Sentenza storica dalla Ue: sì alla nozione di ‘coniuge’ per le coppie omosessuali

Secondo i giudici europei la nozione di “coniuge” è neutra e prescinde dal sesso

Grazie a un ricorso presentato da una coppia di coniugi, uno cittadino americano, l’altro cittadino rumeno, e ai sensi delle disposizioni del diritto dell’UE che garantisce la libertà di soggiorno dei cittadini europei e dei loro familiari negli Stati membri dell’Unione Europea, i giudici hanno stabilito che la nozione di “coniuge” comprende i coniugi dello stesso sesso. Perché neutra.

Gli Stati dell’Ue possono rifiutarsi di autorizzare il matrimonio omosessuale, ma non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione negando al suo coniuge del suo stesso sesso, laddove cittadino extracomunitario, il diritto di soggiornare nel loro territorio. È questa la conclusione a cui è giunta oggi la Corte di Giustizia Ue con la sentenza nella causa C-673/16.

La causa ha per protagonisti Robert Clabourn Hamilton e Relu Adrian Coman, un cittadino americano e un cittadino rumeno, sposati legalmente a Bruxelles nel 2010.  Quando nel dicembre 2012 Hamilton ha chiesto alle autorità rumene le carte per potere soggiornare in Romania al fianco del coniuge, gli è stato risposto che tale diritto aveva una scadenza: tre mesi. Poiché la Romania non prevede il riconoscimento dei matrimoni omosessuali, Hamilton non poteva essere riconosciuto in quanto coniuge, nonostante il matrimonio regolarmente avvenuto a Bruxelles.

La coppia ha quindi presentato un ricorso ai giudici rumeni, lamentando la discriminazione di natura sessuale che ledeva il diritto sancito dall’articolo 21, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che conferisce direttamente ai cittadini dell’Unione il diritto fondamentale e individuale di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

La Corte costituzionale rumena, per accertarsi che Hamilton rientri nella nozione di “coniuge” di un cittadino Ue libero di circolare e di soggiornare permanentemente negli Stati membri, si è rivolta alla Corte di giustizia europea, che ha ricordato come una misura nazionale idonea ad ostacolare l’esercizio della libera circolazione delle persone può essere giustificata solo se è conforme ai diritti fondamentali sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. La sentenza della Corte di giustizia europea non autorizza affatto – come hanno riportato alcune testate – i matrimoni omosessuali, ma ribadisce una nozione tanto ovvia quanto poco scontata, ossia che una coppia di coniugi omosessuali gode del diritto al rispetto della vita privata e familiare esattamente come una coppia di coniugi eterosessuali.

È una sentenza storica, perché squisitamente legata alla storia politico-sociale che si sta giocando in Europa e soprattutto in Italia, dove ha fatto scalpore l’affermazione del Ministro Fontana secondo il quale «le famiglie gay non esistono».

Ma è anche una sentenza linguistica, grammaticale  se vogliamo, perché la nozione di ‘coniuge’, ricordano i giudici di Lussemburgo, non ha accezione di genere, è neutra.  La parola ‘coniuge’, di per sé, presa singolarmente, non significa nulla, perché presuppone un’unione di due singoli. (dal latino coniux: cum + jungo, letteralmente “unire insieme”).

‘Coniuge’ è per altro un sostantivo, e i sostantivi indicano un’identità, senza necessariamente connotarla o caratterizzarla, altrimenti sarebbero aggettivi. ‘Coniuge’, ‘individuo’ e ‘diritto’ sono dunque sostantivi. ‘Omosessuale’, ‘gay’, eccetera sono invece trascurabilissimi aggettivi; utili, per carità. Ma ai fini di una comprensione logica della realtà, gli aggettivi sono tutto sommato irrilevanti.

A scuola, negli esercizi grammaticali di analisi logica non si sbagliavano certo gli aggettivi.  Semmai si aveva difficoltà con i verbi, con le azioni. Azioni svolte da persone, libere di circolare. Persone in circolo, e quindi, senza troppo sforzare la logica, esistenti. Con buona pace del Ministro Fontana.

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