Che differenza c’è tra un “negro” e un cervello in fuga?

Meno sbarchi in Italia, più italiani laureati in fuga all’estero

Ogni sbarco, ogni sguardo terrorizzato, ogni cadavere gonfio e ogni sopravvissuto che viene recuperato si trascina dietro un mare di polemiche più grande del Mediterraneo stesso. E, mentre ci accaniamo a parlare di “negri”che “invadono” la “nostra” Italia, i giovani italiani fanno la valigia e se ne vanno all’estero. Tutto questo mentre l’Europa ci bacchetta perché i nostri laureati guadagnano meno e tardano a trovare lavoro, quindi se ne vanno.

Puntiamo il dito contro i migranti e non siamo altro che migranti.

Migranti economici, come i nostri padri e i nostri nonni che abbandonavano in lacrime casa, famiglia e amori per cercare un futuro migliore nel Nord delle grandi fabbriche o all’estero. “Loro però andavano lì a lavorare”, dice oggi qualcuno.

In realtà la differenza tra i migranti di oggi e di ieri sembra essere tutta nella valigia: i nostri nonni avevano quella di cartone, noi invece spostiamo con un dito trolley pesantissimi dotati di rotelle, ma chi sale su un barcone porta con sé soltanto ricordi, speranze e qualche misero avere. Sembra che in base al mezzo di trasporto e alla possibilità di sceglierne uno affidabile classifichiamo migranti buoni e cattivi, migranti che hanno il diritto di migrare e migranti che non lo hanno, ignorando i motivi comuni che spingono a mettersi in viaggio: ogni uomo sogna una vita migliore per sé e per i propri figli.

Se i nostri giovani vanno via, l’Italia si svuota? E ha ragione qualcuno a parlare di “invasione” ad ogni sbarco? Leggiamo i dati. Ci aiutano a capire perché dovremmo preoccuparci di più di chi se ne sta andando e perché, invece di ossessionarci con i numeri su chi arriva, sarebbe più importante riflettere su chi non ce la fa.

Chi arriva in Italia? Calano gli sbarchi, ma l’odio non si placa

Secondo dati Istat aggiornati al 1 gennaio 2018:
– residenti in Italia: 60.494.000
– italiani: 55.430.000
– stranieri: 5.065.000 (8,4%)
Naturalmente, questi stranieri sono quelli in possesso di regolare permesso di soggiorno.

Considerando i Paesi di provenienza dei cittadini stranieri residenti in Italia, le comunità più numerose sono quella romena (23,13%), albanese (8,6%), marocchina (8,1%), cinese (5,7%) e ucraina (4,6%), con cittadini distribuiti in maniera eterogenea su tutto il territorio nazionale.

Ma l’odio è tutto rivolto verso il mare, verso i barconi. La cieca ignoranza dell’hater lo porta a urlare online che l’invasione è costante e incontrollabile, che questa gentaglia in arrivo dall’Africa è priva di senso civico, che apriamo le porte a potenziali ladri, stupratori e assassini pronti ad annientare i nostri simboli, i nostri valori, la nostra cultura.

Lasciamo parlare i numeri.

I dati diffusi dal ministero dell’Interno sul numero dei migranti sbarcati dal 1 gennaio al 30 luglio 2018, comparati con i dati riferiti allo stesso periodo degli anni 2016 e 2017, parlano di un calo degli sbarchi rispettivamente dell’80,02 e dell’80,60%. Una piccola vittoria per chi ha basato un’intera campagna elettorale sulla necessità dei respingimenti. Lo stesso premier Matteo Salvini esulta e si vanta del calo degli sbarchi sebbene la chiusura dei porti sia roba di un mesetto fa.

L’Italia comunque non è attualmente al primo posto per numero di sbarchi. Non intendiamo negare il problema accoglienza e la necessità di risolverlo insieme all’Europa per gestire in maniera più efficace i flussi in arrivo e poi la permanenza e la ricollocazione di chi sbarca. Ma i numeri hanno il segno meno, i numeri non sono a favore di chi sostiene la tesi dell’invasione. Eppure odio, razzismo e preoccupazione dilagano.

 

Anche i dati dell’UNHCR sono chiari. Questa è la situazione nel Mediterraneo aggiornata al 31 luglio 2018.

La riportiamo perché c’è un dato che dovrebbe colpirci più degli altri, quello sui morti. C’è gente là fuori che muore in mare, mentre noi siamo impegnati a contare quanti ne arrivano e a soppesare se siano troppi.

Non sono numeri, è gente con lo sguardo di Josepha e il corpo di Aylan.

Intanto i giovani italiani si trasferiscono all’estero

“Si trasferiscono”, sia chiaro. Noi andiamo all’estero per costruire un futuro migliore, con tutta la poesia che il suono di queste parole evoca.

Non ci piace definirci “immigrati”, noi mica saliamo su un barcone con l’ansia di non arrivare, noi mica stiamo ore sotto al sole cocente e in mezzo al mare, noi al massimo ci lamentiamo dello spazio ristretto sui voli Ryanair, sul costo del bagaglio trasportato in stiva o del ritardo rispetto all’orario di arrivo previsto. Né il caldo, né la sete, né le onde ci possono strappare via un figlio, un amico, un parente, un compagno di viaggio.

Partiamo con altre ansie, tipiche del nostro mondo. E partiamo da un Paese in crisi, che fatica a rialzarsi. No, chi parte dall’Italia non è sempre un privilegiato che sceglie di emigrare, ma non ha come alternativa la morte né deve temerla ad ogni secondo del suo viaggio.

I numeri, dunque.

Secondo dati della Fondazione Migrantes, al 1 gennaio 2017 gli italiani residenti all’estero iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) sono 4.973.942, + 60% dal 2006. Le mete più gettonate per l’espatrio vedono in testa il Regno Unito seguito dalla Germania.

Cambiano i tempi e non si parte più soltanto dalle regioni del Sud, anzi, si parte soprattutto dalla Lombardia.

Il dato riferito all’anno 2016 vede il 39,2% di espatri di giovani tra i 18 e i 34 anni, su un totale di 124.076 espatriati. Persone con una formazione che li spinge a cercare lavoro là dove le competenze potrebbe essere meglio valorizzate. O almeno così si pensa.

Secondo l’Ue aumenta il rischio di fuga di cervelli dall’Italia

A bacchettare l’Italia ci pensa anche l’Europa. Il rapporto Paese della Commissione Ue dello scorso marzo riferisce che “L’istruzione superiore continua ad essere caratterizzata da tassi di abbandono scolastico elevati e da una durata degli studi relativamente lunga. Il settore è inoltre insufficientemente finanziato: la spesa pubblica è inferiore allo 0,4% del PIL. (…) I laureati italiani guadagnano meno e tardano a trovare lavoro rispetto agli omologhi europei (OCSE, 2016a). Gli incentivi a proseguire gli studi dopo la scuola secondaria sono dunque ridotti, mentre aumenta il rischio di fuga di cervelli”.

Mentre ci accaniamo contro l’ultimo arrivato che ha scampato la morte per miracolo, mentre ci chiediamo a vicenda “Ma tu a casa tua lo accoglieresti davvero?”, i nostri giovani partono verso altre terre promesse. L’Italia, morfologicamente creata per accogliere, vede i suoi figli partire e cerca paradossalmente quell’accoglienza che fatica a concedere.

Già, perché non dovrebbero accogliere con entusiasmo un figlio dell’Italia? Siamo italiani, mica negri…

 

Fonte immagine cover: Hernán Piñera, One Way (Flickr)

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Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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