Caccia e Agricoltura: diventare bracconieri per necessità?

Milioni di euro di danni ogni anno e quasi zero rimborsi spingono la categoria a imbracciare il fucile

Qualche decina di milioni di euro di danni all’agricoltura ogni anno. Questa la denuncia degli agricoltori a fronte dell’emergenza cinghiali. E finora un’unica soluzione: aprire il fuoco da bracconieri.

Cosa c’entrano gli agricoltori con la caccia? Molto: gli agricoltori vengono incolpati dagli ambientalisti e dai cacciatori di fare pressioni politiche per diminuire la fauna selvatica.

E nei fatti è così: sono gli agricoltori a organizzare sit-in e proteste di piazza per chiedere di ridimensionare gli ungulati (cioè gli animali dotati di zoccoli: cinghiali, caprioli e quant’altro) perché danneggiano le colture e tendono a impoverire il suolo.

Non hanno tutti i torti, ed è il punto di partenza di questa inchiesta: la sovrapopolazione di ungulati in certe zone d’Italia, alcune delle quali storicamente libere da questi animali, portano danni e pericoli non indifferenti. La legge prevederebbe un rimborso: che però in molti casi pare non arrivi. Su una cosa gli agricoltori sono d’accordo con tutte le altre parti in causa: i soldi che i cacciatori pagano alle regioni devono essere investiti in questo senso, per rimborsare le perdite ingenti.

Abbiamo chiesto dettagli a Landolfo di Napoli, Responsabile settore Caccia di Confagricoltura, a partire dalla proposta fatta agli agricoltori, nel corso di questa inchiesta, dal Wwf. Isabella Pratesi ha ipotizzato di risolvere il sovrappopolamento degli ungulati dando a voi il compito di catturarli, rinchiuderli, allevarli e macellarli.

“Un discorso totalmente assurdo. Se li devo macellare, piuttosto gli sparo subito – risponde di Napoli -. Evitandomi così i costi aggiuntivi. Si tratta tra l’altro di specie che portano malattie pericolose, sarebbero da vaccinare volendoli allevare, e servirebbe tutta una serie di controlli. Un grosso pericolo legato alla presenza dei cinghiali è la peste suina, di cui non si parla ma è alle porte: in Slovenia, Ungheria, Polonia. Se arriva la peste saltano tutti allevamenti di suini italiani. Salta un’economia. Forse il discorso andrebbe affrontato in modo meno superficiale. Nessuno dice che i cinghiali debbano essere sterminati, ma riportati alla giusta consistenza sì, e in aree vocate. Si deve poi affrontare anche la questione dei parchi, dove i cinghiali e gli altri ungulati vanno a rifugiarsi e non possono più essere toccati. Tornando alla proposta del Wwf: non serve alzare barricate ideologiche contro la categoria dei cacciatori per fare realmente del bene all’ambiente. Si devono sentire tutte le parti in causa e agire nel modo più razionale dal punto di vista pratico ed economico, oltre che ambientalista”.

Parlando allora seriamente di biodiversità: una ricchezza in reale pericolo… gli ambientalisti vi accusano di fare pressioni politiche per eliminare gli animali selvatici e di impoverire il suolo e inquinarlo per via dei metodi intensivi usati per coltivare. “Questo vale per le zone a monocultura e sono d’accordo che sarebbe giusto favorire la rotazione. Il periodo della monocultura spinta è passato, perché tutti abbiamo capito che impoverisce il territorio danneggiando noi prima di tutto. Non abbiamo interesse a impoverire il suolo che ci sfama, e oggi le monoculture sono diminuite, sono molto molto meno di un tempo. Si fa anche maggiore attenzione ai prodotti che si utilizzano, proprio per non impoverire e per non danneggiare gli insetti impollinatori. L’impollinazione serve all’agricoltore: il 90% dei prodotti che vendiamo è il risultato di impollinazione”.

Come si potrebbe favorire la rotazione? “Dando aiuti economici agli agricoltori che lo fanno”.

Dovrebbe essere favorito e incentivato il biologico? “Il vero biologico sì. Purtroppo passa per bio tanta roba che non lo è. Non sempre ci sono controlli”.

