Microplastiche, l’invasione invisibile

Avete mai provato a cercare su Google immagini legate al “mare di plastica”? I risultati che ne emergono offrono fotografie che si possono definire con una sola parola: agghiaccianti. Barchette galleggianti su immense isole di plastica sono la dimostrazione dell’emergenza che i nostri mari stanno vivendo.

In un’intervista a Repubblica.it del settembre 2017 il velista Giovanni Soldini affermava che durante i viaggi in solitaria la sua imbarcazione veniva spesso colpita da rifiuti di plastica che galleggiavano in alto mare.
Queste immagini e questi racconti ci colpiscono particolarmente ma non finisce qui… perché, come diceva il Piccolo Principe, “l’essenziale è invisibile agli occhi”. E in questo caso non è una buona cosa perché l’essenziale sono piccole, piccolissime particelle di plastica – soprattutto poliestere e polietilene e polipropilene – da pochi micron a 5 millimetri di diametro che secondo uno studio choc della Orb Media, un’organizzazione non profit di Washington, pubblicato sul Guardian a settembre 2017, sono presenti in tutta l’acqua del mondo: e attenzione, non solo dei mari ma anche in quella potabile!
Queste microplastiche arrivano nel mare, nei fiumi e negli oceani e vengono ingoiate dai pesci e dai molluschi. Le ritroviamo nell’acqua che beviamo e nei cibi che mangiamo: già nel 2016 la Fondazione tedesca per la salvaguardia del mare citava uno studio del professor Gerd Liebezeit dell’Università di Oldenburg che ha dimostrato la presenza di microplastiche nel miele, nell’acqua del rubinetto e nella birra, e affermava la contaminazione del 65% dei gamberetti del Mare del Nord.

Insomma, come sostiene il sito Amapola che si occupa di sostenibilità ambientale: “Il problema non è più bere acqua in bottiglie di plastica. Il problema è la bottiglia di plastica dentro il tuo bicchiere d’acqua”.

Secondo lo studio di Orb Media che ha testato 159 campioni d’acqua potabile in altrettante città grandi e piccole di tutto il mondo, l’83% dei campioni sono risultati contaminati dalle microplastiche. Il triste primato appartiene agli Stati Uniti dove sono state trovate nel 94% dei rubinetti, seguono Libano e India. L’Europa ha registrato la percentuale più bassa che comunque si aggira sul 72% dei casi.
Il Rapporto Frontiers 2016, rilasciato dall’UNEP, inserisce l’inquinamento da microplastiche negli oceani tra le sei minacce ambientali emergenti.

Anche il nostro Mar Mediterraneo non è immune dal disastro-plastica. Uno studio dell’Università di Siena condotto dal gruppo di ricerca coordinato dalla professoressa Maria Cristina Fossi e pubblicato sulla rivista scientifica “Marine Pollution Bulletin”, rileva che: “E’ a un livello allarmante la presenza di microplastiche nel mar Mediterraneo, anche nell’area protetta del Santuario dei Cetacei: il valore medio, 0,62 particelle di microplastica per metro cubo, è simile a quello riscontrato nelle isole di spazzatura che galleggiano nell’Oceano Pacifico. I maggiori livelli riscontrati sono nel mar Ligure, con una presenza 7 volte superiore rispetto al Mar di Sardegna.”
Si tratta della prima ricerca al mondo a rilevare la presenza di microplastiche nel plancton e di conseguenza nelle balenottere che di placton si nutrono.

Da dove arrivano le microplastiche?
Da molte parti, proprio perché la plastica si trova ovunque nella nostra vita quotidiana ormai da molti anni. Vi segnaliamo i maggiori responsabili:
1) I prodotti cosmetici (creme esfolianti, dentifrici, creme, gel).
2) L’abbigliamento sintetico (vestiti in pile, abbigliamento sportivo, tessuti acrilici)
3) La polvere dei pneumatici.

Per quanto riguarda il primo punto l’Italia ha raggiunto un grande obiettivo. Grazie al lavoro di Ermete Realacci e delle maggiori realtà ambientaliste italiane come Legambiente, Marevivo, Greenpeace, Lav, Lipu, MedSharks e WWF, la nostra è la prima nazione in Europa a mettere al bando dal 1 gennaio 2020 le microplastiche nei cosmetici.
Nella Legge di Bilancio, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 27 dicembre 2017, al comma 546 si legge infatti: “Dal 1° gennaio 2020 è vietato mettere in commercio prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche.” E il comma successivo definisce le microplastiche come “le particelle solide in plastica, insolubili in acqua, di misura uguale o inferiore a 5 millimetri, intenzionalmente aggiunte nei prodotti cosmetici”.
Identico divieto è già in vigore negli Stati Uniti dal luglio 2017.
La stessa Legge di Bilancio al comma 545 vieta dall’1 gennaio 2019 la vendita e la produzione dei micidiali cotton fioc in plastica che poi ritroviamo a miliardi di pezzi nei nostri mari.

