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1 miliardo di persone in più entro il 2030: dove collocarlo?

Risponde uno studio pubblicato su “Nature”

La crescita demografica mondiale è inarrestabile e minaccia gli equilibri futuri del pianeta, perciò se non si vuole peggiorare ulteriormente l’impronta ecologica delle persone sulla Terra è necessario riconfigurare quanto stabiliscono accordi internazionali, regioni, e città.

Dove andrà il miliardo di persone in più previsto entro il 2030?

Si stima che ad oggi la popolazione mondiale conti oltre 7,6 miliardi di persone, circa seicento milioni in più rispetto al 2011, e che entro il 2030 sulla Terra vivranno 8,5 miliardi di abitanti. Dove vivranno? E a quale costo? Vivranno prevalentemente in Asia e in Africa, aggravando l’inurbamento coatto di quelle zone, con gravi alterazioni dei 7 parametri vitali di ogni città, i cosiddetti “big seven”: vegetazione naturale, acqua potabile, terreni agricoli, lavoro, alloggi, trasporti e comunità. Nonostante i consumi delle risorse naturali corrano sempre più velocemente rispetto alla capacità degli ecosistemi di rigenerarsi, i primi tre parametri dei “big seven” vanno a scapito degli ultimi tre, perché le priorità di ogni governo mirano anzitutto a creare posti di lavoro e alloggi a favore della comunità, raramente capita che la protezione della vegetazione naturale, dei campi agricoli e delle biodiversità coincida con gli obiettivi primari della politica e delle amministrazioni. Affinché l’impronta ecologica non gravi sulle zone già oltremodo popolose, povere di risorse, o con risorse limitate ad uso di popolazioni indigene, è quindi necessario ripianificare l’urbanistica prima a livello globale e poi a livello regionale e locale, non viceversa. C’è poi un dato, tutt’altro che trascurabile: 1 miliardo di persone in più entro il 2030 significa 1 miliardo di bocche in più da nutrire entro poco più di 10 anni: ciò significa che, come per l’urbanizzazione, bisogna ripianificare anche il sistema alimentare del pianeta, in modo che l’azione non si riduca alla semplice conversione delle terre in nuovi terreni agricoli.

Lo studio

Richard T.T.Forman, professore alla Graduate School of Design della Harvard University a Cambridge, Massachusetts, e Jianguo Wu, professore emerito di scienze della sostenibilità presso la Arizona State University a Temple hanno pubblicato un articolo sulla prestigiosa rivista scientifica Nature dove riportano possibili scenari circa le azioni da intraprendere per scongiurare i rischi della crescita demografica.

A livello globale, i due studiosi hanno analizzato le mappe di The Atlas of Global Conservation, escludendo le regioni afflitte da stress idrici elevati –  in primis quelle costiere, che più di tutte stanno subendo gli effetti dei cambiamenti climatici – le regioni aride o ghiacciate, i centri con specie uniche all’interno di una sola regione, e infine quelle con densità maggiore di 100 persone per chilometro quadrato, dunque di fatto quasi tutta l’Europa, il Medio Oriente, l’India, la Cina, e gli Stati Uniti occidentali.  Andando a esclusione, le aree che meglio si presterebbero a ospitare il miliardo di persone in più sarebbero quindi nel Sud America, nel Canada meridionale, negli Stati Uniti settentrionali e orientali, nel Centro e nel Sud dell’Africa, in diverse aree dell’Asia, come a Nord dell’Himalaya e nelle aree a ridosso del Mar Nero e della Cina settentrionale, e in alcune zone dell’Oceania.

A livello regionale, invece, Forman e Wu suggeriscono una pianificazione olistica che tenga conto dell’equilibrio tra i sistemi terrestri e i sistemi idrici di ogni regione urbana di raggio compreso tra i 70 e i 100 chilometri, così da preservare sia le risorse all’interno di ogni città sia quelle all’interno degli anelli circostanti. Perciò, in risposta all’aumento demografico mondiale, è auspicabile una crescita urbanistica concentrata in quattro punti: periferie, aree urbanizzate a bassa densità appena oltre le periferie, le città-satellite e le città e i villaggi presenti nei terreni agricoli adiacenti.

Un diverso insediamento sulla Terra significa però anche una diversa gestione dei flussi migratori, e qui sta la sfida del futuro. Finché i flussi migratori non verranno gestiti secondo accordi internazionali e finché le migrazioni avranno carattere di urgenza in quanto causate da guerre, carestie e calamità – che spesso altro non sono che effetti secondari o derivanti dalla stessa crescita della popolazione, l’implosione demografica delle città continuerà a peggiorare. È ancora lontano il modello di ricollocazione demografica capace di coordinare spostamenti, sviluppi e migrazioni sostenibili, allo scopo di migliorare le prospettive di ciascuno e quelle del pianeta, non solo di scampare pericoli imminenti.

Stela Xhunga

Stela Xhunga

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