Morti bianche, berretti rossi e diritti sbiaditi

L’esorcizzazione si fa a colori, ma il caporalato riguarda tutti, comunitari ed extracomunitari, produttori e consumatori

16 morti e 3 feriti nell’arco di 48 ore, le vittime sono tutte braccianti agricoli extracomunitari caricati su furgoni con targhe straniere al termine di una giornata di lavoro. I 14 braccianti a bordo del furgoncino con targa bulgara e capienza massima per 8 persone che il 6 agosto alle 15:00 si è schiantato contro un tir è quasi certo che viaggiassero in piedi. Sono passate molte ore prima che i corpi venissero portati all’obitorio. L’operazione del riconoscimento dei corpi è avvenuta in loco, anziché nella struttura preposta, come normalmente accade. L’ultimo corpo è stato prelevato dalla strada alle 00.10, dopo avere giaciuto 9 ore e 10 minuti sull’asfalto, in attesa che il magistrato ne autorizzasse il trasporto. Con altrettanta prontezza si è trovato un posto all’ospedale per i 3 feriti.

Come ha dichiarato all’Ansa Ludovico Vaccaro, procuratore della Repubblica di Foggia, “questa povera gente ha avuto problemi anche per trovare posto in ospedale”. Due sono le indagini avviate: l’una riguarda l’incidente stradale, anche se sarà difficile ricostruire la dinamica essendo deceduti entrambi gli autisti dei mezzi coinvolti; l’altra, invece, riguarda il caporalato, ed esaminerà nel dettaglio le condizioni offerte dall’azienda agricola dove i braccianti lavoravano. “Non è possibile assistere ad uno scempio del genere, sulla pelle di povere persone che vengono qui con la speranza di potere migliorare le loro condizioni di vita”, ha aggiunto il procuratore.

Sullo sfondo, ancora una volta, il caporalato, fenomeno tutto nostro, italiano, che non deve certo i natali all’immigrazione, ma che dell’immigrazione si nutre. Molti sono gli organi italiani che indagano, analizzano e tracciano il rapporto tra la filiera agroalimentare e la criminalità organizzata in Italia monitorando in particolare l’evoluzione del caporalato e dell’infiltrazione delle mafie nella gestione illegale del lavoro. Tra questi c’è l’Osservatorio Placido Rizzotto, che deve il nome al sindacalista Placido Rizzotto rapito e assassinato dalla mafia a Corleone nel 1948. I suoi resti furono trovati nel 2009, sessant’anni dopo, in una foiba di Rocca Busambra, e vennero riconosciuti mediante l’analisi del DNA soltanto nel 2012. Storia lunga, bisbigliata, eppure sotto gli occhi di tutti quella del caporalato, quasi quanto quella della mafia.

Spostare l’oggetto della discussione sulle ONG, responsabili di “scaricare schiavi irregolari” significa fare disinformazione, dal momento che i braccianti morti lo scorso sabato nei pressi di Lesina erano immigrati in regola. Così come discutere con retorica terzomondista tragedie come queste altro non fa che acuire faide intestine all’interno di una categoria – quella dei manovali non specializzati – che non può proprio permettersi divisioni o lotte interne.

Fra Paola Clemente, la bracciante italiana morta di fatica a 49 anni mentre lavorava all’acinellatura dell’uva nelle campagne dell’Andria il 13 luglio 2015, e Amadou Balde di 20 anni, Aladjie Ceesay di 23 anni, Moussa Kande di 27 anni e Ali Dembele di 30 anni, morti sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri per un “infortunio in itinere” e provenienti rispettivamente da Guinea Bissau, Gambia e Mali, non c’è alcuna differenza.

La differenza, semmai, la dovrebbero fare i sindacati, gli ispettorati del lavoro, il Ministero degli Interni e tutti i restanti organi incaricati, tra le varie cose, di fare applicare la legge 199 (o Legge Martina). Introdotta nel 2016 dal PD e fortemente voluta dall’allora Ministro delle Politiche agricole e forestali Maurizio Martina, la legge si compone di dodici articoli e due sezioni, una preventiva e una repressiva. Oltre a inasprire le pene per chi sfrutta manodopera in stato di bisogno e a prevedere sanzioni durissime nei confronti sia dei caporali sia degli imprenditori che si affidano alle loro mediazioni, la Legge Martina ha introdotto nuovi strumenti repressivi – come la confisca dei beni e l’arresto in flagranza – e premia le aziende che operano nella legalità.

A dispetto del corpus snello – dodici articoli per due sezioni, una preventiva e l’altra repressiva, la legge 199 è estremamente severa. Quando applicata, si è rivelata efficace per combattere le agromafie e diminuire numeri, oggi, a dir poco allarmanti: 15,5% è l’incidenza del lavoro irregolare sul valore aggiunto del settore agricolo, 4,8 miliardi di euro l’illecito derivante dal lavoro irregolare e dal caporalato in agricoltura, di cui 1,8 miliardi sono solo di evasione fiscale.

Stando alle elaborazioni dell’Osservatorio Placido Rizzotto dei dati Istat, Crea, Inps e INL, nel 2017, su circa 1 milione di lavoratori agricoli, 286.940 erano lavoratori migranti, circa il 28%. Di questi, 151.702 (pari al 53%) erano cittadini comunitari mentre 135.234 (pari al 47%) provenivano invece da Paesi fuori dall’Ue. Se si tiene conto anche del lavoro sommerso, il numero dei lavoratori stranieri impiegati in agricoltura sale a 405.000, di cui 157.000 (pari al 38,7%) percepiscono una retribuzione sotto la soglia sindacale, con un ulteriore abbassamento a scapito delle lavoratrici donne, che in media vengono pagate – 20% rispetto ai lavoratori uomini.

Per chiunque, extra-comunitari e italiani, donne e uomini, valgono poche e semplici regole: nessun diritto né tutela, 8-12 ore di lavoro per 20-30 euro al giorno e compensi a cottimo che si aggirano sui 3-4 euro per ogni cassone da 375 kg di raccolto, con beni di necessità quali acqua (1,5 euro) e panino (3 euro) da acquistare in loco.

In attesa di sapere cosa farà il Ministro degli Interni Matteo Salvini per sopperire alla Legge Martina, che a suo dire, “invece di semplificare, complica”, c’è qualcosa che ciascun consumatore può fare: acquistare prodotti ortofrutticoli di cui siano attestati la provenienza e il rispetto dei lavoratori e delle norme ambientali. Chissà che non si avveri una mobilitazione collettiva in grado di ottenere dalle catene della grande distribuzione maggiori certificazioni e garanzie sull’etica perseguita nelle singole filiere.

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Stela Xhunga

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