Ecomafie Mafia ambiente

Se Pietro Verri avesse realizzato il suo intento oggi con la mafia avremmo potuto concimare i campi

Perché la mafia si interessa all’ambiente più di quanto faccia il cittadino medio? Proviamo a fare chiarezza sul rapporto tra la mafia e l’ambiente, anche grazie a chi la mafia la combatte e la racconta.

Nel 2008 l’Unione Europea ha prescritto agli Stati membri di adottare misure penali al fine di tutelare l’ambiente e l’ecosistema. Con la legge numero 68 del 2015 l’Italia ha introdotto nel Codice Penale 5 nuovi delitti, ovvero ‘i delitti contro l’ambiente’. Sembra incredibile, ma fino a tre anni fa inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono abusivo di materiali ad alta radioattività, impedimento al controllo ambientale, e omessa bonifica non erano delitti perseguibili penalmente, non direttamente per lo meno.

Se consideriamo l’Italia come semplice membro UE, la legge 68 è un successo senza pari. Chiamati dall’Europa a svolgere un compito, siamo stati i primi a consegnarlo perfettamente svolto alla cattedra e a uscire a raccogliere ortiche, godendo del fatto che per una volta la solerzia non era stata prerogativa teutonica ma si era fatta vedere in vesti squisitamente mediterranee.

Se guardiamo all’Italia come al Paese in cui all’inizio del Secolo scorso Luigi Sturzo, non un giudice bensì un prete, sia pure “sinistro prete” come lo definì Mussolini, aveva capito che la mafia, da fenomeno circoscritto geograficamente, di lì a poco si sarebbe ramificata nel territorio e contro il territorio intero, ecco allora che sulla solerzia della legge numero 68 si staglia l’ombra lunga di un ritardo di almeno 50 anni.

Se poi riflettiamo sul fatto che la lotta alla mafia – e in particolare all’ecomafia – è quasi scomparsa dai programmi dei partiti e dai discorsi dei politici durante l’ultima campagna elettorale, troppo tesa a soddisfare gli appetiti degli elettori per porgere loro pietanze indigeste come lo smaltimento dei rifiuti e offrire tematiche “lontane” o tutt’al più estive come l’inquinamento dei mari, il bilancio è presto detto.

La verità è che amiamo l’Italia, vogliamo che tutti amino l’Italia per le sue coste, le sue varietà regionali e i suoi borghi ma a tenere viva la fiamma dell’amore italico è soprattutto l’ottusa credenza che tutto ciò rimarrà a nostro uso e consumo per sempre, al pari di una bella statua che sempre si dà allo sguardo dello spettatore, anche quando scheggiata o privata di un arto. Nei confronti dell’ambiente il cittadino medio conserva un atteggiamento da spettatore, da contemplatore persino, permane in lui una sorta di distonia rispetto alla cornice naturale che lo circonda difficile da afferrare senza ricorrere a psicologismi spicci e a teorie dell’alienazione.

E mentre nella finzione ci appassioniamo agli scenari apocalittici inscenati dalle web serie, nella realtà omettiamo scientemente dalla nostra visuale e dall’obiettivo della fotocamera gli ecomostri, produciamo tonnellate di rifiuti senza curarci di dove questi vadano a finire, intendiamo con “pulizia del mare” quella che ci aspettiamo che effettui il bagnino all’interno del perimetro del nostro lido, possibilmente all’alba, prima del nostro arrivo. Un laisser faire all’italiana che per effetto domino ha portato alla scomparsa dei Verdi dal Parlamento e ha lasciato libero di agire chi spettatore passivo nei confronti della natura non lo è mai stato: la mafia. Perché tutto si può rimproverare alla mafia, tranne che sia uno spettatore passivo.

Alla luce dei fatti emersi circa l’amministrazione comunale dei rifiuti della capitale e in attesa del rapporto del 2018 sull’anno 2017 che pubblicherà Ecomafia di Legambiente ed Edizioni Ambiente, fanno riflettere i risultati relativi al 2016: sono 25.899 i crimini ambientali contestati dalle forze dell’ordine, con una media di 71 crimini al giorno, 3 all’ora. Un giro di affari che ha portato oltre 13. 000 000 euro di illeciti, che, sebbene abbiano conosciuto un calo del 30% rispetto al 2015, anche a fronte di un aumento degli arresti e delle confische pari al 20%, sono finiti per lo più in tasca alle mafie, da Nord a Sud. Prova ne sia la classifica provinciale dell’illegalità nel ciclo dei rifiuti del 2016, che vede fra le prime 10 peggiori province italiane, oltre a Napoli e Reggio Calabria, Roma e Genova.

