Museo d’arte contemporanea di Lyon

Polli bruciati per “arte”

In un museo d’arte in Francia accade anche questo.

In occasione di una mostra personale di Adel Abdessemed presso il Museo d’arte contemporanea di Lyon è stato proiettato un video intitolato “Primavera” in cui si vedono dei polli appesi a una parete e bruciati vivi, presumibilmente dall’artista stesso.

La video-installazione ha indignato l’opinione pubblica, sollevando le proteste delle associazioni animaliste e delle istituzioni museali francesi, una fra tutte Expo in the city, che dallo scorso febbraio porta avanti una campagna volta a fermare l’utilizzo, lo sfruttamento e  l’uccisione degli animali nell’arte contemporanea. Il video “Primavera”, che già durante una precedente proiezione avvenuta nel 2013 in Qatar aveva innestato un dibattito pubblico, non è un unicum nella carriera di Adel Abdessemed. Nel 2008 realizzò “Don’t trust me”, un video che ritrae in loop l’esecuzione di sei animali da fattoria a colpi di bastone. L’intento, spiegò in seguito, era quello di simboleggiare la violenza dello sviluppo economico della Cina. Simboleggiare.

Al di là delle emozioni che una notizia del genere è in grado di suscitare, è bene precisare che chiudere il caso dando ad Adel Abdessemed della “bestia” o augurandogli una fine pari a quella di cui si è reso responsabile per fini “artistici” è  un’azione, nel migliore dei casi, semplicistica. Perché nel mondo animale nessuna “bestia” dà della “bestia” a un suo simile, e men che meno gli augura la morte. Semmai gliela arreca. Per nutrirsi, difendersi, eccetera.

Il caso di Adel Abdessemed rappresenta l’estremizzazione di un fenomeno che sta investendo ormai da decenni l’arte contemporanea e che vede l’utilizzo degli animali da parte degli artisti come meri mezzi simbolici. Damien Hirst, Marina Abramović, Huang Yong Ping, la lista degli artisti contemporanei che si sono serviti di animali è più lunga di quanto si immagini, ma l’origine del fenomeno non è imputabile a una improvvisa degenerazione dell’arte, ma all’inossidabile tendenza dell’uomo a definirsi come essere non animale e non vegetale. La questione, ancor prima che artistica, è antropologica, e ha a che fare con un antropocentrismo erede di un pensiero romantico duro a morire. Poche cose hanno rincretinito l’uomo come il romanticismo. La tendenza a considerare la natura, sia pure sublimata, come un’entità staccata dall’uomo è infatti una tara ottocentesca che ancora oggi rimarca il confine invalicabile tra sé e gli altri, specie quando gli altri sono animali. Ma l’idea che la voce (la phoné) sia di tutti gli esseri viventi e che la coscienza (il Logos) sia invece un’esclusiva degli uomini risale già al secolo precedente. Come scrisse Adorno nella Dialettica all’Illuminismo, “l’idea dell’uomo, nella storia europea, trova espressione nella distinzione dall’animale. Con l’irragionevolezza dell’animale si dimostra la dignità dell’uomo”.

Eppure, anche fra i più accaniti sostenitori della superiorità dell’uomo su qualsiasi altra forma di vita, resta il dubbio: come spiegare il senso di vergogna che assale, nudi, davanti allo sguardo di un gatto?

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Stela Xhunga

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