Anasuyamma, la mamma indiana che ha cambiato le cose piantando 2 milioni di alberi

Da infima paria al piedistallo dell’Onu

In una fredda mattina del 1993, Anasuyamma, una giovane mamma indiana, si svegliò con una tragica notizia, era stata abbandonata dal marito. “Avevo circa 20 anni quando mio marito mi ha lasciato. I miei genitori pensavano che la mia vita fosse finita. Parenti e vicini mi hanno maledetto per quello che era successo. Ero devastata. Ma sapevo che non era la fine del mondo”, ricorda così, la donna che oggi ha 50 anni, quel giorno. Siamo nel villaggio Pastapur nel distretto Sangareddy di Telangana nello stato della Andhra Pradesh, nell’India centrale. Da quella fredda mattina la sua vita si è capovolta in nome dell’eguaglianza di genere, dell’ambiente e della lotta di classe. La ragazza era disperata. Con un figlio e senza marito cercare un lavoro non era un’ opzione, anche perché Anasuyamma non era mai andata a scuola. Dato che non aveva altre possibilità, si mise a fare lavori umili per mantenersi.

La svolta

Un giorno conosce la DDS, Deccan Development Society, una ONG il cui obiettivo è preservare il verde e tenere viva l’agricoltura tradizionale indiana. La maggior parte dei componenti è formata da donne delle classi più basse della gerarchia sociale. Così di giorno Anasuyamma andava a lavorare e di notte studiava. Partecipava alle sessioni di addestramento della Ong sull’importanza di piantare alberi. Imparò come erano utili a questi villaggi, come metodo naturale per trattenere acqua piovana e ricaricare le falde acquifere, evitando così che gli abitanti dovessero percorrere molti chilometri per avere accesso all’acqua. Gradualmente Anasuyamma ha iniziato a trascorrere più tempo con la DDS e poco alla volta ha reso il rimboschimento la sua missione di vita. Anasuyamma ha lavorato instancabilmente con altre donne per convertire le terre desolate in una lussureggiante foresta verde e finora ha piantato oltre 2 milioni di piante su terre sterili o trascurate ed e stata determinante nella creazione di due dozzine di foreste, attraverso 22 villaggi nel distretto di Sangareddi. Ma per fare questo la donna ha dovuto combattere contro i pregiudizi e le incrostazioni culturali di una società che non l’ammetteva in quel luogo.

Il vero peso del suo gesto

Quando Anasuyamma ha cominciato a piantare alberi per l’associazione che l’ha sottratta alla povertà estrema, è stata presto inondata dall’ira degli abitanti del suo villaggio. Tutti l’accusavano di fare lavori da uomini perché pulire la terra e piantare gli alberi di solito in India è compito maschile, inoltre molti vedevano di mal occhio quell’attività su terre considerate comuni.  La donna ha lavorato duramente per convincere gli abitanti che l’Associazione per cui lavorava non era lì per invadere la terra, ma per tutelarla e proteggerla dall’aridità e renderla nuovamente fertile.

Il riconoscimento internazionale

Lo scorso anno, collegata con New York, Anasuyamma ha ricevuto l’Award Equator Prize, prestigioso premio dell’Onu. “È stata una esperienza surreale, per me. Non immaginavo neppure nei miei sogni più sfrenati che una ragazza come me avrebbe potuto ricevere un premio cosi prestigioso. Essere apprezzata e incoraggiata per il mio sforzo ha ripristinato la mia fede nella società”, ricorda.

Cosa significa essere un paria

Nella cultura indiana i paria, in passato definiti come intoccabili, ma la traduzione più appropriata è oppressi, sono definiti i fuori casta o la quinta casta nel sistema religioso e sociale induista, includendo anche gli aborigeni indiani o gli stranieri. Formano il 16% della popolazione. I paria, gli impuri, esercitano professioni che hanno a che fare con la nascita, ostetriche ma anche dottori, o con la morte, i macellai, i conciatori di pelle i crematori, o che vengono a contatto con la sporcizia: i lavandai o i netturbini. A loro volta sono suddivisi in caste e sotto-caste, devono essere isolati dalla società perché possono rendere impuro un membro di caste superiori anche solo sfiorandolo con lo sguardo o con l’ombra. Devono vivere fuori dal villaggio, ed è vietato utilizzare strade o fontane. Formalmente oggi le cose sono migliorate, ma non nella quotidianità dei villaggi indiani.

Una lotta di classe, e di genere: piantare alberi

Capite meglio adesso quanto è stato rivoluzionario il lavoro di Anasuyamma, che non ha solo svolto una impresa impossibile per la sua casta ma ha anche sfidato le regole di genere per quel tipo di lavoro. Anasuyamma ha lavorato instancabilmente per convertire i terreni in foreste e finora ha piantato 2 milioni di alberi in terreni aridi e trascurati ed è stata determinante per creare due dozzine di boschi in 22 villaggi. Ha rotto le regole di genere per proteggere l’ambiente. “Tutti nel nostro villaggio percorrevano molti chilometri per avere accesso all’acqua, a causa della assenza di riserve. Il nostro lavoro ha risolto questo problema – racconta – piantando alberi che trattenendo l’acqua hanno ricaricato le falde”. Dopo tanti anni passati a piantare alberi, oggi Anasuyamma ha la responsabilità di formare la gente del posto, e creare nuove squadre di lavoro. A parte il premio ricevuto dall’Onu, la storia di questa donna mostra come l’inclusione sia sempre la risposta. Dall’inclusione di una sola donna è nata una rete che ha migliorato l’ambiente, la vita e la giustizia di un intero territorio e di numerose comunità.

India, l’uomo che piantò una foresta con le sue mani oggi fa scuola in Sud America

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista, responsabile sezione Green per People For Planet. Ambiente, femminismo e mobilità i miei temi culto. I commenti sono solo miei

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Michela Dell'Amico

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