Ad attendere Megalizzi la Repubblica, ad attendere Battisti il circo

Che fine hanno fatto gli altri terroristi? Se pensiamo di risolvere gli anni di piombo con un po’ di circo siamo proprio dei fessi

Ad attendere la salma di Antonio Megalizzi c’era la Repubblica Italiana, con nessuna alta carica a rappresentare il governo, solo il ministro Riccardo Fraccaro.

Ad attendere il latitante Cesare Battisti c’era un circo da fare invidia a Fellini, con cavallerizzi, clown, uomini cannone e tutto il cucuzzaro, il governo pressoché al suo tronfio completo. Uno spettacolo in pompa magna che forse non sarà dispiaciuto a Cesare Battisti. Insomma, dopo 40 anni di latitanza e un viaggio in aereo con la copertina sulle gambe, deve fare un certo effetto trovarti una fanfara pronta ad accoglierti, disposta, anzi smaniosa, di dimenticare almeno per un giorno lo spread, la sicurezza, Banca Carige, i processi alla Lega e al suo tesoriere, le prostitute beneficiarie di buona parte dei famosi 49 milioni, eccetera. Insomma, mica bruscolini.

Se per disgrazia dovessimo ricoprire i ruoli dei genitori di Megalizzi, forse, avremmo preferito accogliere un figlio morto al fianco di Mattarella in dignitoso raccoglimento. Niente clown, basta e avanza il Presidente. Mattarella sovrasta il governo non soltanto nella misura in cui le istituzioni sovrastano sempre, per definizione senso strictu, il governo, ma nella cifra stilistica, nella morale, nella storia sua biografica e nella storia di suo fratello, che un distratto Presidente del Consiglio ha chiamato “congiunto”, dimenticando per un attimo chi è stato Piersanti Mattarella. Vero, nel caso di Megalizzi si è trattato di una circostanza tragica, che richiedeva solennità, una gravitas che forse, oggi, solo il Presidente può dare. L’altro ieri invece è andata in scena una caciaronata perché finalmente si potrà applicare una sentenza giudiziaria a un terrorista pluriomicida, sia pure invischiato in casi, alcuni, tutti da verificare, come quello dell’uccisione di Torregiani, non fosse altro perché in quel momento era fisicamente in un altro luogo a sparare. Ma il mostro è da mon-strare senza dubbi né riflessioni. È latino, baby, dalle catene dell’etimologia non si scappa.

Della strana voglia di punire degli italiani anche in situazioni che non compete loro si è già parlato altrove, ma lascia comunque basiti questa ostinazione nell’intendere il carcere non come luogo riabilitativo per qualunque cittadino, qualunque sia la pena di cui si è macchiato, come previsto dalla legge e dalla Costituzione, ma come “luogo in cui marcire”. Terribile. “Non parlarmi degli archi, parlami delle tue galere” diceva Voltaire. Niente come le carceri restituisce la nuance esatta di civiltà di uno Stato. «Così torturavamo i brigatisti» ha ammesso il commissario di polizia Salvatore Genova, arrestato insieme ad altri 4 poliziotti con l’accusa di avere seviziato un brigatista. Tubo in gola, acqua salatissima, sale in bocca e acqua nel tubo, fino a far svenire. Botte, purché non mortali e non visibili ai processi, e se la brigatista era donna, l’orrore: interrogarla da nuda, e manganelli negli orifizi. Le squadre e le celeri deputate alle torture – spesso su base volontaria – si davano nomi evocativi, tipo “Ave Maria“.

Sollievo, persino un po’ di entusiasmo per le vittime sarebbe stato comprensibile, auspicabile.  L’entusiasmo di chi crede, invece, che basti la cattura di Cesare Battisti a pacificare una stagione sanguinolenta e nebbiosa come gli anni di piombo a cavallo dei Settanta è semplicemente fuori luogo, o addirittura fazioso. Con tutto che Cesare Battisti, con la sua baldanza, le sue mediocri aspirazioni da romanziere, quell’occhietto un po’ tagliato da lupo spietato, “mortificava la giustizia italiana e il dolore delle vittime” con ogni idiosincrasia possibile.

In questi giorni si fa un gran parlare delle brigate rosse, e a ragione. Ma le brigate nere ce le ricordiamo?

Nomi come Mambro, Fioravanti forse ad alcuni non dicono niente, ma sono criminali, terroristi che inneggiavano al fascismo, oggi (dopo la condanna rispettivamente a 9 e a 8 ergastoli) di nuovo liberi. Carlo Maria Maggi, componente del gruppo neofascista Ordine Nuovo di cui era il principale referente per il Triveneto, condannato in appello nel 2015 con l’accusa di essere il mandante della strage di Piazza della Loggia a Brescia, condanna poi ribadita nel 2017 dalla Cassazione, ebbene, Carlo Maria Maggi è morto a casa sua senza avere scontato un solo giorno di galera. Stefano Delle Chiaie, cognome delle Chiaje, esponente della destra radicale, quella un po’ celtica, un po’ spiritualista, in seno al Movimento Sociale Italiano, nonostante le pesanti accuse, se ne sta tranquillo nel suo appartamento di Roma, assegnatoli dal Comune di Roma, a fare proselitismo con toni da professore. Sì, perché gran parte dei terroristi di estrema destra degli anni Settanta non solo sono rimasti nella maggiore parte dei casi impuniti, ma hanno dato un’allure intellettualistica al loro passato. Criminali con la penna.

Come Franco Giorgio Freda, libero da anni. Vive ad Avellino con una giovane scrittrice e fa l’editore di ultra estrema destra, con un sito che lo sponsorizza come un intellettuale da riscoprire: il padre di un “razzismo morfologico” (testuali parole) da opporre «alla mostruosità del disegno di una società multietnica». Freda è stato condannato in tutti i gradi di giudizio per 16 attentati con decine di feriti che nel 1969 inaugurarono la strategia della tensione: bombe in contemporanea sui treni, all’università di Padova, in stazione, in fiera, al tribunale a Milano. Leggiadri, questi terroristi, si godono la libertà e il silenzio di chi non augura, per lo meno a loro, di marcire in galera.

Immagine: Fonte Ansa

Stela Xhunga

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