“Sorry we missed you” per raccontare le piazze contro il neoliberismo

Il film è il ritratto umano di un sistema economico spietato; ma non sempre la società civile sta a guardare

Quando la politica si disinteressa dei bisogni dei cittadini, l’unico antidoto è la mobilitazione dal basso: cileni, colombiani e francesi sono scesi in piazza per salvare ciò che resta del welfare state.

Che fine hanno fatto i vecchi diritti?

Il film Sorry we missed you del regista inglese Ken Loach, uscito a gennaio nelle sale italiane, riporta l’attenzione sul tema della deregulation del lavoro nell’epoca del precariato. Loach, ancora una volta dalla parte degli ultimi, mette in scena un dramma familiare che trascende la dimensione domestica e assume carattere politico: la crescente esasperazione di Ricky (Kris Hitchen), corriere sfruttato 14 ore al giorno, sei giorni su sette, e della moglie Abby (Debbie Honeywood), badante a ore, non è che l’espressione umana di un malessere sociale ed economico condiviso da una grande fascia della popolazione costretta a condizioni lavorative più simili a quelle degli operai di inizio ‘900 che a quelle di coloro che hanno beneficiato dell’epoca d’oro del welfare state negli anni ’60. 

Come si è giunti a una tale retrocessione in materia di diritti? La provocazione nel film appare chiara nella scena in cui una delle anziane signore a cui Abby fornisce i suoi servizi, le mostra le foto polverose della gioventù, quando lavorava al sindacato ai tempi delle proteste dei minatori in piena epoca thatcheriana. La nostalgia individuale dell’anziana signora si fonde a quella del regista, e sospirando sui reperti archeologici di un tempo perduto in cui il lavoratore poteva arrogarsi il diritto (privilegio?) di scioperare per far arrivare la propria voce ai piani alti, le foto vengono richiuse in un cassetto: è ora del prossimo turno, arrivederci signora, devo scappare. 

Dunque, le otto ore lavorative, le malattie pagate, il modello del welfare state nella su interezza non è che un ferro vecchio destinato ad una lenta e dolorosa scomparsa? Forse no. 

Malgrado il film di Loach non redima i suoi asfissiati protagonisti, l’anno appena passato apre uno spiraglio di speranza da non sottovalutare: il 2019 è stato denominato, non a caso, l’anno delle proteste

I cileni sono strozzati dai debiti

In Cile la proposta di aumentare il prezzo del biglietto della metropolitana da 800 a 830 pesos ha scatenato il malcontento di una popolazione ormai strozzata dai debiti e da una disuguaglianza socioeconomica non più tollerabile, risultato di un modello economico che, subordinando lo stato al mercato, ne ha causato il suo progressivo indebolimento e la conseguente perdita di credibilità.

La libertà dei cileni si è rivelata per ciò che è: libertà di indebitarsi privatamente per garantirsi l’accesso alla salute, all’istruzione e alla pensione, in una parola: liberismo.  Nel 2015, l’indice GINI (indice che misura la disuguaglianza economica di una nazione) riportava una disuguaglianza di 47 su una scala che va da 0 (assenza di disuguaglianze) e 100 (disuguaglianze estreme). Per meglio comprendere le proporzioni, la Germania ha ottenuto nello stesso anno un punteggio GINI di 31. È rilevante inoltre ricordare che in Germania il salario minimo si attesta sui 1.500 euro mensili, mentre in Cile è di 370 euro. Nonostante le proteste cilene siano state tristemente al centro dell’attenzione mediatica per gli abusi della polizia e delle misure repressive del governo nei confronti dei manifestanti, una conseguenza positiva pare esserci stata: il governo di Sebastian Piñera, alle strette, ha annunciato una serie di misure denominate “Nueva Agenda Social” che includono riforme per quanto riguarda il sistema pensionistico, la salute, i salari e l’amministrazione pubblica. Inoltre, il 15 novembre 2019 il congresso cileno ha approvato l’induzione di un plebiscito programmato per il mese di aprile 2020, che sottoporrà ai cittadini la decisione di redigere una nuova costituzione. 

