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Il cibo biologico è migliore. La conferma (anche) dall’Unione europea

Di sicuro il biologico ha controlli molto maggiori, almeno in Italia, e di sicuro al consumatore piace: il biologico è in crescita da quanto è nato

Secondo dati Nielsen del 2018, quest’anno il tasso di crescita delle vendite di prodotti bio si è attestato a un 10,5% dopo un triennio caratterizzato da un’impennata delle vendite, a tassi annui tra il 18 e il 19%. Numeri enormi, se si considera che l’alimentare nel suo complesso aumenta del 3% circa l’anno e che, della spesa alimentare complessiva, il biologico da solo rappresenta il 3,7%. Consideriamo inoltre che il biologico ha tutt’ora una scelta limitata, a partire dalla grande distribuzione (GDO), come i supermercati, e dunque un potenziale ben maggiore. Nell’ultimo anno, il numero di acquirenti abituali di prodotti biologici è stato pari a 6,5 milioni di famiglie, mentre il numero di acquirenti saltuari è cresciuto fino a 21,8 milioni di famiglie.

Nella GDO, le vendite di biologico sono aumentate del 15,8% nei supermercati e dell’11,7% negli ipermercati nel 2018.

Vale la pena? Sì. L’ultimo rapporto sui residui di pesticidi dell’Efsa, l’Ente europeo che controlla la sicurezza del cibo, diffuso pochi giorni fa, è tranquillizzante sia per la frutta e la verdura tradizionali che per il biologico (se italiani). Ma notiamo le differenze per capirne di più.

Dei campioni analizzati, il 96% di frutta e verdura “tradizionale” aveva residui di pesticidi entro i limiti di legge: cioè aveva residui, ma le attuali conoscenze scientifiche le considerano sicure. Come si definisce questo parametro? In base a una media, per cui è chiaro che un maschio adulto che pesa 80 kg è danneggiato meno rispetto a un consumatore più fragile come un bambino o un bebè. Ed è altrettanto chiaro che la quantità di frutta e verdura consumata abitualmente fa nuovamente variare la concentrazione nel corpo di questi contaminanti. Si fa una stima e si decide cosa sia sicuro, cosa non danneggi la salute “media”. Ma è evidente che la presenza di queste sostanze, anche quando è considerata sicura, può comportare un rischio.

Inoltre, se su 100 prodotti 96 avevano residui nella norma, significa che 4 li avevano sopra la norma. Altro dato importante: tra quelli a norma, 51 erano praticamente privi di residui.

Questo da cosa dipende? Perché un alimento tradizionale (non biologico) in certi casi contiene residui chimici e in altri casi no? Succede perché, per esempio, alcuni alimenti – come le mele – hanno bisogno di più antiparassitari per crescere, e altri semplicemente assorbono maggiormente le sostanze a cui sono esposti, come ad esempio le pesche.

Adesso il confronto con il biologico: su 5,495 campioni di cibo bio considerati nel 2016, il 98.7% rientrava nei limiti di legge (contro il 96% degli alimenti tradizionali), e l’83.1% (contro il 51 del tradizionale) era completamente esente da residui.

Una differenza – quella tra cibo tradizionale e biologico – davvero notevole: i cibi esenti da contaminanti si trovano tra i cibi biologici con una frequenza maggiore di 32 punti percentuali.

A questo link i grafici dello studio, dove poter confrontare i risultati da Paese a Paese e anche per tipologia di cibo. Si scopre così ad esempio che il topinampur è sempre privo di residui, e che la salvia ha un rischio altissimo di avere contaminanti oltre i limiti di legge, intorno al 20%. Mai male quanto il te, che arriva a esser fuori legge in 24 casi su 100. Male anche la frutta tropicale, che nell’11% dei casi ha valori sopra la normativa. Tra i cereali, spicca in positivo la segale ma anche il mais.

