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Alberi invece di lapidi

Un meraviglioso ulivo, oppure una quercia. Possiamo decidere che albero diventare dopo la morte grazie a un progetto italiano.

Sovraffollamento, grattacieli di loculi, mancanza di spazio: la questione dei cimiteri italiani è cronicamente in crisi.

Ne scriveva anni fa anche Jacopo Fo nel suo blog su Il Fatto Quotidiano: “In tutte le nazioni normali i cimiteri sono grandi appezzamenti di terreno dove si scavano le buche per seppellire le bare. In Italia è obbligatorio costruire un’enorme scatola di cemento armato, con una recinzione muraria alta due metri tutto intorno. E questa struttura di cemento è obbligatoriamente dotata di sofisticati sistemi di drenaggio. Poi lo spropositato scatolone di cemento viene riempito di terra e poi le buche vengono scavate lì. Ovviamente questo moltiplica per 10mila volte i costi per la costruzione di un cimitero rispetto al resto del mondo, visto che gli altri non costruiscono nulla, scavano solo dei buchi nella sacra terra.
Il costo di produzione di un metro quadrato di cimitero è così talmente oneroso che sono stati inventati i loculi disposti a più piani, per ammortizzare le spese”.

L’argomento è spinoso, a parlare di cimiteri, di morte si rischia di passare per menagramo.

A cercare di risolvere il problema però ci stanno pensando gli ecologisti che sempre più spesso chiedono che gli eventi della loro vita siano “green”. Anche il funerale e la sepoltura.
Una soluzione in armonia con la natura potrebbe arrivare da due designer italiani: Anna Citelli e Raoul Bretzel che hanno ideato la Capsula Mundi.

Si tratta di un contenitore biodegradabile a forma di uovo dove si può inserire il caro estinto in posizione fetale o le sue ceneri, e che viene messo a dimora in terra, dove viene poi piantato un alberello, magari a scelta del defunto che ne sarà il fertilizzante.
Potremmo dire ai nipoti: “La vedi quella quercia? È la nonna Amelia! Mentre quel ciliegio laggiù è lo zio Ettore”. Immaginatevi che meraviglia: un bosco rigoglioso al posto di lapidi di marmo con scritte improbabili.

Mentre aspettiamo che venga rivista la legge che regola la normativa cimiteriale, risalente al regio decreto del 27 luglio 1934, possiamo pensare a non sprecare dell’ottimo legno per la bara. Ci sono già in commercio feretri in cartone e urne in mais, in legno naturale privo di vernici, o realizzati con lastre di cellulosa ricavate da fibre naturali recuperate e rigenerate, nonché cortame di legno giuntato a pettine. Una soluzione quest’ultima pensata per contrastare il depauperamento forestale.

Come spiegano i titolari di un’agenzia di pompe funebri a Milano: “Da un metro cubo di legno si ricavano 5 – 6 bare tradizionali contro le 30 – 35 nel caso di bara ecologica in fibra vergine. Per le bare tradizionali, il legname complessivo necessario per il fabbisogno della regione europea corrisponde a circa 7 km quadrati all’anno. Ipotizzando circa 7 milioni di decessi nel periodo indicato, il tempo necessario per la riforestazione è di almeno 50 anni, occupando un territorio di 300.000 km quadrati. Tale superficie, che andrà deforestata, è pari a quella dell’intero stato italiano”.

Nel caso della cremazione poi è importante anche il risparmio energetico che una sepoltura ecologica offre rispetto a quella tradizionale. Una bara in legno verniciato brucia in un’ora e mezza mentre quella in cellulosa in un’ora. Moltiplicate per il numero di cremazioni all’anno in Italia e il numero di ore di esercizio risparmiate diventa impressionante: 33mila equivalenti a 22mila cremazioni in meno. Per non parlare dell’inquinamento provocato dalle vernici disperse nell’ambiente.

Meglio, molto meglio un albero. Io vorrei un bel castagno, e voi?

Gabriella Canova

Gabriella Canova

Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.

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