50 anni dalla strage di Piazza Fontana a Milano

12 dicembre 1969: una strage senza giustizia

Sono le 16.37 di un venerdì di metà dicembre. Dentro la Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano scoppia una bomba che uccide: Carlo Garavaglia, Gerolamo Papetti, Mario Pasi, Giulio China, Eugenio Corsini, Carlo Gaiani, Luigi Perego. Oreste Sangalli, Pietro Dendena, Carlo Silva, Paolo Gerli, Luigi Meloni, Giovanni Arnoldi, Attilio Valè. Calogero Galatioto e Angelo Scaglia muoiono nei giorni seguenti alla strage, per le ferite riportate.

I feriti saranno 88 solo a Milano. Le bombe che sarebbero dovute scoppiare quel giorno erano 5 in tutto: una era stata piazzata in un’altra banca: la Comit a Milano e rimase inesplosa, altre tre scoppieranno a Roma senza fare gravi danni a persone e cose e portando il conto dei feriti a 105.

Per chi in quegli anni era troppo giovane per ricordare e per chi non c’era riportiamo un brano tratto da C’era una volta la rivoluzione. Il Sessantotto e i dieci anni che sconvolsero il mondo scritto da Jacopo Fo e Sergio Parini per Chiarelettere.

Scrive Sergio Parini:

La strage è di Stato

“L’inverno a Milano è una cosa seria. Fa un freddo boia e viene buio alle tre del pomeriggio. Io nel ’69 ero ancora  in terza media e facevo i doppi turni al pomeriggio. In una scuola di fortuna, perché nella mia il terzo piano era crollato di botto sul secondo, facendo accartocciare l’edificio. Per fortuna era successo di domenica, a scuola chiusa, se no non ero qui a raccontarlo.

Insomma, quel 12 dicembre io sono lì alle sei del pomeriggio alla fermata del tram 23 per tornarmene a casa. E fa un freddo cane, appunto. Il 23 faceva un giro un po’ fesso. Io lo prendevo vicino a Porta Venezia. Poi faceva un pezzo di circonvallazione, fino a porta Vittoria, dove piegava verso il Palazzo di Giustizia (lì scendevo) per terminare in piazza Fontana. Ma quel giorno, non si decide ad arrivare. Dopo un quarto d’ora, niente. Dopo mezz’ora, idem. Dopo tre quarti d’ora, semicongelato, mi decido a chiedere a un passante: «Scusi, lei sa perché il tram tarda tanto?». E quello, cupo come le grotte di Postumia: «Ma come, non lo sai? C’è stata un’esplosione in piazza Fontana, è tutto bloccato. Forse una caldaia, ma si parla anche di una bomba. Pare che ci siano dei morti».

A passo di corsa mi precipito a casa, dove mio fratello e i miei genitori sono pronti coi cappotti. Piazza Fontana è lì a cinque minuti. Quando arriviamo, ci sono già migliaia di milanesi attoniti. La Banca nazionale dell’Agricoltura è tutta transennata. Vista da fuori, sembra non sia successo nulla. È solo grigia. Di un grigio che fa male. Ma dentro, ci dicono, c’è un grosso foro. E intorno, 16 morti e decine di feriti. Non ci sono dubbi:

È una bomba!

Subito iniziano a girare le voci: è colpa della sinistra, di quei maledetti studenti, degli operai che nelle fabbriche chiedono la luna. Io, fermo lì in piazza abbracciato ai miei genitori, non ci credo granché. E loro nemmeno. La sinistra non ha mai fatto queste cose. E poi viene troppo a puntino: un massacro per fermare la rivolta operaia e studentesca.
Subito vengono arrestati gli anarchici. Il giorno dopo i giornali hanno a tutta pagina la foto del mostro: Pietro Valpreda, ballerino e anarchico, è accusato della strage. Il 16, Giuseppe Pinelli (anarchico pure lui) vola da una finestra della Questura al termine di un interrogatorio condotto, pare, dal commissario Luigi Calabresi (che verrà assassinato nel 1972). Per il Movimento non ci sono dubbi: Pinelli è stato assassinato, la strage è di Stato. È l’inizio della strategia della tensione. Altre stragi seguiranno: Brescia, l’Italicus, sino alla grande mattanza della stazione di Bologna nel 1980. Loro erano pronti a tutto pur di fermarci. “Loro” sono: i servizi segreti, una buona fetta dello Stato e dei suoi apparati, i fascisti, la P2 ecc.

Ma tutto questo, quel 12 dicembre del ’69, è solo futuro. Io sto lì, a piangere nel freddo e nel grigio di piazza Fontana, e penso: cazzo, adesso ci faranno un culo così, io non sono ancora al liceo e già questi bastardi stanno trasformando la festa in tragedia”.

I colpevoli impuniti

“Basta con la retorica dei misteri d’Italia” scrive Gianni Barbacetto su Il Fatto Quotidiano: “La strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 è stata compiuta dal gruppo fascista e filonazista Ordine nuovo, ben conosciuto e ben collegato con servizi segreti e apparati dello Stato, oltre che con strutture d’intelligence Usa. I responsabili dell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura, come afferma una sentenza della Cassazione del 2005, anche se non possono più essere processati e condannati perché definitivamente assolti per lo stesso reato nel 1987. L’unico di cui è stata riconosciuta processualmente la responsabilità è Carlo Digilio, militante di Ordine nuovo e informatore dei servizi Usa con il nome di ‘Erodoto’, che ha confessato il suo ruolo nella preparazione degli attentati del 12 dicembre e indicato – seppur con elementi non ritenuti sufficienti a condannare – i suoi complici”.

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Libri: C’era una volta la Rivoluzione
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Gabriella Canova

Gabriella Canova

Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.

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