6 consigli per usare il web, senza rischi per i bambini

Google è stato multato perché la sua controllata Youtube ha venduto i dati sensibili dei minori. Come proteggere la privacy dei bambini in rete

Google, attraverso la sua popolare controllata YouTube, ha violato la privacy dei bambini ed è stato multato per la cifra record (giudicata comunque troppo leggera rispetto alla colpa) di 170 milioni di dollari. La società aveva consapevolmente e illegalmente raccolto dati sensibili di bambini e ragazzini, vendendoli a terzi perché fossero raggiunti da pubblicità mirate. Cosa molto grave: di fronte alle ridotte capacità di giudizio di un minore, la legge vieta che si possano incrociare i dati sulle sue preferenze per proporgli pubblicità ad hoc.

Google, nell’accordo, oltre a pagare, ha anche sottoscritto una riforma delle proprie politiche: in futuro richiederà esplicitamente che i contenuti destinati ai bambini siano ben definiti nei suoi canali video, in modo da evitare la presenza di inserzioni mirate in quegli stessi spazi. La sua controllata YouTube sarà anche tenuta a ricevere il consenso dei genitori prima di raccogliere o condividere qualunque dato personale, nome compreso, o immagine di bambini, una misura che in realtà faceva già parte del rispetto della normativa vigente (ma che, come detto, non necessariamente viene rispettata).

YouTube mentiva sapendo di mentire

Del resto, il denaro è denaro. Secondo gli inquirenti, YouTube si era nascosta dietro la regola di non poter teoricamente avere utenti di età inferiore ai 13 anni, per considerarsi immune alle regole sulla privacy dei bambini. «In realtà, la fascia 6-16 anni era, ed è, la sua fascia di pubblico più cospicua, come è emerso dall’esposto, e quindi la società promuoveva gli spazi pubblicitari agli inserzionisti come meta preferita di una audience giovanissima, guadagnandoci sopra milioni di dollari”, ci dice Valentina Amenta, ricercatrice dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr-Iit, esperta dei rischi legati alle nuove tecnologie relativamente ai minori. Dunque YouTube mentiva sapendo di mentire.

Quanto è grave ciò che è accaduto?

Le aziende, o chiunque, potrebbero oggi risalire all’identità di un minore che sta guardando un video su un tablet?

«Non si arriva a conoscere l’identità del bambino, semplicemente perché questo – al momento – non interessa alle aziende – ci spiega Amenta – Ma se ci si volesse arrivare non sarebbe certo difficile. Quel che interessa alle società – al momento – è avere dati sensibili chiamati dati particolari, che sono diversi dai dati personali perché ad esempio non comprendono il nome, ma la geolocalizzazione, il numero di telefono dal quale è stato richiesto il video e il numero identificativo del cellulare». È chiaro che, avuto questo, cioè avuto il nome e la geolocalizzazione del genitore che possiede il tablet da cui si visualizza il video, avere il nome del bambino è un attimo, ad esempio attraverso le foto postate sui social dai genitori, nonni o zii. Ma quanti di noi ne sono consapevoli?

Vedere un video ci espone ad essere schedati

La multa a YouTube dipende dal fatto che è stata fatta un’analisi del comportamento dei suoi utenti bambini. In base alle scelte del minore, YouTube registrava gusti e preferenze, ne studiava il comportamento a fini commerciali, per definire quindi pubblicità mirate al soggetto, «ma l’azienda può arrivare a conoscere, nello stesso modo, anche eventuali disturbi psicologici e comportamentali del minore, che potrebbero essere individuati e segnalati. Se ad esempio il bimbo rivede più volte lo stesso video, si può ipotizzare un disturbo autistico con una certa facilità. Per questo si tratta di dati sensibili, anche se non necessariamente identificativi. Il rischio è quello di essere potenzialmente schedabili in base ai nostri gusti, ai nostri disturbi, al posto dove viviamo e alle abitudini che abbiamo (se, ad esempio, abbiamo l’abitudine di farci un selfie con geolocalizzazione mentre andiamo a fare la spesa, siamo in vacanza, o prendiamo un gelato al bar il gesto non è libero da potenziali rischi)», aggiunge Amenta.