Per quanto riguarda invece il secondo punto e cioè la massiccia presenza delle microplastiche nell’acqua a causa dell’abbigliamento sintetico la questione è più in alto mare.
Secondo una ricerca del 2016 dell’Università di Plymouth gli indumenti sintetici emettono fino a 700.000 fibre per un carico in lavatrice di 6 chili, in parte vengono intercettate dagli impianti di depurazione e in parte finiscono nei corsi d’acqua. Negli Stati Uniti si parla di 29.000 chilogrammi di microfibre al giorno. Secondo lo studio, una città come Berlino rilascia in microfibre ogni giorno l’equivalente di 540.000 buste di plastica.
La Deutsche Meeresstiftung stima in circa 35,6 miliardi i carichi di lavatrice effettuati ogni anno in Europa e se è vero che ogni lavaggio comporterebbe la perdita in acqua di circa 1.000.000 microparticelle per una giacca di pile, 300mila per una sciarpa in acrilico e 136mila per un paio di calze in nylon ci si rende presto conto dell’entità del problema

In una recente relazione dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura IUCN, si afferma che “Tra il 15 e il 31% dei circa 9,5 milioni di tonnellate di plastica sversate ogni anno negli oceani potrebbero essere microplastiche, quasi i due terzi delle quali provenienti dal lavaggio di tessuti sintetici e dall’abrasione degli pneumatici durante la guida”.

Che fare? Innanzitutto comperare meno indumenti contenenti in tutto o in parte poliestere, fare lavaggi delicati che sfibrano meno gli indumenti, limitare le centrifughe.
Ma questi, anche se si tratta comunque di buone pratiche per ecologisti sensibili, rimangono dei palliativi.

La vera soluzione al problema sarebbe l’inserimento nella lavatrice di un filtro molto più efficace di quelli montati di serie sui nostri elettrodomestici, un filtro in grado di bloccare anche le più piccole microparticelle evitando che possano finire nello scarico e quindi nei corsi d’acqua.

Un filtro di questo genere, in grado di bloccare fibre di dimensioni minori di 160 micron (!) esiste ed è stato brevettato: si chiama Filtrol-160 e viene prodotto dalla azienda statunitense Wexco Environmetal (http://www.septicsafe.com/).
In commercio è disponibile anche un sacchetto-filtro, messo in produzione da una startup tedesca, la Guppyfriend non è così performante come il filtro, ma è sempre meglio di niente…
Una star-up Usa inoltre sta raccogliendo fondi per commercializzare la Coraball, una pallina che messa nel cestello durante il lavaggio potrebbe trattenere le microfibre, la potete vedere qui: https://coraball.com/

Senz’altro la maggiore richiesta e il conseguente incremento della produzione farebbero abbassare i costi di questi prodotti. Quindi:

People For Planet propone di fare un regalo al mare e al nostro sistema digestivo: rendiamo obbligatorio montare sulle lavatrici nuove un filtro anti microfibre.

PER FIRMARE IL MANIFESTO DI PEOPLE FOR PLANET CLICCA QUI

Fonti:
Un interessantissimo video girato dal dr. Richiard Kirby mostra come la microplastica viene ingerita dal placton
https://orbmedia.org/stories/Invisibles_plastics
https://www.theguardian.com/environment/2017/sep/06/plastic-fibres-found-tap-water-around-world-study-reveals
http://www.amapola.it/acqua-pet-abile-microplastica-nell80-delle-fonti-dacqua/
http://web.unep.org/frontiers/2016
http://www.comunicatistampa.unisi.it/dett_comunicato.php?idcs=5094
https://www.journals.elsevier.com/marine-pollution-bulletin/
http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/12/29/17G00222/sg
https://www.plymouth.ac.uk/news/washing-clothes-releases-thousands-of-microplastic-particles-into-environment-study-shows
http://www.biomedical-center.de/was-hat-unsere-kleidung-mit-unserer-nahrungskette-zu-tun/
http://www.meeresstiftung.de/das-mikroplastik-das-aus-der-waschmaschine-kommt/
http://www.deutschlandfunk.de/teilchenfaenger-ideen-gegen-mikroplastik-im-meer.740.de.html?dram:article_id=387271

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Gabriella Canova

Gabriella Canova

Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.

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