Il clima difeso dagli Indios

Limitare l’anidride carbonica in atmosfera.

E’ questo l’imperativo per non far alzare, eccessivamente, la febbre al Pianeta e riuscire a centrare l’obiettivo dell’accordo di Parigi del 2015 di arrivare a un aumento massimo della temperatura al 2100 di 2°C.

Nel frattempo, però, continuiamo a emettere qualcosa come 32,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera (dato del 2017, raccolto presso il laboratorio del Nooa di Mauna Loa, alle Hawaii, punto di riferimento mondiale per la concentrazione di CO2 in atmosfera) – un aumento del 1,4% su base annua dopo una stasi degli ultimi tre anni, con una concentrazione da record che ha raggiunto le 408,35 parti per milione di CO2 .

Chiaro, quindi, che il problema a questo punto non sia solo quello dell’emissione di anidride carbonica in atmosfera ma anche la rimozione della stessa dall’atmosfera.

Per due motivi. Il primo è legato al fatto che per decenni si continuerà a emettere CO2: si pensi solo a quante autovetture ad alimentazione fossile esistono sul pianeta, circa 1,2 miliardi nel 2015 secondo Navigant Research, con un mercato che lo scorso anno è stato di 71,3 milioni di autovetture nuove – in crescita del 2,5%. Auto che sono al 99% ad alimentazione fossile, ossia emettono una media di 120 grammi di anidride carbonica per chilometro. L’altro motivo è che si deve iniziare a pensare a come rimuovere la CO2 dall’atmosfera per “limitare” i danni di questa crescita. Lasciando perdere, per ora, il sequestro e il confinamento della CO2 nel sottosuolo – tecnica che potrebbe essere utile solo per la generazione elettrica, visto che necessita di grandi impianti, e solo quando saranno abbattuti i costi – la via che si potrebbe seguire è quella del “sequestro” dell’anidride carbonica nel terreno attraverso pratiche “naturali”, che si affiancano a quella storica della forestazione, e che sono tre.

Indietro nel tempo

La prima risale ai tempi più antichi ed è quella usata dagli Indios dell’Amazzonia nei secoli passati per fertilizzare i terreni.

Si tratta della Terra preta – Terra nera in portoghese – ossia di vasti appezzamenti di terreno nei pressi dei villaggi che hanno una percentuale di carbone vegetale al proprio interno di circa il 9%, contro quello presente in modo naturale che è del 0,5%, cosa che porta il contenuto di carbonio del terreno al 15%.

Si tratta di una caratteristica che è di origine antropica, visto che assieme al carbone vegetale spesso si trovano altre sostanze di origine organica evidentemente deposte dall’uomo. E si comincia a diffondere presso gli studiosi l’idea che si tratti di un sistema il cui scopo era quello di fertilizzare terreni caratterizzati da una certa scarsità di nutrienti, sistema già utilizzato anche in altre zone del Pianeta, come nel Sud America e in Africa, nonché in Inghilterra, dove si pensa che il metodo sia stato usato in epoca romana. Le potenzialità di sequestro di CO2 di questa tecnica sono elevate e, al contrario della forestazione, la CO2 sequestrata rimane nel terreno per migliaia di anni e non viene restituita all’atmosfera al fine vita, naturale o artificiale che sia, degli alberi. Il sistema usato dagli Indios è stato studiato a lungo e ora si affacciano diverse ipotesi di “creazione” su vasta scala di questi terreni.

L’evoluzione innovativa

Una di queste è il biochar, un carbone vegetale ottenuto dalla pirolisi – trattamento termico a alta temperatura in assenza di ossigeno – di vegetali come i residui e i sottoprodotti agricoli quali le potature, le stoppie dei cereali e il fogliame.

Dal processo di pirolisi si ottiene un gas, il syngas, che ha un potenziale calorico pari a quello del Gpl che può essere utilizzato per produrre calore ed energia elettrica, e il biochar, appunto, che è costituito al 90% da carbonio. Una volta utilizzato nei terreni il biochar è un forte ammendante (cioè fertilizzante) che aumenta la ritenzione dell’acqua e degli elementi nutritivi da parte dei terreni e migliora la struttura degli stessi. Il risultato è che si aumenta la produttività dei terreni fino al 15%, come dimostrato da alcune sperimentazioni in Toscana sul grano duro, poiché diminuisce la necessità di acqua e fertilizzanti e viene sequestrato il carbonio in maniera duratura.

