Mentre la Isoardi stira, il Governo invia l’Avvocatura di Stato a Marco Cappato

Imperturbabile Marco Cappato su Facebook: «In Corte costituzionale troveremo l’Avvocatura di Stato? Con Filomena Gallo rispettiamo la scelta politica del Governo. Noi comunque andiamo avanti. Il Parlamento ora discuta la nostra legge popolare Eutanasia Legale che attende da oltre 4 anni! #LiberiFinoAllaFine».

Mentre l’indignazione è tutta rivolta alle camicie stirate dalla Isoardi per il suo compagno Matteo Salvini, la notizia della scelta del Governo Gentiloni di difendere in sede di Corte Costituzionale la legittimità dell’articolo 580 del codice penale riguardante il reato di istigazione al suicidio è passata quasi in silenzio.

Il Governo ha precisato che l’intervento non è rivolto specificatamente al reato di cui Marco Cappato è stato imputato dopo avere accompagnato Fabiano Antoniani in una clinica svizzera in cui potere avere la morte dignitosa che invano aveva cercato di ottenere in Italia. L’intervento sarebbe dipeso dal proposito più ampio di mantenere una norma “giusta”.

Cosa vi sia di “giusto” dietro l’operazione di un Governo del 2018 che si appella a un articolo degli anni Trenta in relazione a una vicenda del 2017 francamente sfugge. Al netto di un anacronismo che in contesti diversi potrebbe divertire, come quando scattiamo una foto con il nonno facendogli indossare gli occhiali acquistati a Riccione nel 2005, a stupire non è tanto la matrice fascista legata al reato di istigazione o aiuto al suicidio – in fondo l’ordinamento giuridico italiano, a partire dal codice di procedura civile, si compone di moltissimi articoli formulati durante il regime. Si sa, Verba volant scripta manent. E talvolta, specie quando si ambisce a dare regole indiscutibili proprio perché immutate e immutabili, verba manent più del solito, anche se la società a cui si riferiscono nel frattempo è cambiata e continua a farlo.

Verba volant, scripta manent, vero, come è altrettanto vero che gli esseri umani nascono, crescono e muoiono. Nel mezzo fanno anche altre cose ma in fondo le vite si assomigliano tutte. Si nasce, si cresce, si muore, l’assunto è talmente banale che spesso lo si dimentica. Laddove le circostanze con cui si nasce sono del tutto indipendenti dalla propria volontà – al punto che si potrebbe parlare di accadimento anziché di azione – le modalità con cui si cresce e si muore dovrebbero invece coincidere con il proprio arbitrio e rispondere alla propria coscienza, o tutt’al più a quella delle due o tre persone il cui sguardo viene spesso confuso con “propria” coscienza. Dovrebbero, appunto.

Tornando alla scelta del Governo Gentiloni di costituirsi a favore della legittimità dell’articolo 580, a stupire è soprattutto il concetto di vita che traspare in filigrana. Gentiloni e Orlando hanno ritenuto sia giusto difendere l’articolo 580 perché «tutela il bene della vita come bene appartenente all’intera comunità». Dunque vita intesa come bene anzitutto collettivo, e poi individuale.

Passi che il diritto costituzionale dell’autodeterminazione del paziente venga interpretato con un articolo anteriore alla formulazione del diritto della “Costituzione più bella del mondo”. Passi che la matrice fascista dell’articolo 580 sia costitutivamente opposta ai principi da cui è nata la Costituzione, e che in questo caso l’anacronismo tutto possa essere meno che divertente.

Ciò che non deve passare è la riduzione della vita a un bene funzionale e misurabile secondo parametri prima collettivi e poi individuali. Ed è imbarazzante cercare di spiegare il motivo per cui una vita perché risulti un bene collettivo debba anzitutto essere un bene individuale, perché certe cose, pochissime anzi, sono così e basta. Se si prova a spiegarle, si rovinano, come le camicie piegate nell’armadio di Salvini.

Ste Stells

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