Il governo colombiano tra repressione e dialogo

Simili le conseguenze del Paro Nacional del 21 novembre 2019 che in Colombia ha portato più di un milione di persone in piazza per far sentire la propria voce contro le riforme del governo Duque volte a smantellare le già precarie garanzie dei lavoratori colombiani. Il partito del Centro democratico, a cui appartiene il presidente Duque, aveva infatti presentato una proposta di riforma del regime lavorativo che avrebbe permesso di ridurre del 25% il salario minimo legale, attestato sui 211 euro, per i lavoratori tra i 18 e 25 anni. La proposta includeva inoltre una differenziazione del salario minimo a livello regionale e la possibilità della contrattazione oraria. Una precarizzazione del lavoro e una pauperizzazione del lavoratore che avrebbe reso le condizioni di vita delle fasce più basse della popolazione ancora più ardue di come già si presentano. 

Gli striscioni dei manifestanti nelle strade di Bogotá che recitavano “Salario minimo dignitoso” si sono aggiunti a quelli contenenti slogan contro la riforma delle pensioni che avrebbe previsto una privatizzazione dell’organo colombiano per le pensioni Colpensiones, abbandonando così definitivamente il sistema bastato sulla solidarietà tra generazioni per passare a un sistema di risparmio individuale che non prevede alcun sussidio statale per il finanziamento delle pensioni. A completare il quadro liberista delle proposte di riforma a cui i manifestanti si sono fermamente opposti, si aggiunga il “Piano di Holding finanziaria statale” che prevedeva la privatizzazione di svariate imprese statali per mezzo della vendita di azioni.

Il governo, incerto se reprimere la protesta o trattare con i manifestanti, ha prediletto la prima strada ma si è visto costretto a percorrere anche la seconda: la squadra mobile antidisturbi è stata incaricata di sedare le proteste – fino a quel momento pacifiche salvo rarissimi episodi di vandalismo – e negli scontri ha perso la vita lo studente appena diciottenne Dylan Cruz, colpito testa da un lacrimogeno sparato a distanza ravvicinata da un agente. Ciò ha causato un prolungamento delle manifestazioni e un aumento del malcontento della società civile che ha portato il presidente Ivan Duque ad accettare il confronto con il Comitato nazionale del Paro, promettendo di ascoltare le sue rivendicazioni. 

I francesi non si arrendono al capitalismo finanziario di Macron

Due sembrano essere dunque le costanti: una virata a destra del modello economico delle nazioni occidentali verso una sempre più rilevante privatizzazione e deregolamentazione dell’economia a scapito della spesa sociale e dei bisogni dei cittadini, e una reazione chiara e prorompente della società civile, decisa ad opporsi a un capitalismo finanziario spietato e dagli effetti sociali iniqui. 

A questo schema rispondono anche le intricate vicende francesi degli ultimi mesi. In seguito alle manifestazioni dei Gilet gialli scaturite dall’aumento del prezzo della benzina, il Paese d’oltralpe ha visto la nascita di una mobilitazione sociale di carattere più tradizionale, guidata dai principali sindacati. Questa seconda ondata di manifestazioni, guidata in un primo momento dai lavoratori delle ferrovie statali e della metropolitana di Parigi, si oppone principalmente alla riforma delle pensioni proposta dal presidente francese. In poco tempo ai lavoratori delle ferrovie si sono unite diverse categorie di lavoratori – medici, infermieri, insegnanti ma anche giovani studenti e pensionati – che a dicembre 2019 hanno affollato le strade francesi per protestare contro la volontà del presidente Macron di trasformare il sistema pensionistico vigente in un sistema di capitalizzazione privata, molto simile a quello statunitense.

