A Karen Uhlenbeck il premio Abel

E’ la prima donna a vincere il Nobel della matematica

PERCHÉ le bolle di sapone sono sferiche? Può sembrare una domanda da bambini, ma a pensarci bene non lo è poi troppo. Tutt’altro: si tratta, dal punto di vista scientifico, di una questione molto rilevante e delicata, legata alla cosiddetta teoria delle superfici minime, che ha profonde implicazioni nella geometria e nella fisica. Tanto da fruttare a una delle persone che ci ha lavorato tutta la vita, la professoressa Karen Keskulla Uhlenbeck, della University of Texas at Austin, l’assegnazione del premio Abel, uno dei riconoscimenti scientifici più prestigiosi al mondo, considerato a pieno diritto il ‘Nobel della matematica’

E’ la prima volta nella storia che l’onorificenza, assegnata annualmente dalla Norwegian Academy of Science and Letters, viene attribuita a una donna. Questa la motivazione ufficiale del riconoscimento, nelle parole di Hans Munthe-Kaas, capo della commissione Abel: “Karen Uhlenbeck riceve il primo Abel 2019 per i suoi lavori fondamentali nell’ambito dell’analisi geometrica e della teoria di gauge, che hanno cambiato profondamente lo scenario della matematica moderna. Le sue teorie hanno rivoluzionato la nostra comprensione delle superfici minime, come quelle formate dalle bolle di sapone, e più in generale i problemi di minimizzazione in più dimensioni”.

Karen Uhlenbeck, genio solitario (in gioventù)

La matematica è entrata relativamente tardi nella vita di Uhlenbeck. Classe ’42, nata a Cleveland, racconta di essere stata una lettrice vorace da bambina, ma di non aver avuto alcun interesse per la matematica fino all’iscrizione all’università. Poi, durante un corso preparatorio, il colpo di fulmine: “La struttura, l’eleganza e la bellezza della matematica mi hanno colpito all’improvviso”, racconta nel suo libro Mathematicians: an outer view of the inner world. “E mi sono innamorata”. Tanto più che lo studio della matematica, nel chiuso della sua stanza, si sposa bene con l’indole solitaria di Karen: “Durante la prima parte della mia carriera”, prosegue la scienziata, “consideravo tutti i lavori da svolgere insieme ad altre persone come professioni orribili”.

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