Abbiamo meno di 10 anni per dire stop alle auto a benzina e diesel se vogliamo salvare il clima

Se vogliamo limitare l’innalzamento della temperatura del pianeta dovremo ridurre le auto e rinunciare a quelle a diesel, benzina e ibride entro il 2028 in tutta Europa

Se vogliamo limitare il surriscaldamento globale, l’ultima auto che viaggia con un combustibile “fossile”, anche se ibrida, dovrà essere venduta entro e non oltre il 2028, e il “parco macchine” europeo andrà comunque in generale ridotto a breve.
Lo rivela uno studio commissionato da Greenpeace all’istituto di ricerca tedesco DLR, che ha preso come riferimento massimo per l’innalzamento delle temperature medie quello stabilito dagli accordi di Parigi del 2015, dove si era concordato che non dovessero aumentare oltre il grado e mezzo. Una soglia ambiziosa e ai limiti dell’azzardo, dato che molti studi hanno confermato che un aumento superiore ai due gradi spazzerebbe via intere isole e nazioni vicine al mare.
La ricerca si riferisce alle auto circolanti nell’Unione Europea, più Norvegia e Svizzera. Il modello messo a punto dall’istituto DLR mostra che l’ultima automobile con un motore a combustione interna, comprese le auto ibride convenzionali, dovrà essere venduto al più tardi entro il 2028, se si vogliono evitare le conseguenze più severe del cambiamento climatico. In più, sempre secondo lo studio, il numero delle auto circolanti alimentate con derivati del petrolio dovrà essere ridotto dell’80% entro il 2035 e in generale dovranno diminuire le auto private.
Il rapporto dell’istituto tedesco rivela che anche un ambizioso “phase out”, un pensionamento dei veicoli “fossili” entro il 2028  sforerebbe comunque gli obiettivi, e di ben 300 milioni di tonnellate di Co2. La deduzione che ne consegue è che non sia quindi sostenibile la prospettiva di sostituire semplicemente ogni auto con un motore a combustione interna con un’auto elettrica, ma dovranno diminuire le auto private a favore di altri modelli di mobilità, condivisa, pubblica, multimodale (cioè con più mezzi combinati tra loro).
Greenpeace ha voluto dare una scossa alle industrie automobilistiche, che oggi hanno ancora modelli per lo più legati al motore a combustione interna, e ai governi europei, che in generale negli ultimi anni hanno affrontato i problemi ambientali sempre con una certa flemma. L’associazione ambientalista non si è limitata a lanciare l’allarme ma ha anche voluto evidenziare i vantaggi di un rapido passaggio alle tecnologie elettriche e a nuovi modelli di mobilità.
Le opportunità: più salute, città più vivibili, nuove economie green
 
“I benefici di una rapida transizione energetica nel settore dei trasporti vanno oltre la necessità di difendere il clima”, spiega Greenpeace nel suo report, “prima elimineremo i gas di scarico dalle strade di fronte alle nostre abitazioni, alle scuole, agli ospedali – specie quelli dei veicoli diesel – prima attenueremo la crisi sanitaria dovuta all’inquinamento atmosferico, responsabile ogni anno, in Europa, di circa 400.000 morti premature. Le sostanze patogene concentrate nell’aria che respiriamo rappresentano oggi il più grande rischio ambientale per la salute pubblica in Europa, secondo la Corte dei Conti dell’UE”.
Dal punto di vista del passaggio all’elettrico, secondo Greenpeace, una buona pianificazione può determinare una virtuosa “alleanza” tra mobilità elettrica e fonti rinnovabili, con i veicoli che possono fare da accumulatori di elettricità e contribuire a migliorare una rete di fonti elettriche al 100% rinnovabili.
In tutto questo andrebbe ripensato anche il sistema di produrre le auto stesse, che dovrebbe essere riprogettato in ottica circolare, con auto più facilmente smaltibili, anche quelle elettriche. Una buona opportunità anche per le industrie e la ricerca, per abbandonare definitivamente i vecchi modelli economici e abbracciare gli obiettivi di economia circolare già fissati come prioritari dall’Unione Europea.
Greenpeace ha stilato un decalogo di richieste per i governi, evidenziando anche i vantaggi di questi passaggi.
Siamo in un momento storico in cui tutte le democrazie si stanno curando particolarmente del “qui ed ora”, più che del futuro. Ma alcuni di questi suggerimenti sono in discussione da anni, altri sono semplice buonsenso. E, se ci pensiamo, il 2028 è ormai “qui ed ora”, a nove anni di distanza, una/due legislature, un paio di mandati scarsi.
Ce la faremo? In gioco c’è ben più di una rielezione.
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Margherita Aina

Margherita Aina

Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi

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Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi