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Anna Maria Civico, specialista della voce a caccia di cellule archeovocali

Specialista della voce, lavora in modo molto preciso sui repertori della tradizione orale

Anna Maria Civico, di origine calabrese, precisamente di Catanzaro. Vive in Umbria, a Terni e a Marta sul lago di Bolsena. Si occupa di canto e di trasmissione orale, del canto del mondo contadino italiano, calabrese in particolare, ma anche di canzoni della cultura arbereshe (albanesi d’Italia).

È una specialista della voce, lavora in modo molto preciso sui repertori della tradizione orale, nello specifico sui canti a cappella, per sola voce. Sostenitrice dello strumento voce per fare musica. Nel mondo contadino esiste una modalità di fare musica solo con la voce, con stili di canto polivocale di mietitura e pastorali, serenate, paraliturgici e canti monodici, come le ninne nanne o le lamentazioni.

Anna Maria Civico. Foto di Andrea Semplici

Secondo il suo modo di intendere la musicalità vocale, dovremmo imparare a utilizzare il corpo come uno strumento: questa tecnica potrebbe funzionare anche passando dal cantare al semplice parlato, al raffrontarsi con le persone, a parlare bene?

Si tratta di un lavoro che nutre in modo integrale la questione fonetica, perché è lo stesso apparato fonetico che viene messo in risalto, attivato o praticato. L’area vocale è sollecitata e approfondita, chi canta può aspirare a ri-conoscere l’apparato vocale in funzione del parlato. Farei il punto su un’antica questione, l’utilizzo dell’apparato fonatorio: una volta, il canto era un mezzo di comunicazione. Molti etnomusicologi hanno constatato, durante le loro ricerche sul campo a contatto con le persone nel mondo contadino, che queste preferivano raccontare della loro vita cantando anziché parlando, perché il canto è una delle forme più antiche di narrazione. Basti pensare agli Aedi greci, che cantavano in poesia, in modi metrici, musicali.

Al centro Anna Maria Civico. Foto di Malea Birke

In Calabria, esisteva una tradizione natalizia: il canto della Strinna di casa in casa. Si aggiungeva una frase alla canzone da cantare in ogni famiglia che si visitava, per raccontare quello che era successo durante l’anno di saliente, personalizzando le strofe. Rispetto alla generazione di oggi, le abitudini sono parecchio cambiate: ci sarebbe da riprendere in mano certe buone tradizioni e consegnarle anche ai nostri giovani. Lei potrebbe avere un ruolo in questo compito?

Il mio ruolo si realizza sul campo, nella ricerca, nella pratica, nella trasmissione del canto sia attraverso un approccio pedagogico al canto, alla voce, la presenza, sia attraverso i concerti. Alle persone interessate trasmetto questa conoscenza tramite corsi, laboratori intensivi. Il mio lavoro ha già una vita trentennale. In questo senso so di essere su un sentiero dove non sono sola. Dove convergono desideri e immaginario di molte e molti ricercatrici e ricercatori.

L’attenzione dei giovani è in crescita. La rassegna musicale curata dallassociazione Felici & Conflenti, che si tiene ormai da un decennio, è gestita da giovani che spesso sono anche musicisti, e chi suona danza, c’è una vera passione che si muove dietro alla scoperta, o riscoperta, della tradizione vocale.

È bello notare l’aspetto dell’inter-generazionalità, ragazzi e adulti insieme che coltivano i medesimi interessi, la ragazzina che suona insieme a un signore che potrebbe essere il nonno, la signora che balla la tarantella col giovane…

L’associazione Felici & Conflenti è consapevole di questo patrimonio, e ha richiesto ad anziani della zona di fare riemergere il loro sapere, facendo nascere poi amicizia e fiducia reciproca che sono stati determinanti per la ripresa della danza e di certe forme di canto che stavano oramai andando perdute.

Questa forma d’arte calabrese, si potrebbe rendere allo stesso modo se fosse fatta in inglese, in emiliano o in altro idioma?

No, la musicalità è nella forma stessa del dialetto d’origine, non si può cantare in altra lingua. Tra l’altro anche in Emilia ci sono ottimi canti di tradizione orale, come il Maggio, ed è bello che emergano queste forme musicali, ovunque siano. Se togli la lingua della tradizione e metti l’italiano, è un’altra cosa.

La musica non è una cosa da capire, è da ascoltare, da sentire. L’esigenza espansiva della melodia può dilatare una parola e renderla quasi irriconoscibile, distorta anche per i conterranei, ma quello che si apprezza è la musicalità della voce, la qualità di presenza di chi canta.

Come si studia il canto antico?

Una mia personale definizione è quella di “cellula archeovocale”. Esistono vari approcci, io sono una praticante, in quanto cantante, non una musicologa, e assimilo il ritmo, la timbrica, la melodia. Mi immergo. È un approccio che mi viene anche da un preciso ambito teatrale. Ho ascoltato cantare molte donne anziane, ma non c’è una forma codificata di trasmissione. L’imitazione, in questo caso tramite ascolto e ripetizione, è una delle modalità iniziali di apprendimento più indicata, sulla cui padronanza, acquisita nel tempo, poi si aggancia la modulazione personale; così come per tutte le arti di stampo artigianale. Poi la cellula archeovocale è ciò che caratterizza ogni singolo canto. Ci sono tre, quattro o cinque note su cui si muove la linea melodica. E questo per tutta l’esecuzione del canto. Forme semplici per vocalità dense basate sulla scoperta e pratica della voce naturale. Basate sulla ri-scoperta di potersi accordare ad orecchio, senza supporti.

Ma la domanda è: la voce naturale contemporanea è adatta a cantare un canto arcaico? Come mi ci posso avvicinare? Ecco il senso di una archeologia musicale fondata su tracce organiche e inorganiche.

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Doris Corsini

Doris Corsini

Collaboratrice di redazione

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Doris Corsini

Doris Corsini

Collaboratrice di redazione

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