Come si può scegliere bene? “E’ difficilissimo: non tutte le certificazioni sono reali. Il ministero dovrebbe controllare contro le frodi, controllare gli enti di controllo: spesso purtroppo – ad esempio – si fa uso di pesticidi non ammessi o si eccede nei limiti. Molto spesso”.

Torniamo all’emergenza cinghiali e ungulati. Siete d’accordo con un intervento dei cacciatori? “Siamo d’accordo che l’emergenza vada affrontata, e che la colpa sia diffusa. Quasi tutte le categorie hanno colpe in questa situazione: l’amministrazione che ignora il problema, i cacciatori che hanno foraggiato e foraggiano gli ungulati. E poi la cattiva gestione degli atc, gli ambiti territoriali di caccia, nei quali gli agricoltori dovrebbero rientrare a pieno titolo e che invece di fatto sono gestiti – contrariamente alla legge – solo dai cacciatori”.

Quale è l’entità dei danni che l’eccesso di ungulati sta causando all’agricoltura? “Qualche decina di milioni all’anno. Le statistiche ufficiali non sono attendibili, e questo dipende dal fatto che i danni della fauna non vengono rimborsati, come invece dovrebbero, agli agricoltori. Di conseguenza gli agricoltori non denunciano neanche più. Se sono fortunatissimo e rientro nei rimborsi, nei regimi de minimis sono previsti in tre anni non più di 15mila euro. Ma le aziende agricole li superano di molto, e in genere appunto non prendono nulla. Sto facendo una statistica: secondo i miei dati, il 90% dei danneggiati non fa denuncia, perché sa che è inutile. Peggio: ci sono dei costi per fare denuncia. Tra i più attivi a protestare contro questo stato delle cose ci sono stati l’anno scorso gli agricoltori del Chianti. È un problema reale. L’anno scorso la grave siccità ha spinto cinghiali e caprioli a entrare nelle vigne per mangiare l’uva come risorsa idrica: la vendemmia l’hanno fatta loro. Servono abbattimenti mirati, serve affrontare la questione”.

Altrimenti va a finire che gli agricoltori “sistemano” le cose da soli… “Ecco, vogliamo evitare il bracconaggio? Allora risolviamo, perché chiaramente va a finire cosi. Si spara senza controllo perché ci sono troppi animali. In più, la legge 842 permette di cacciare nel fondo degli altri: è una legge da cambiare. In Austria, per fare un esempio, nelle grandi aziende si creano delle riserve di caccia, le piccole si consorziano e fanno lo stesso, e quindi si ha la possibilità di gestire la caccia, considerando anche l’interesse dell’agricoltore, per il quale è un’entrata aggiuntiva che in più permette un controllo delle popolazioni di animali. In Italia c’è solo un gran casino che svantaggia tutti, compresi gli animali. Il buonismo è un falso ecologismo: troppa pressione di animali significa prima di tutto un pericolo per le altre specie e per la flora”.

Cosa ne pensa della proposta che Marco Franolich, presidente dell’Ente produttori Selvaggina, ha avanzato sul nostro giornale? Ovvero: convogliare i soldi delle licenze dei cacciatori, o almeno una parte, nelle mani degli agricoltori, al fine di rimborsarli? Sarebbe un’opzione tampone?

“Non si può essere in disaccordo, tenendo presente che i cacciatori pagano nelle licenze una parte di tasse che dovrebbero andare alle Regioni, che a loro volta dovrebbero girali agli atc per pagare i danni all’agricoltura. Le Regioni invece, alle quali sono stati tagliati i fondi, se li incamerano e li usano per fare le rotonde in strada. Sono fondi non destinati, li incamerano nel bilancio e spariscono. La proposta di Franolich sarebbe un grosso aiuto, se applicata: un primo passo”.

INDICE INCHIESTA CACCIA

Emergenza cinghiali: aprire la caccia o non aprire la caccia?

Incontriamo un cacciatore

Incontriamo un’associazione ambientalista, il WWF

Incontriamo un esperto di conservazione

Incontriamo l’ambientalista-cacciatore

 

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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