La strana voglia di punire degli italiani spiegata da Cesare Beccaria, un ragazzo

Uno sguardo alle parole del grande filosofo dell’illuminismo aiuta a leggere la politica odierna?

Quando nel 1764 fece pubblicare Dei delitti e delle pene Cesare Beccaria era un giovane marchese di 26 anni. Quando Matteo Salvini e Giorgia Meloni scrivono di castrazione chimica e di abolizione del reato della tortura ne hanno qualcuno in più.

Il libretto, messo dalla Chiesa all’Indice nel 1766, è tra le cose di cui gli italiani dovrebbero andare maggiormente orgogliosi, più della pizza.

L’abolizione della pena di morte, l’ispirazione egualitaria secondo cui alla radice del crimine c’è la disuguaglianza economica e sociale e i principi laici che disciplinano il diritto di punire da parte dello Stato in Italia, in Europa e nel mondo sono stati possibili (anche) grazie al libro scritto da un ragazzo ventiseienne. Un ragazzo, come Federico Aldrovandi o Stefano Cucchi, per intenderci.

Nella stesura di Dei delitti e delle pene, Beccaria si fece aiutare dai fratelli Verri e dagli amici dell’Accademia dei Pugni, una società di persone che riunivano i propri intelletti a Milano, in Via Monte Napoleone, per fare metaforicamente “a pugni” con le arretratezze e i soprusi che caratterizzavano la società in cui vivevano.

La politica è per stessa sua natura linguistica, violenta: l’avversario politico va “battuto”, i governi “cadono”, i candidati “lottano”, e la “battaglia” politica non si ferma al termine della campagna elettorale, ma prosegue anche in assenza di una “opposizione” forte da mettere a tacere. La comunicazione di un politico risulta quanto più efficace quanto più scientemente violenta, e ciò tradisce un certo isterismo collettivo, dove sono spesso gli emarginati e i più colpiti da questa o da quella crisi a pretendere un’autorità minacciosa, potente, con cui possano identificarsi.

Il fatto di cronaca avvenuto ieri in Stazione Centrale a Milano e che ha per protagonista Massimiliano Codoro, leghista e candidato non eletto con il centrodestra alle ultime consultazioni politiche, pone l’accento su un ulteriore fenomeno sempre più frequente: la confusione tra il diritto a difendersi (con il placet dello Stato) e il diritto a esercitare un’autorità al posto dello Stato. Massimiliano Codoro ha estratto la pistola dopo che la molestia sarebbe avvenuta, dunque non per evitare la molestia in atto, ma per punirla a posteriori.

Scriveva Beccaria:

È evidente che il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso”.

E aggiungeva che lo Stato, avvalendosi di un “corpo” e “ben lungi di agire per passione, è il tranquillo moderatore delle passioni particolari”, deve decidere l’entità e i modi della pena seguendo come unico criterio “l’utile sociale”.

Sono passati due secoli ma ancora si assiste, sia pure attraverso i social network, alla legittimazione dell’esercizio di una violenza legalizzata e promossa come necessaria.

La castrazione chimica invocata da Matteo Salvini non ha alcun effetto sulla psicologia di una persona che si macchia del reato di aggressione o di violenza sessuale. Chi esercita o reitera un’aggressione sessuale lo fa indipendentemente dall’efficienza del proprio organo sessuale. Imporre la castrazione chimica obbligatoria per chi commette reati sessuali sarebbe dunque una pena che non segue l’“utile sociale”.

Un’altra posizione che sta facendo molto discutere è quella di Giorgia Meloni, che ha recentemente postato su Facebook la seguente frase: “Abolire il reato di  tortura che impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro”. A rendere sottilmente ambigua la frase della leader di Fratelli d’Italia è la doppia natura del concetto stesso di diritto. Il diritto dovrebbe essere contemporaneamente lo strumento per proteggere i cittadini dall’arbitrio dell’autorità e il mezzo con cui l’autorità cerca di proteggere se stessa nel suo esercizio. Una condizione non facile da raggiungere, ma necessaria, perché, come diceva il grande Montesquieu citato da Beccaria, “ogni pena che non derivi dall’assoluta necessità è tirannica”.

Soltanto in uno Stato garante e con un governo solido può esserci un diritto di punire esercitato legalmente e al riparo da “passioni particolari” senza calpestare il contratto sociale che ogni cittadino, più o meno consapevolmente, stipula con i suoi simili, in quanto, come scritto in Dei delitti e delle pene:

Fu la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà […] ciascuno non ne vuole mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile, quella sola che basti ad indurre gli altri a difenderlo. L’aggregato di queste minimi porzioni possibili forma il diritto di punire; tutto il di più è abuso e non giustizia”.

Parole di Cesare Beccaria, un ragazzo.

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Stela Xhunga

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