2018: Odissea nello spazio, fra satelliti zombie e sporcizia

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” recita Dante uscendo dall’Inferno

Oggi forse avrebbe scritto: “e quindi uscimmo a riveder i detriti”, guastando la terzina. A rovinare lo spazio, ci pensiamo già noi.

Il numero dei corpi estranei nello spazio sta aumentando vertiginosamente. Osservando i dati forniti dalla rivista scientifica Nature, sono più di 1,800  gli “oggetti” lanciati in orbita nel solo 2017, secondo una tendenza che se fino al 2010 era da ritenersi in costante crescita, negli ultimi anni ha registrato un aumento di emissioni nello spazio senza precedenti. Il pericolo non si annida nel progresso della scienza, ma nel rischio sempre più frequente che gli oggetti nello spazio collidano, provocando schegge e detriti di ulteriori oggetti che possono collidere con altri oggetti, compresi strumenti da 140 milioni di euro, responsabili del controllo del ghiaccio sulla Terra. Nientemeno.

Stava per accadere lo scorso 2 luglio, quando il satellite CryoSat-2 dell’Agenzia spaziale europea (ESA) a un certo punto si è trovato in rotta di collisione con un detrito spaziale e ha costretto i responsabili della missione a intervenire e a deviare l’abituale corso del satellite così da spingerlo in un’orbita più alta ed evitare l’impatto.

Nella bassa orbita dello spazio terrestre il traffico si è fatto intenso, lavorare con i satelliti e valutarne lo spazio circostante per prevedere collisioni ed evitare che fior di investimenti di intelligenze e di denaro finiscano nella discarica è operazione assai complessa. Perché di questo si tratta, di discarica spaziale.

Ogni collisione tra oggetti in orbita provoca una cascata di frammenti i cui spostamenti, anche a causa della diversa forma e proprietà nello spazio di ognuno, rappresentano un rischio per lo svolgimento dei satelliti, siano essi della NASA o di  aziende di comunicazione come Boeing.

Attualmente i radar statunitensi che monitorano la circolazione spaziale nell’orbita terrestre bassa non sono in grado di rilevare oggetti di dimensione minore di dieci centimetri. Entro il 2019 è prevista l’attivazione di un nuovo radar a Kwajalein, nell’Oceano Pacifico, in grado di rilevare oggetti anche più piccoli e così fornire rapporti più dettagliati sul traffico nello spazio, sempre più congestionato.

“Se conoscessimo la posizione di ogni cosa, non avremmo quasi mai un problema”, ha detto Marlon Sorge, specialista in detriti spaziali all’Aerospace Corporation di El Segundo, in California. Tuttavia, come sulla Terra, adibire e conoscere i luoghi specifici in cui si trovano i rifiuti non significa risolvere il problema della sostenibilità.

Lo Inter-Agency Space Debris Committee (IADC, Comitato inter-agenzia per i detriti spaziali) è un’associazione internazionale a cui partecipano varie agenzie spaziali di tutto il mondo, tra cui l’italiana ASI, al fine di porre rimedio al problema dei detriti spaziali.

Come si legge dal sito in inglese – alquanto obsoleto, a onor del vero –  “gli scopi principali della IADC sono lo scambio di informazioni sulle attività di ricerca di detriti spaziali tra le agenzie spaziali membri, per facilitare le opportunità di cooperazione nella ricerca sui detriti spaziali, per esaminare i progressi delle attività di cooperazione in corso e per identificare le opzioni di mitigazione dei detriti”. È appunto per mitigare lo smaltimento dei detriti che la IADC ha stilato delle linee guida su come, ad esempio, “rottamare” un satellite al termine del suo utilizzo, scaricando combustibile e materiali pressurizzati che potrebbero innestare un’esplosione. La rottamazione dei satelliti dovrebbe avvenire per esplosione o disintegrazione nella profondità dell’orbita non oltre i 25 anni di attività, così da evitare contaminazioni con i satelliti ancora attivi. Ma non tutti i Paesi si attengono sempre ai protocolli, e molta preoccupazione destano le aziende private che sempre più spesso si lanciano in progetti pioneristici nella  previsione – errata o no non importa, pur sempre previsione – di poter sostenere le spese dell’intero ciclo vitale di un satellite, compresa la sepoltura.

Circa il 95% degli oggetti attualmente presenti in orbita sono carcasse di satelliti inattivi o menomati, c’è chi all’Università dell’Arizona a Tucson studia per individuare i giusti angoli da adibire a cimiteri dei satelliti, con il proposito di offrire una viabilità satellitare nell’orbita terrestre media (MEO) a dispetto dell’instabilità che presenta per via delle risonanze gravitazionali. Tutto, pur di non sfiorarsi. Aveva ragione Jean-Paul Sartre, “l’enfer est l’autres”.

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Stela Xhunga

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