Ambiguità, maestra di vita

Le opere di Mel Brooks sanno insegnare ancora oggi, già ai bambini, la potenza ambigua delle vicende umane

Qualche tempo fa, dietro richiesta di assistere al loro primo film horror, ho visto con due dei miei tre figli – sei e otto anni – Frankenstein Junior di Mel Brooks. Al termine, mi è parso che entrambi avessero provato un misto tra l’eccitazione dovuta alla loro prima visione e un sottile timore di essere stati furbescamente raggirati: «Papà, era davvero un film horror o no?»

Dovrebbe essere opportunamente festeggiato e ricordato il giorno in cui, perdendo la verginità sentimentale in cui sostiamo da bambini, impariamo la potenza dell’ambiguità. Questo passaggio possiamo affrontarlo solo con l’aiuto dei giganti della storia dell’arte, coloro che hanno saputo mescolare i colori – o addirittura eliminarli completamente nella celluloide della pellicola – mostrando che persino il dramma della morte e del desiderio di sottrarvisi è, per certi versi, riducibile a un losco e comico affare di Schwanzstück – il termine reso immortale dal genio di Brooks e adoperato per alludere alle enormi pudenda della creatura riportata in vita dal nipote del leggendario Dottor Frankenstein.

Il tempo a disposizione – non troppo – va utilizzato a dovere, cari figli. Piuttosto che gettarsi a capofitto a fornire dell’ennesimo significato l’immagine di cui Notre Dame che brucia dovrebbe essere metafora, meglio imparare dai classici quanto l’ansia da significanti sia il primo passo verso la noia piatta. Quando, nel 1967, mezzo mondo è impegnato a percorrere la strada netta della rivoluzione culturale, le colonne dell’arte e dell’immaginazione della storia dell’uomo vanno altrove, preferendo ancora l’ambiguità alla certezza. Tre anni più tardi De André, in totale controtendenza, inciderà La buona novella, mentre quello stesso anno Mel Brooks (ebreo) dirigerà, al suo esordio come regista, The Producers (Per favore, non toccate le vecchiette), mettendo addirittura Hitler al centro di un musical che mostri la profondissima natura farsesca del regime nazista. Capovolgendo i sistemi di riferimento e spazzando via tutte le strutture culturali esistenti si vince la nostra atavica autocommiserazione e anche la storia più tragica del ventesimo secolo appare per ciò che è: un delirante e nascosto affare di Schwanzstück.

Un decennio più tardi, Mel Brooks – ormai reso famoso nel cinema per gli sketch sui cowboy flatulenti – riuscirà a convincere addirittura David Lynch, producendo il celebre The Elephant Man. La storia deve essere davvero un torrente indefinibile e insensato se oggi possiamo assistere a Mulholland Drive, forse l’opera cinematografica che più di ogni altra indica l’impossibilità di fornire una interpretazione chiara e univoca di quanto ci appare reale, solo perché un visionario, anni prima, giocando con l’intraducibilità di Schwanzstück, acquistò il credito e il danaro sufficiente a produrlo. L’arte, infatti, riconosce sempre l’arte e Brooks riconobbe Lynch.

Cosa hanno visto, dunque, i miei figli? L’orrore della tracotanza umana o la comicità lunare di una storia surreale? “Entrambe”, ci ammaestrano i grandi classici. Questo è il loro principale insegnamento.  Solo i pigri più sprovveduti si convincono che la realtà sia sezionabile con un’accetta o che il male di cui soffriamo vanti sicuramente natali illustri. Il più della vita viene, più spesso di quanto si sia disposti a credere, da un inspiegabile e illogico caso.

Fonti

Wikipedia

www.theguardian.com

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.