Le piante assorbono metalli pesanti (però poi magari te li fumi)

E’ sorprendente e ancora parzialmente inesplorata la capacità delle piante di ripulire il terreno da metalli pesanti o inquinanti organici. Attenzione però: lo fa anche il tabacco e la canapa…

Una recente indagine ha messo in luce, grazie alla genetica, il meccanismo usato dalle piante per pulire il suolo dagli inquinanti, grazie all’interazione tra radici, funghi e batteri.

In sostanza il salice, noto purificatore del terreno, fornisce zuccheri ai funghi che vivono intorno alle sue radici. I funghi, in cambio, forniscono nutrienti ai batteri, che sono così in grado di abbattere gli idrocarburi. Lo ha mostrato uno studio di genetica, che ha osservato queste complesse interazioni in alcune specie arboree da un punto di vista finora inesplorato. La ricerca è firmata da due università canadesi ed è stata pubblicata da Microbiome.

E’ noto da tempo che le piante, specie quelle a crescita veloce, come i salici, riescono non solo a sopravvivere in terreni inquinati da derivati del petrolio e metalli pesanti, ma riescono addirittura a eliminare queste sostanze tossiche. Il processo è noto come phitoremediation, e finora era stato genericamente attribuito a un metabolismo secondario delle piante, cioè alla produzione di composti specializzati a questo scopo. Adesso questi nuovi studi hanno mostrato che il meccanismo, particolarmente complesso, coinvolge un’intricata interazione e simbiosi tra elementi microbici.

Sabrina Saponaro, docente di Ingegneria Civile e Ambientale al Politecnico di Milano, esperta di bonifica dei terreni inquinati, ci spiega però che questa possibilità è ancora in fase sperimentale, e alcuni tentativi si stanno portando avanti anche in Italia, ad esempio in Toscana. “E’ però un ambito lento da esplorare, perché le piante assorbono inquinanti mentre crescono e dunque molto lentamente. Sapremo di più nei prossimi decenni, diciamo che, in generale, questa lentezza resta comunque un limite, assieme alla considerazione che le piante possono trovare applicazioni di questo tipo solo in terreno non troppo inquinati, con concentrazioni vicine ai limiti ammessi: altrimenti ne soffrono troppo e non sopravvivono”. Inoltre, non tutte le piante sono adatte a tutti i climi o a tutti i tipi di suolo, mentre la loro efficacia – proprio per il meccanismo appena studiato dalla genetica – arriva fin dove arrivano le radici, quindi intono al metro, metro e mezzo, di profondità.

Girasoli, tabacco, brassica, salice, alfa alfa (l’erba medica), pioppi. Queste le specie più conosciute e usate fino a oggi. Ma anche canapa e vetiver, che assorbono i metalli pesanti, la senape indiana, che assorbe piombo, cesio, cadmio, nichel, zinco e selenio, mentre il girasole elimina nichel e cromo. Ma concentriamoci su tabacco e canapa. Questo significa che i metalli assorbiti finiscono nelle foglie? “Sì, che non dovrebbe essere il principale incentivo per smettere di fumare ma sicuramente è un incentivo in più. Anche se bisogna dire che queste piccole piante assorbono una concentrazione bassa di inquinanti: purificano poco il suolo, e trattengono quindi piccole concentrazioni di inquinanti”, mi spiega Saponaro.

“In questo senso è bene chiarire che neppure le piante grandi ‘cancellano’ ciò che hanno assorbito”, e se dunque io ardo la legna di una pianta usata per bonificare un terreno, reimmetto in atmosfera quanto avevo sottratto dal suolo. La phytoremediation più valida, al momento, è quella che semplicemente cambia forme agli inquinanti che trova, li rende più stabili nel terreno impedendo che scolino nelle falde acquifere in caso di piogge abbondanti, per esempio. Fino ad oggi, a rispondere meglio a questi trattamenti sono stati gli inquinanti organici, come i derivati del petrolio: quelli sì in grado di sparire e trasformarsi – grazie alle piante – in sola acqua e anidride carbonica.

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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