Armine, la nuova modella di Gucci vittima di insulti razzisti e body shaming

Armine, la nuova modella di Gucci vittima di insulti razzisti e body shaming

Perché si continua a colpire il corpo delle donne?

Un noto detto afferma che “l’apparenza inganna” ma, ahimé, nonostante le innumerevoli campagne di accettazione delle diversità (perché le diversità sono plurime), il giudizio nei confronti dell’altro (il diverso o non convenzionale) in base all’apparenza e all’aspetto fisico rimane ancora radicato nell’immaginario comune.

Il canone di bellezza convenzionale, riconducibile a una concezione rinascimentale di perfezione ed equilibrio delle forme, rimane cristallizzato in un ideale che non è ancora anancronistico. Basta scrollare per qualche secondo la home di Instagram per capire che il modello di bellezza maggiormente diffuso rispecchia donne dai fisici perfetti e statuari, amanti della palestra, con visi mozzafiato e labbra carnose, dai lineamenti dolci e delicati, contornati da capelli lunghi e setosi.

Chi non rientra in questi schemi è ancora oggetto di giudizi negativi, che troppo spesso sfociano in insulti. E’quello che è successo alla modella 23enne di origini armene Armine Harutyunyan,definita da Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, una delle“100 modelle più sexy del pianeta”.

Negli ultimi giorni, infatti, il web si è scatenato contro Armine, esercitando su di lei un vero e proprio body-shaming, attraverso insulti razzisti e di genere e meme poco divertenti, a causa della sua bellezza non convenzionale.

Bisogna essere onesti: è vero che la bellezza è soggettiva e “ogni scarrafone è bello a mamma soja“, ma l’accanimento mediatico che sfocia nel disprezzo è qualcosa a cui ci stiamo lentamente abituando; puntualmente, c’è bisogno di qualcuno che prenda le difese di chi è entrato nel mirino degli haters da tastiera.

Armine ha un viso particolare, sopracciglia folte, labbra sottili e un naso aquilino e, cosa più importante, ha sfilato per Gucci una sola volta per la Milano Fashion Week del 2019 e oggi vive e lavora come designer a Erevan, la capitale armena dove è nata e cresciuta.

Allora perché tutto questo odio razzista e di genere? Forse perché la donna è ancora considerata (anche dalle donne stesse) un oggetto, un contenitore vuoto da essere ammirato e penetrato metaforicamente e fisicamente? Siamo davvero pronti ad accogliere l’altro nella sua unicità senza porre condizione alcuna? La ribellione all’omologazione sfocia nella non accettazione della diversità? Perché da un lato riusciamo a essere solidali nei confronti del diverso e, dall’altro, non riusciamo proprio a scrollarci di dosso questa visione univoca e fuori dai luoghi e dal tempo?

Nonostante, probabilmente, la scelta della maison di moda abbia una chiara finalità di marketing, al fine di far parlare di sé in un momento non facile per l’ambito fashion, forse il mondo non è ancora pronto ad accettare e ad apprezzare la bellezza nell’imperfezione (o nella diversità): nell’immaginario comune l’ideale di donna angelica non può (e non deve) assolutamente essere sovvertito, nemmeno se a cambiare rotta è una delle case di moda più famose al mondo.

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Maria Grazia Cantalupo

Maria Grazia Cantalupo

Social Media Manager di People For Planet

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