Da una ricerca fatta dalla Iowa State University si stima che un’azienda agricola di 250 ettari possa sequestrare qualcosa come 1.900 tonnellate di carbonio ogni anno utilizzando il biochar addizionato con l’azoto. Si tratta di un metodo così promettente che è stato preso in seria considerazione nel corso degli appuntamenti sul clima delle Nazioni Unite, le Cop, e che potrebbe unire l’esigenza di ridurre la CO2 in atmosfera con quella di aumentare la produzione agricola; quest’ultima è una necessità che nasce in vista dell’aumento della popolazione umana sul Pianeta, al 2050 è prevista intorno ai 9,7 miliardi di persone e di 11 miliardi nel 2100.

Da non sottovalutare, infine, il fatto che una serie di studi sta verificando con successo che la pirolisi delle biomasse può essere utilizzata per la produzione di biocarburanti di seconda generazione che non impattano sulla filiera alimentare, visto che ne utilizzano i sottoprodotti e non le colture sostitutive agli alimenti.

Biogas carbon negative

Il terzo sistema è quello messo a punto al Consorzio Italiano Biogas (Cib) che è stato denominato Biogasfattobene.

Il sistema unisce una serie di pratiche agricole avanzate e virtuose come i doppi raccolti, la fertirrigazione e i sistemi di arricchimento naturali del terreno, producendo così più alimenti senza utilizzare più suolo e riducendo le spese: infatti non si devono smaltire gli effluenti zootecnici, non si acquistano fertilizzanti chimici poiché si utilizzano biofertilizzanti di produzione propria, e si può utilizzare come carburante il biometano raffinato dal biogas, mentre quello in eccedenza viene impiegato per la produzione elettrica.

Il bilancio sul fronte della CO2 è neutrale, ma può diventare negativo, visto che il carbonio può essere sequestrato nel terreno con l’utilizzo del digestato che si ottiene in uscita dall’impianto per la produzione di biogas. Il tutto è stato ratificato da uno studio condotto dal team scientifico del Consorzio Italiano Biogas con il Centro Ricerche Produzioni Animali e la Michigan State University per valutare l’impronta carbonica dell’energia elettrica prodotta con i principi del Biogasfattobene.

I risultati ci sono. Se un impianto a biogas, alimentato completamente a mais, produce 34 grammi di CO2 equivalente per MJ – meno della metà dell’utilizzo di metano d’origine fossile, che è di 72 grammi di CO2 equivalente per MJ – applicando la serie di pratiche messe a punto dal Cib si passa a emissioni negative per ben 36 grammi di CO2 equivalente per MJ. Ossia si producono più alimenti e più energia, mettendo sotto terra la CO2, e facendo diventare la produzione di energia da fonte rinnovabile una vera e propria infrastruttura che riesce a mitigare le emissioni climalteranti.

Tutte queste pratiche hanno un contenuto tecnologico, anche quelle antiche degli Indios, ma sono accumunate da un approccio comune che le unisce alla logica dell’economia circolare. Ossia utilizzare al massimo le risorse disponibili innestando processi che riutilizzano i materiali, con metodologie olistiche, ossia che sfruttano le connessioni possibili tra una pratica e un’altra. E tra diversi sistemi. La circolarità del ciclo nel quale un rifiuto diventa risorsa, utilizzando metodi innovativi – nei casi che abbiamo visto gran parte dell’innovazione risiede proprio nel metodo – sarà la chiave di volta per rispondere alle sfide del futuro.

A partire da quella più grande: i cambiamenti climatici.

 

Fonti: 

Il record delle emissioni 2017:
https://www.reuters.com/article/us-energy-carbon-iea/global-carbon-emissions-hit-record-high-in-2017-idUSKBN1GY0RB

Il biochar:
http://www.ichar.org/data/files/bro_ichar_new.pdf

Il Biogasfattobene:
https://www.consorziobiogas.it/wp-content/uploads/2017/08/BIOGAS_INFORMA_n21.pdf (pagina 10)

 

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Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

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