Arcevia, una Riace tra gli Appennini

La cittadina marchigiana è un eccezionale esempio di integrazione

Un castello è sempre un elemento di ricchezza per un territorio, perché racconta una storia antica e regala molte suggestioni. Ad Arcevia, un piccolo comune di poco più di 4400 anime nella provincia anconetana, di castelli ce ne sono ben nove, a testimonianza di una cultura e di una vivacità creativa davvero uniche. Tra colli da cui nei giorni di cielo aperto si può vedere il mare e un verde incontaminato, questo territorio è da sempre meta di turisti in cerca di relax, e negli ultimi trent’anni è diventato anche meta di migranti, che fuggono da guerre, persecuzioni e povertà, in cerca di pace. Durante i terribili anni del conflitto in Bosnia molti profughi sono arrivati nelle Marche e quelli che hanno trovato accoglienza nel territorio di Arcevia scrutavano l’orizzonte sognando di vedere in lontananza le coste del loro martoriato Paese.

I profughi che abbiamo accolto negli anni Novanta, in particolare i bosniaci, sono diventati cittadini modello”, racconta Andrea Bomprezzi, giovane sindaco del borgo medievale. “Si sono integrati perfettamente nel tessuto sociale, hanno avuto figli contribuendo a salvaguardare l’indice di natalità, si sono inseriti nel tessuto lavorativo e non hanno mai dato alcun problema. Il centro storico è stato ripopolato ed è stata un’esperienza positiva sotto tutti i profili. Parliamo di circa ottanta persone, che hanno appreso l’italiano e hanno fatto proprie le nostre tradizioni, facendoci a loro volta conoscere il loro mondo. Anche la comunità albanese si è inserita bene, ma non sono mancati casi di attività illegale”.

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