Altra cosa interessante che potete confrontare da soli è un paragone, indicativo, tra Spagna e Italia. Perché la Spagna? Perché è il Paese da dove più spesso arrivano sui nostri banchi le “primizie”, o in genere frutta e verdura a minor costo: e non è un caso. La Spagna ha regole più blande per i limiti di pesticidi nelle coltivazioni e anche da questo rapporto lo si vede bene. Nel confronto tra Stati, in Italia sono stati analizzati oltre 11mila campioni, in Spagna poco più di 2mila: oltre 5 volte di più. Nonostante questo, la Spagna ha un valore quasi doppio al nostro (3,2% rispetto all’1,9%) di prodotti finali con quantità di pesticidi oltre le norme.

Le analisi, condotte nel 2016, hanno valutato 84,657 campioni di cibo, testati su 791 tipi di pesticidi. La maggior parte dei campioni (67%) era di provenienza europea, o da Islanda e Norvegia, il 26.4% erano prodotti importati da paesi terzi. Per ben il 6.6% dei campioni, l’origine era sconosciuta: cosa che purtroppo può avvenire per alcune categorie di prodotto, ma che è sempre bene escludere dal nostro carrello ove possibile.

I limiti di legge non erano rispettati in una media del 2.4% dei casi per quanto riguarda i prodotti europei, del 7,2 per quanto riguarda i prodotti extra-Ue: cosa altrettanto interessante da tenere a mente quando compriamo ananas, banane ma anche un qualsiasi alimento, tra i milioni in commercio, che contiene olio di palma, per esempio.

Fa piacere sapere che, sebbene i campioni analizzati siano stati solo 1.676, il cibo destinato a neonati e bimbi piccoli (quindi prevalentemente latte in polvere e omogeneizzati) era entro i limiti nel 98.1% dei casi, e completamente libero da residui nel’89.8%. Una percentuale vicina a quella già mostrata e che riguarda il biologico, ma dove i campioni analizzati sono stati ben di più: su 5.495 campioni analizzati di biologico, il 98.7% era entro i parametri (quindi di un pelo più sicuri anche rispetto agli alimenti per la prima infanzia) e l’83.1% libero da residui.

Tra i cibi in assoluto e ovunque più “puliti” spiccano come detto la segale, il cavolo cappuccio, e le fragole. I cibi più contaminati sono le mele e i pomodori (dunque quelli dove vale ancor di più la pena scegliere bio). In base ai risultati raggiunti, Efsa ha definito basso il rischio per la salute, sia nel breve che nel lungo periodo: basso, non assente, e, come detto, relativamente a una stima.

Per capire fino a che punto ci convenga spendere di più, e comprare bio, consideriamo anche gli ulteriori controlli ai quali solo il biologico è sottoposto (salvo, ovviamente, le frondi, che possono esistere in qualsiasi ambito). Come ci spiegano dalI’Ispra, in Italia, nel caso del biologico “si testa non solo il prodotto finale, ma anche campioni di suolo e di acqua della falda, si analizzano parti della pianta e si pianificano attività di controllo che possono prevedere analisi chimiche superiori al minimo stabilito dal Regolamento europeo”. Se, ad esempio, nel terreno vengono trovate tracce di pesticidi e fertilizzati usati precedentemente in quel campo, l’agricoltore coltiverà in modo biologico, ma non potrà apporre la scritto bio sui suoi prodotti per almeno 2-3 anni, in modo da far decadere tutti i residui tossici. Ci sono 20 agenzie riconosciute per la certificazione bio. Fanno 62mila ispezioni l’anno e attestano 5mila campioni di suolo e prodotti. Valutano anche la presenza di agenti tossici, compresi i metalli pesanti, non considerati invece, ad esempio, in questa analisi dell’Efsa.

Abbiamo detto certificazioni bio: un elemento fondamentale per essere certi che l’alimento che abbiamo di fronte è veramente più sicuro. A questa pagina, il Ministero delle Politiche agricole stila un elenco delle certificazioni valide e autorizzate che dovremmo imprimere nella memoria quando leggiamo l’etichetta di un prodotto perché ci interessa scegliere biologico.

Da Federbio riassumono: “Le verifiche nel biologico hanno un rapporto di 0 a 100 rispetto al normale agroalimentare o al non certificato”. Qualcosa di prezioso, che inevitabilmente costa di più, ma che – tutto lascia intendere – ci ripaga nel tempo, anche – e certamente – da un punto di vista ambientale.

 

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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