni Trenta.
Billy Lee Tipton nacque in Oklahoma City come Dorothy Lucille Tipton e per tutta la vita indossò i pantaloni, imbottendo le parti inguinali, perché nel mondo del jazz di quegli anni le donne potevano esibirsi come cantanti o tutt’al più nel ruolo di pianiste e cantanti. Abbiamo adorato e continueremo ad adorare David Bowie per l’eleganza con cui si fletteva camminando su tacchi altissimi e fasciato in splendidi tubini in organza. Siamo grate a Giorgio Armani per i suoi tailleurs. Gonna o pantalone, davvero, non ci è mai importato.

ALLA FESTA DELLA DONNA DIAMO LETTERALMENTE I NUMERI
L’8 marzo è soltanto una data fra le tante, e non è nemmeno legata al rogo che divampò in una fabbrica di cotone a New York dove morirono centinaia di operaie. Ci fu, sì, una fabbrica che prese fuoco a New York, la Triangle di Greene Street, ma bruciò il 25 marzo 1911, non l’8 marzo del 1908.
Di lì a poco effettivamente durante un 8 marzo qualcosa di portentoso accadde davvero e fu quando le donne russe guidarono a San Pietroburgo un’incredibile manifestazione, che da un lato sancì la fine della guerra, dall’altro inaugurò l’inizio della Rivoluzione. Una proto-rivoluzione, nientemeno. Prima dell’8 marzo 1917, a cadenza irregolare, era però già stata celebrata la Giornata Internazionale della Donna. La 1° celebrazione si ebbe infatti nel 28 febbraio del 1909 e tuttavia non cadde sempre il 28 febbraio, ma si tenne in giorni variabili a seconda delle nazioni, ognuna con i suoi affanni, le sue ricorrenze, le sue idiosincrasie numerologiche, eccetera.
Inutile nasconderlo, con la festa della donna si è dato letteralmente dato i numeri. Ma proprio perché in passato lo hanno fatto le persone a cui dobbiamo oggi l’esistenza di questa tanto agognata e degradata festa, non c’è motivo di ammassarci tutti in un stesso giorno, facendo la fortuna dei fiorai e affollando le strade di gente che tiene in mano un mazzo di fiori con la stessa naturalezza con cui terrebbe una gallina per il collo.
Ognuno si prenda un giorno, il proprio giorno.
Siamo in molti, con un po’ di fortuna dovremmo riuscire a coprire tutti i giorni dell’anno. Una celebrazione a rotazione, come si faceva una volta con i campi per renderli ricettivi, generosi. A partire da oggi.

Ste Stells

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