16 miliardi di euro di sussidi dannosi per l’ambiente non verranno tagliati nel 2019

L’avevano promesso, e invece nella “manovra 2019” di quei tagli non vi è traccia

Sul filo del rasoio e a poche ore dall’esercizio provvisorio, il 30 dicembre scorso è arrivato con 313 sì e 70 no (astenuti Pd e Leu, sia pure presenti in aula) il via libero definitivo alla manovra 2019, che però si è scordata di includere il taglio dei 16 miliardi di euro di sussidi ambientalmente dannosi.

A febbraio 2017, in un rinnovato esercizio di trasparenza a seguito degli Accordi di Parigi che avevano visto la partecipazione dell’Italia, il ministero dell’Ambiente italiano aveva pubblicato un documento dal titolo “Catalogo dei sussidi ambientali favorevoli e dei dei sussidi dannosi 2016” dove era messo nero su bianco che dei 41 miliardi di euro di sussidi versati, l’equivalente di circa il 2,5% del prodotto interno lordo nazionale, 9 avevano un impatto incerto o nullo sull’ambiente e 32 si dividevano tra sussidi favorevoli e sfavorevoli all’ambiente.

Cosa sono precisamente i sussidi sfavorevoli all’ambiente? L’Ocse li definisce così: sono sfavorevoli quei sussidi che “aumentano i livelli di produzione tramite il maggior utilizzo della risorsa naturale con un conseguente aumento del livello dei rifiuti, inquinamento e dello sfruttamento della risorsa naturale e distruzione della biodiversità.” Al netto della difficoltà di individuare con precisione i nessi tra un sussidio e i suoi effetti dannosi, il ministero aveva stabilito che l’Italia nel 2016 aveva versato 16,6 miliardi di euro di sussidi dannosi, di cui 11,5 miliardi finiti a beneficio delle fonti energetiche fossili. Miliardi, non bastanti a risolvere i problemi dell’Italia, ma pur sempre utili a risollevarla dall’impasse economico ed ambientale in cui versa. Soldi che sarebbero stati utili in questo nuovo anno, se il Governo avesse mantenuto la promessa di tagliargli, e invece così non è stato, il taglio dei famosi 16 miliardi discusso in campagna elettorale non è stato incluso nella Manovra 2019 né è comparso nella colonnina delle cose fatte all’interno della tabellina sfoggiata via Facebook da Luigi di Maio a chiusura del 2018 (e tutta da verificare). E sì che, lo ricorda bene Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, il ministro dell’economia e dello sviluppo era andato in Europa proprio per esigere “più coraggio sulle politiche energetiche e i cambiamenti climatici”, dimenticandosi, una volta rientrato in Italia, di “aumentare gli incentivi alle rinnovabili e all’efficientamento energetico, tagliando i sussidi diretti e indiretti ai combustibili fossili”.

Per quanto riguarda l’ecobonus previsto sull’acquisto delle auto ecologiche, forse anche a seguito del clamore scatenato dai gilet gialli, fatta eccezione per i cosiddetti Suv, il Governo non è stato capace di  elaborare delle azioni che disincentivassero l’acquisto di auto inquinanti con un sistema basato sul reddito, così da non gravare sulle famiglie meno abbienti. E nulla si è fatto per incentivare chi vuole rottamare la propria auto inquinante senza acquistarne una nuova, per ridurre il sovradimensionato parco circolante italiano, per agevolare gli abbonamenti ai trasporti pubblici e collettivi, per facilitare la sharing mobility e l’utilizzo delle e-bike e degli altri veicoli elettrici quali ad esempio i tricicli e quadricicli.

Sia detto senza partigianeria, e accodandoci alla voce di Ciafani, “dalla manovra per il popolo e contro le lobby ci aspettavamo molto di più su ambiente, energia e clima”. Soprattutto a fronte dei successi benauguranti ottenuti dall’Italia nel 2018 e registrati da REN21, la rete globale che riunisce rappresentanti governativi, scienziati, istituzioni pubbliche, ONG ed associazioni industriali. L’Italia è infatti quinta nel mondo per potenza solare installata e quarta per la capacità fotovoltaica procapite, che rispetto al 2016 è aumentata del  29%, raggiungendo i 98 GW, superando le aggiunte nette di carbone, gas naturale e energia nucleare messi insieme, e sperimentando tecnologie sempre più avanzate, come quella del fotovoltaico a film sottile. Perché non recuperare quei 16 miliardi di euro e spenderli piuttosto a beneficio di ambiente ed economia?

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Stela Xhunga

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