Talvolta il cervello procede per associazioni incomprensibili, altre volte invece si avvale di consequenzialità lapalissiane, come quando si cita la definizione che Peppino Impastato diede della mafia e subito il pensiero corre spontaneo a Pietro Verri. Illuminista, economista, autore di un trattato sulla felicità, infaticabile agitatore della scuola di Milano che nel Settecento fece chinare il capo alle teste coronate e ai philosophes di tutta Europa, Pietro Verri, smanioso com’era di migliorare non soltanto la società in cui viveva, ma pure quella che avrebbe lasciato ai posteri, tentò ogni strada, compresa quella avveniristica di trasformare le feci umane in concime. Se Pietro e i suoi agronomi avessero trovato il modo di realizzare il nobile intento, oggi, con tutta la mafia che c’è, avremmo potuto almeno concimare i campi.

Quali sono le responsabilità di un cittadino di fronte alla mafia?

Lo abbiamo chiesto a Chiara Frazzetto, sorella di Giacomo e figlia di Salvatore Frazzetto e di Agata Azzolina, vittime della mafia niscimese:

“Bisogna contrastare le ecomafie e le mafie con le denunce, non bisogna mai tacere davanti alle illegalità e alla corruzione. Denunciare chi avvelena la propria terra per sconfiggere l’indifferenza che ci circonda. Bisogna urlare davanti alle ingiustizie e contrastarle con le denunce. Che dire di Libera, mi ha ridato la voglia di lottare e di andare avanti, vorrei tanto ringraziare Luigi Ciotti e l’Avvocato Enza Rando che mi hanno presa per mano a 20 anni quando ero sprofondata in un profondo dolore. Oggi, grazie a loro, mi sento una donna forte e con tanta voglia di fare memoria, perché i nostri cari vivono grazie ai nostri ricordi. Ricordiamoci che dietro ogni nome c’è una famiglia che soffre. Non esistono mafie apparentemente piccole o apparentemente non mafie, tutto ciò che è illegale è da combattere alla stregua della mafia, che sia criminalità comune o criminalità organizzata. Bisogna sempre ribellarsi, a prescindere che questa si chiami mafia, criminalità comune o criminalità organizzata”.

Perché in Italia si parla così poco di ecomafia?

La posizione di Luca Rinaldi, giornalista dell’Investigative Reporting Project Italy (IRPI) e penna del Corriere della Sera, è chiara:

“Si parla troppo poco di ecomafia, perché quando si parla di questa è necessario parlare di impresa. Un’impresa che trova nell’illegalità una via di sviluppo e di taglio dei costi. Il delegato per la criminalità ambientale della Dna Roberto Pennisi ha descritto il fenomeno come «una centrale affaristico-imprenditoriale-criminale» dove spesso sono gli stessi imprenditori a rendersi protagonisti di un agire criminale ancora prima che lo facciano le organizzazioni mafiose. Così una bolla di trasporto alterata, una bonifica fatta passare come tale ma in realtà mai realizzata oppure un rifiuto classificato volutamente in modo errato possono essere spie di una illegalità diffusa all’interno di una impresa o di un intero settore.
Dopodiché un faro va necessariamente acceso sulle conseguenze di tutto ciò. Per fare un esempio il più possibile recente e aderente alla realtà possiamo citare i ripetuti incendi che si sono sviluppati da sud a nord del Paese presso gli stabilimenti di stoccaggio e trattamento rifiuti. Tra i 261 episodi di questo genere avvenuti negli ultimi tre anni il 47,5% è avvenuto al nord e tra questi uno su tre è risultato essere di origine dolosa. Nella sola Lombardia, ha riportato la Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti, nel 2017 è divampato un incendio al mese. Tra chi non ha le carte in regola il fuoco diventa più di una tentazione e pure gli incendi sono monitorati tra i cosiddetti «reati spia». Del resto lo ha sottolineato anche il comandante del Noe di Milano Massimiliano Corsano dopo uno degli ultimi roghi avvenuti in provincia di Pavia, uno dei centri maggiormente colpiti dal fenomeno: «Si inquina non per scarsa etica o per poca conoscenza, ma perché ci si vuole arricchire». In mezzo ci sono i cittadini: esposti ai rischi ambientali e di salute che un ciclo dei rifiuti malsano non può che alterare. Ore e ore esposti ai roghi dei rifiuti bruciati, o costretti a bere acqua da una falda inquinata perché un imprenditore ha deciso di rivolgersi a una ditta dai prezzi straccia-concorrenza che andava a smaltire rifiuti di notte in campi di solito riservati all’agricoltura”.

Ste Stells

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