 «Purtroppo troppo spesso non mettiamo filtri di privacy ai nostri social, né ci facciamo problemi a rendere di dominio pubblico la foto di un minore sotto la nostra responsabilità». Ecco quindi che la foto di un bambino al mare, scattata dalla nonna e condivisa su Facebook, potrebbe essere – a seconda del tipo di foto, e a seconda dei filtri della nonna sul social – una mossa potenzialmente molto, molto ingenua, e fare più danno di quel che una multinazionale come Google ha già mostrato di riuscire a fare. «I social sono percepiti come uno strumento ludico fine a se stesso, ma ammesso che oggi sia così, potrebbe non esserlo più domani», continua Amenta, e la storia ce lo dovrebbe aver insegnato. Oggi avere una auto-schedatura di noi stessi, con geolocalizzazione, gusti sessuali, malattie, disturbi e devianze è alla portata di chiunque. Anche se parliamo di minori. E questo semplicemente non è prudente. Allora cosa dovremmo fare per diventarlo?

Il Vademecum di Valentina Amenta (Cnr) per People for Planet

  1. Non lasciare mai lo smartphone o il tablet ad accesso libero ai minori, se connesso a Internet. Se è vero che molti dei video correlati al primo che carichiamo, proposti a lato dello schermo ad esempio da YouTube, sembrano essere sempre cartoni simili a quello visualizzato, non è così. Potrebbe affacciarsi di fronte al bambino di tutto, compresa violenza o pornografia.
  2. Non mettere foto di minori sui social: il farlo è sbagliatissimo. Il bimbo avrà in futuro una sua identità, e potrebbe non volerlo. Dobbiamo rispettare la possibilità che il bambino da grande vorrà una privacy maggiore di quella che noi concediamo a noi stessi. Tra l’altro ci sono già le prime sentenze contro i genitori, o i parenti, vinte dai figli che contestavano questa brutta abitudine. Ricordiamoci che non sappiamo come e quanto potrebbe svilupparsi la tecnologia, ma già adesso, “attraverso il riconoscimento facciale, il volto di un bimbo è sufficiente per giungere al suo nome”. Pensiamo al bullismo. «Banalmente anche gli adesivi dietro la macchina coi i nomi dei membri della famigli sono tutti dati che diffondiamo con troppa tranquillità, in un mondo che mette in rete foto da satellite, droni…: pensiamoci!»
  3. Ancora peggio, non mettere foto di minori dove si mostra la geolocalizzazione e cosa si sta facendo. È rischioso! Perché devo dire a tutti gli spostamenti di un minore?
  4. La nuova legge su cyberbullismo dice che chi carica e distribuisce è responsabile del reato. Rendete vostro figlio consapevole dei rischi che corre se per “scherzo” condivide un video che trovava divertente, ma in realtà bullizzava un coetaneo. Dobbiamo sapere già da ragazzi i rischi penali e civili che corriamo.
  5. Evitiamo di compilare in rete le richieste di dati (nome, cognome…) che ci arrivano via social. I siti della pubblica amministrazione e di molte aziende private (come ad esempio Aruba) sono in genere invece molto sicuri.
  6. Un minore che vuole iscriversi a un social dovrebbe essere istruito come quando gli insegniamo, per anni, la sicurezza stradale, prima di lasciarlo uscire da solo. Allo stesso modo, un 13enne che entra su Instagram, ad esempio, deve essere istruito (e così il suo genitore o tutore) su cosa sta facendo. «Ad esempio deve sapere che se pubblica una sua foto quella può rimanere in eterno nel locale pc di un qualsiasi utente dall’altra parte del mondo. L’educazione digitale servirebbe in ogni scuola. In attesa che ci arrivi, i genitori devono formarsi e formare”.
Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente