Antura, il videogioco che insegna ai bimbi siriani a leggere l’arabo

Realizzato da un team internazionale, tra cui italiani, ha un obiettivo: sostituirsi alle scuole distrutte

Da quando a marzo 2011 è scoppiata la guerra in Siria, milioni di bambini siriani vivono in campi profughi in Libano, Giordania e Turchia, non avendo possibilità di andare a scuola. Molti di loro parlano l’arabo ma non sanno leggerlo e scriverlo perché non hanno un edificio in cui recarsi e un maestro che glielo insegni, sono tagliati fuori dai circuiti educativi.

Lanciato a marzo 2018 dopo un anno di sviluppo, il videogioco “Antura and the Letters” serve proprio a questo, a insegnare l’arabo ai bimbi siriani e a distrarli dalla guerra, divertendoli, perfino.

Più che un videogioco, Antura and the Letters è un contenitore di mini-giochi che aiutano i bimbi ad associare i suoni dell’arabo, che parlano anche senza andare a scuola, e i segni dell’alfabeto della lingua, che invece non conoscono.

Il progetto – ideato da un consorzio formato dall’Università di Scienze Applicate di Colonia Game Lab of TH-Koeln, l’organizzazione internazionale no-profit Video Games Without Borders (Vgwb), e lo studio libanese di sviluppo di videogiochi Wixel Studio – ha vinto il bando del concorso internazionale EduApp4Syria voluto dall’agenzia norvegese per lo sviluppo e la cooperazione Norad e finanziato dal Ministero degli esteri della Norvegia.

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Rilasciato con licenza Creative Commons, “Antura and the letters” è interamente open source

Vanta un team eterogeneo formato da programmatori, operatori umanitari, psicologi, disegnatori, graphic designer, insegnanti e studenti. Edoardo Tosatti, oggi programmatore jr di videogiochi, aveva 26 anni quando al termine del Master Computer Game Development dell’Università di Verona gli fu offerta la possibilità di partecipare al progetto di “Antura and the Letters”. «Certo, è bello fare videogiochi in cui progetti un’astronave che distrugge il mondo, sarò nerd ma alcuni videogiochi sono vere e proprie opere d’arte», dice al telefono, «però è bello farli anche utili».

«Dietro il concetto di gamification (ndr: l’utilizzo di strumenti tipici del gioco per altri scopi, come in questo caso l’alfabetizzazione) si nasconde un mondo ancora incontaminato, in cui c’è posto per tutto, divertimento e utilità. Sapere che mentre mi diverto io – aggiunge Tosatti – faccio divertire qualcuno che si trova in difficoltà, e magari lo aiuto anche a imparare qualcosa, è la strada che voglio intraprendere, domani chissà».

Tosatti insieme al suo collega si è occupato del game playing programming di uno dei tanti minigiochi contenuti di Antura, in cui «compaiono delle lettere centro della scena, si mescolano, si nascondono dietro agli alberi, una voce ti dice quale lettera cercare e tu devi ricordarti dove sta, ma soprattutto riconoscerla».

I risultati di “Antura and the Letters” sono incredibili

Si possono visionare sul sito, che ha reso pubbliche le statistiche delle performance dei bambini. Stando poi a un’analisi svolta in Giordania nel campo di Azraq, l’utilizzo dell’app “Antura and the Letters” ha avuto effetti positivi sia sul grado di alfabetizzazione sia sul benessere psico-sociale dei bambini che hanno subito i traumi della guerra, con miglioramenti tangibili soprattutto in termini di autostima, concentrazione e capacità di problem solving.

Non stupisce che i premi vinti da “Antura and the Letters” siano tantissimi: Best Serious Game al Fun and Serious Festival (2017), Best Educational Project al TechFugees (2018), Islamic Creative Economy Competition al Dubai Culture (2018) e Meaningful Play al IMGA MENA (2018), solo per citarne alcuni. E l’Italia? Non manca nel progetto. Francesco Cavallari, fondatore dell’associazione no-profit con sede in Spagna dietro “Antara and the Letters”, vorrebbe realizzare un secondo videogioco che abbia per obiettivo non soltanto l’alfabetizzazione ma anche l’integrazione, specie in Italia, «visto il flusso migratorio che la riguarda». «Non farò qualcosa soltanto perché sono italiano, servono collaborazioni con chi si occupa di accoglienza per consentire a migranti e rifugiati di sapere che esistono questi strumenti», ha fatto sapere in una recente intervista, dove ha sottolineato le difficoltà a trovare partnership italiane «adeguate per avere impatto e migliorare la vita delle persone».

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Stela Xhunga

Stela Xhunga