Anche gli animali fanno il distanziamento sociale

Se il lockdown e la mascherina vi sembrano innaturali…

Il distanziamento sociale ci pesa. Incontrarci e resistere a bracci e abbracci. Tenere la bocca e il naso coperti anche quando fa caldo, proprio quando vogliamo parlare, proprio quando vorremmo commentare, e ci tocca escludere, così, buona parte della mimica che pensiamo indispensabile a farci capire. Addirittura, siamo stati confinati in casa, uscendo stile marines solo per avere accesso ai generi di prima necessità. Abbiamo compianto lo sviluppo sociale mancato per i nostri bambini e ragazzi, e ci siamo stupiti di aver resistito e di resistere a tutto questo: quante innaturalezze ci ha imposto la ragione! Invece, a sorpresa, una bella indagine del sito Treehugger ci svela che eravamo solo noi umani a ignorare l’utilità dell’isolamento come metodo preventivo per la diffusione delle malattie e dunque utile al bene della società, della colonia. Formiche, api e topi, scimmie e primati, (ma anche i pipistrelli), tutti gli animali più intrinsecamente sociali che conosciamo sono in grado di identificare l’arrivo di patologie contagiose, e di cambiare il loro comportamento e le loro abitudini per ridurre il rischio di infezione.

Le rane, la rivelazione

Fino alla fine degli anni ’90 nessuno avrebbe osato pensare che gli animali non umani potessero riconoscere una malattia e agire in modo coordinato per ridurre il rischio di infezione in un gruppo. Se abbiamo cambiato idea lo dobbiamo prima di tutto a una ricerca sulle rane americane, i cui girini – addirittura i girini – sono incredibilmente abili nello schivare una pericolosa infezione fungina. I girini sono infatti in grado di rilevare l’infezione da Candida humicola negli altri girini, e mettono in atto una strategia di isolamento ben precisa per limitare il contagio.

Formiche. Anche il “super organismo” si divide

Una colonia di formiche è considerata un “superorganismo”, in cui orde di individui lavorano insieme come parte di un’entità più grande. Ebbene, perfino loro eccellono nel distanziamento sociale e in altri metodi di controllo delle malattie: è sorprendente sia la loro capacità di identificare i patogeni, che quella di neutralizzarli. Le formiche Lasius niger, comuni nei nostri giardini, adattano rapidamente la loro routine quando si presenta un’infezione fungina. Le colonie includono sempre sia formiche “infermiere” che formiche “foraggiatrici”, le prime stanno a casa a prendersi cura dei giovani, le seconde sono nate per avventurarsi fuori in cerca di cibo per tutti. Quest’ultimo gruppo a volte raccoglie agenti patogeni assieme al cibo, e quando succede, infermieri e foraggeri rispondono rapidamente: prima che le formiche infette si ammalino. Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista Science, in cui i ricercatori hanno esposto una colonia alle spore di un fungo, il Metarhizium brunneum. Entro un giorno dall’esposizione, i foraggeri infetti hanno iniziato a trascorrere molto più tempo fuori dal nido, limitando al minimo il loro contatto con altri membri della colonia. I foraggeri non infetti hanno ridotto anche loro il contatto sociale, se pur in maniera minore; mentre le formiche nutrici hanno iniziato a spostare le covate più in profondità nel nido.

I ricercatori non hanno capito come le formiche sapessero di essere infette, ma l’ipotesi più accreditata è che abbiano rilevato le spore sul loro corpo, come riferisce il New Scientist.

Pensiamo come sarebbe andata diversamente la nostra storia e la nostra economia se, a un giorno dall’identificazione dei primissimi focolai, in Cina, tutto il mondo avesse adottato strategia di difesa senza aspettare che il virus ci arrivasse in casa.

Le api e le loro larve

Api e vespe vivono in comunità e colonie strettamente condivise, organizzano il lavoro in modo cooperativo, proprio come le formiche e gli esseri umani. Le api da miele, uno dei più famosi tra tutti gli insetti sociali, possono finire vittime di una notevole quantità di batteri, virus, funghi e parassiti.

Una di queste è la peste americana, che le api riconoscono dall’odore. Le larve infette, in particolare, emanano un mix di due feromoni che, appena percepito, innesca un comportamento igienico preciso: tutte le larve malate vengono rimosse dall’alveare. Lo ha stabilito uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

Grandi scimmie: più di noi, usano gli occhi

Come noi, le grandi scimmie sono creature fortemente visive. Anche se non riescono a fiutare un’infezione, come possono fare api o girini, o come sappiamo riescono a fare anche i cani, usano la vista per proteggere la propria salute. Per esempio, prendiamo i gorilla delle pianure occidentali. Vivono in gruppi sociali in cui solo le femmine possono migrare portando con sé, in alcuni casi, nuove malattie. Quando le femmine decidono di lasciare un gruppo per unirsi a un nuovo gruppo, però, valutano bene l’aspetto esteriore dei nuovi compagni. Allo stesso modo, può succedere che decidano di andarsene perché il proprio gruppo ha segni di malattie – ad esempio ulcere sui volti. In quel caso è probabile che un gruppo di maschi sia abbandonato a favore di gruppi più sani. Questo significa che i gorilla hanno compreso che la malattia è contagiosa, e hanno imparato a riconoscere i suoi sintomi osservandosi a vicenda.

Gli scimpanzé

Jane Goodall negli anni ’60 fece un’osservazione simili rispetto agli scimpanzé: possono ostracizzare un membro della loro truppa che ha la poliomielite, una malattia virale che può portare alla paralisi. È noto che gli scimpanzè sani evitano o addirittura attaccano gli scimpanzé parzialmente paralizzati dalla poliomielite. In caso di guarigione, poi, i soggetti vengono riammessi nel gruppo.

Il topo: sua maestà l’altruista

Quella dei topi domestici è l’unica società conosciuta in cui non è il gruppo ad allontanarsi dai malati ma è sempre e solo il malato a isolarsi, mentre tutta la comunità non modifica in alcun modo il proprio rapporto con lui. In uno studio del 2016, i ricercatori hanno esaminato un focolaio di malattia appositamente indotto tra i topi in un fienile in Svizzera. Tutti i topi sono stati identificati e monitorati via radio, consentendo ai ricercatori di sapere come hanno risposto sia i topi malati che quelli sani.

Ebbene, i topi sani non hanno evitato in alcun modo i topi malati, interagendo invece con loro come se nulla fosse diverso. “È stato il topo malato che si è rimosso dal gruppo”, ha detto la relatrice dello studio, Patricia Lopes, biologa dell’Università di Zurigo. Un cambiamento comportamentale forse non del tutto intenzionale – forse il topo malato si è sentito più stanco del solito – ma invece, pare, soprattutto una strategia adattiva, poiché ha contribuito a proteggere i parenti del topo malato dall’infezione.

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista, responsabile sezione Green per People For Planet. Ambiente, femminismo e mobilità i miei temi culto. I commenti sono solo miei.

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Michela Dell'Amico

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