Macron sostiene di voler “eliminare i privilegi ingiusti di alcune categorie di lavoratori” che godono di accordi pensionistici più vantaggiosi di altri e che pesano dunque sulle casse dello stato. Omette però di specificare che tali “privilegi” sono stati bilanciati dai datori di lavoro che hanno approfittato della situazione per abbassare sensibilmente i salari, in quanto un regime pensionistico vantaggioso è ritenuto una compensazione sufficiente. Come conseguenza, i lavoratori del settore sanitario francese e gli insegnanti delle scuole pubbliche guadagnano meno dei loro colleghi europei e si stanno progressivamente spostando nel settore privato, che offre salari migliori. La riforma di Macron rischierebbe quindi di appiattire le pensioni di milioni di lavoratori senza compensare con un innalzamento degli stipendi. Secondo l’istituto francese di statistica e studi economici (Insee) la disuguaglianza in Francia ha subito il maggior aumento dal 2010 e un francese su sette vive sotto la soglia di povertà. L’operazione del presidente francese, che sperava di poter dividere i lavoratori convincendo quelli del settore privato che era necessario abolire i diritti di quelli del settore pubblico per tutelare i propri, si è rivelata una bomba ad orologeria: il popolo francese ha fiutato l’inganno e si è ribellato. Gli scioperi, durati più di un mese, hanno fatto precipitare la capitale francese nel caos, bloccando le linee della metropolitana ad eccezione di quelle a guida automatica, causando non pochi disagi nel periodo natalizio.

Dalle piazze al parlamento: ostruzionismo necessario

Se Macron credeva che la riduzione delle imposte sui redditi da investimento (leggasi sgravio fiscale per i cittadini più ricchi) portasse un beneficio anche ai più svantaggiati, certamente si sbagliava. È più probabile che il reale interesse del presidente risiedesse nella diminuzione della spesa sociale sulla scia delle politiche neoliberiste internazionali, per una Francia dalle casse più piene ma sempre più diseguale in termini assoluti. La contrattazione tra governo e scioperanti appare ancora estremamente complessa e conflittuale, ma la sinistra parlamentare è pronta a difendere i secondi: il 4 febbraio 2020, all’Assemblea nazionale francese ha avuto inizio l’esamina del testo della riforma delle pensioni ostacolata dall’ostruzionismo dei partiti socialisti e comunisti.  Mélenchon, fondatore del Partito di sinistra ha affermato: “Rivendichiamo il diritto di fare ostruzionismo, perché, così come un sindacalista sciopera per quarantatré, quarantacinque, cinquanta giorni e perde tutto il suo stipendio, anche i deputati verrebbero meno al loro dovere, se non utilizzassero tutte le armi possibili per ritardare la decisione finale.”

Non è tutto perduto  

In Francia, si sa, la rivoluzione è nata e si è conclusa con la testa del sovrano che rotolava giù.  I tempi sono cambiati (e per fortuna!) e non sarebbe una decapitazione, oggi, a dare uno spiraglio di speranza.

Se Ken Loach con il suo film dipinge il ritratto umano di coloro che in Cile, Colombia e Francia sono scesi in piazza, le proteste in questi paesi offrono ai protagonisti del film la speranza che la luce in fondo al tunnel non debba attendere passivamente la politica ma possa scorgersi nella mobilitazione sociale dal basso. Le proteste degli ultimi mesi, nonostante tutti i pronostici che dichiaravano morto per sempre e riposi in pace il potere contrattuale dei lavoratori, potrebbero costringere i governi occidentali a un confronto ineludibile con quella parte della società civile che si ritrova unita nella lotta per i propri diritti.

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Foto di Mauroperez

Isabella De Silvestro

Isabella De Silvestro

Italocolombiana, laureata in Storia e appassionata di politica e conflitti sociali

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Isabella De Silvestro

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Italocolombiana, laureata in Storia e appassionata di politica e conflitti sociali

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