Phytoremediation

Il terreno è inquinato? Fitorimedialo!

Utilizzare le piante per bonificare i terreni inquinati: si chiama Fitorimedio (Phytoremediation in inglese) e si inizia a parlarne anche in Italia.

Per meglio conoscere questa tecnica abbiamo intervistato la dottoressa Elisabetta Franchi, dell’unità Tecnologie Ambientali del Centro Ricerche Eni per le Energie Rinnovabili e l’Ambiente, biotecnologa ed esperta di Phytoremediation.

Che cos’è la Phytoremediation e perché si usa?
Il fitorimedio”, ci spiega la Dottoressa Franchi, “è una tecnologia di biorisanamento che presenta un’elevata sostenibilità ambientale. Molte specie vegetali, oserei dire la maggior parte delle specie vegetali, sono in grado, attraverso l’apparato radicale, di assorbire e immagazzinare nelle foglie molti contaminanti inorganici come possono essere, ad esempio, i metalli pesanti, oppure di degradare, con il supporto fondamentale dei microorganismi rizosferici, pressoché tutti i contaminanti organici, ad esempio i derivati del petrolio.
La Rizosfera è l’ecosistema che si crea intorno alle radici di una pianta ed è il luogo, fondamentale, dove avviene tutto il processo di metabolismo cellulare della pianta. Le radici rilasciano sostanze che nutrono i microorganismi che, a loro volta, rilasciano sostanze che aiutano la pianta a crescere in un terreno “stressato” dall’inquinamento.

In Italia ci sono molti suoli contaminati?
Sì, sono molti, si parla di tantissimi ettari…”.
La dottoressa Franchi racconta che Syndial, la società Eni che si occupa di bonifiche ambientali, gestisce oltre 50 siti, 17 dei quali di interesse nazionale (fra i quali anche siti confluiti ex-lege). La caratterizzazione ha messo in luce contaminazione da metalli pesanti (fra i quali arsenico, mercurio, piombo, cadmio, ecc.), spesso associata a derivati del petrolio.

In cosa consiste il progetto Eni nel settore del Fitorimedio?
Da diversi anni stiamo lavorando in questo campo con l’obiettivo di selezionare, studiare e sperimentare le specie vegetali più idonee per le diverse tipologie di contaminazione. Oltre alle piante vengono selezionati e caratterizzati i microorganismi rizosferici che in associazione alle piante sono in grado di aumentare le prestazioni delle piante stesse”.
In pratica: nel sito inquinato vengono isolati i batteri che negli anni si sono naturalmente selezionati sopravvivendo in un ambiente contaminato da sostanze tossiche, viene fatta la mappatura genetica del Dna, vengono eliminati i batteri potenzialmente patogeni e fra quelli rimasti vengono selezionati quelli che hanno le migliori caratteristiche per aiutare la pianta a crescere meglio. A questo punto viene fatta una sperimentazione “in vivo”, cioè sulle radici delle piante. I batteri più funzionali vengono riprodotti in laboratorio e poi inoculati sulle piante che stanno crescendo sul suolo contaminato.
Abbiamo avuto numerose evidenze sperimentali” continua la dottoressa Franchi “che indicano un effetto molto positivo di questi inoculi, con un aumento della biomassa vegetale fino al 50%, la pianta sta meglio e cresce di più, e fino all’85% circa dell’assorbimento dei metalli.

Ci sono già applicazioni pratiche?
Pratiche ancora no. In Italia purtroppo la burocrazia è molto lunga”.
Sono in corso sperimentazioni in laboratorio e in serra, e un paio di prove di campo. Una sola vera e propria bonifica è in corso, a Ravenna, su un terreno pesantemente contaminato da idrocarburi. Viene usata la tecnica del fitorimedio dopo un ciclo di biorisanamento, cioè il rimescolamento del terreno per ossigenarlo e aumentare l’attività dei microorganismi già presenti.

Quanto tempo serve alle piante per risanare un terreno?
E’ molto relativo perché dipende dalla contaminazione, dalla specie vegetale utilizzata e dall’interazione con i microorganismi rizosferici. Le piante devono adattarsi al suolo, crescere e iniziare ad asportare eventuali contaminanti, quindi diciamo da due anni in su”.

E quando le piante hanno assorbito i contaminanti che fine fanno?
Le piante possono subire diversi processi: ci possono essere casi in cui non devono essere asportate perché l’area non ha una successiva destinazione d’uso. In quel caso rimangono lì e aiutano a stabilizzare il terreno.
Se invece viene fatta la bonifica delle piante per destinare l’area ad altro uso, industriale, abitativo o qualsiasi, la biomassa eliminata può essere valorizzata come viene valorizzata la normale biomassa vergine non contaminata.
Quindi conversione termica per produrre energia o riutilizzo per la produzione di materiali.

A questo punto la biotecnologa cita la canapa, una pianta straordinaria, dice. A Priolo Eni sta portando avanti un progetto di Phytoremediation con la canapa di un terreno contaminato da arsenico. Dopo le prove in laboratorio si è ora alla fase di sperimentazione sul campo.

Sembra di capire che c’è molta sperimentazione, ma esiste un uso della Phytoremediation su larga scala?
All’estero sicuramente di più, in America soprattutto, in Europa non tantissimo, in Italia ancora meno. E’ una tecnica di cui si parla dagli anni ‘90, funziona molto bene ma ci sono ancora delle resistenze…

Che tipo di resistenze?
I tempi sono certamente più lunghi che ‘prendere e buttare via’, cioè il famoso ‘scavo e smaltimento’ che è più costoso ma in un mese fai tutto. E poi c’è il problema della biodisponibilità…

Sul concetto di “biodisponibilità” serve un paragrafo a parte. Non tutto il metallo presente nel terreno può essere eliminato perché non tutto è biodisponibile e può quindi essere assorbito dalle piante, anzi la quantità biodisponibile è molto piccola.
Abbiamo fatto delle sperimentazioni, aggiungendo dei mobilizzanti che solubilizzano questi metalli. Anche dopo successive ripetizioni di questi trattamenti, non si arriva a raggiungere quantità superiori al 10-15%. Il resto è immobile, fissato alla matrice del suolo in modo covalente”.
Chiediamo maggiori spiegazioni: la dottoressa chiarisce che, dopo ripetuti cicli di fitorimedio la quantità di metalli che rimane sul terreno non è più pericolosa. “E’ ovvio che tutte le volte bisogna fare analisi di rischio preliminare e analisi di rischio successiva alla bonifica. Se ne occupano le varie ARPA che vanno a controllare che il rischio sia nullo”.

 

Link per approfondire:

Le piante che bonificano il terreno

Copertina: disegno di Armando Tondo

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Simone Canova

Simone Canova

Scrittore, ricercatore, grafico, autore di “Cacao, il quotidiano delle buone notizie”, webmaster dei siti del circuito di Alcatraz/Jacopo Fo. E’ Coordinatore della redazione centrale di People For Planet.

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