Assistenza sessuale ai disabili, in Italia ancora un tabù

All’estero viene chiamato Love giver, e così in Italia, dove questa figura non è prevista dal sistema sanitario pubblico nazionale

Stiamo parlando dell’assistente sessuale, l’operatore professionale che accompagna il disabile attraverso una terapia che comprende supporto psicologico, emotivo e sessuale. Da trent’anni tale figura professionale gode di riconoscimento legale in Germania, Olanda e Danimarca e più di recente in Svizzera.

La questione, tutt’altro che pruriginosa, è al centro di dibattiti in vari Paesi del mondo, inclusa l’Italia, dove la tendenza è confondere l’assistenza sessuale con la prostituzione, complici un assistenzialismo e una sessualità mai del tutto pacificati e le tante organizzazioni cattoliche e femministe che cercano di impedire la legittimazione di una figura professionale ritenuta ambigua, finanche lesiva, in ogni caso da mantenere così com’è: esistente, ma non legale.

Il disegno di legge fortemente voluto dal parlamentare Pd Sergio Lo Giudice e dalla parlamentare Monica Cirinnà rimane fermo dal 2014, nonostante il proposito più volte ribadito di regolamentare la figura dell’operatore sessuale secondo norme ancora più rigide rispetto a quelle dei sex workers del Nord Europa. Il rifiuto sessuale fra coniugi sposati è considerato alla stregua di un inadempimento coniugale e rappresenta un motivo bastante per procedere con l’annullamento del matrimonio. La procreazione rimane l’aspetto fondante di ogni collettività a partire dall’istituzione del matrimonio. Ciò nonostante, l’opinione comune è che la sessualità in fondo non sia un bisogno primario dell’uomo. Non la pensava così Abraham Maslow, che dedicò gran parte dei suoi studi a stabilire una gerarchia fra i bisogni comuni a qualsiasi essere umano. Alla base della sua celebre piramide, che ordina i bisogni umani a seconda del senso di mancanza totale o parziale che provoca l’assenza di quegli elementi responsabili del benessere di ogni persona, c’è infatti la sessualità. La “piramide di Maslow” risale al 1954 e buona parte della psicologia contemporanea ne fa ancora uso.

Diversamente da un prete, o da chi nel pieno delle proprie facoltà sceglie di rinunciare al bisogno sessuale, per una persona con disabilità la sessualità è il più delle volte preclusa ma la sua mancanza non è una scelta, e ciò ha ripercussioni psicologiche anche gravi. Esistono disabilità che non permettono l’autonomo soddisfacimento dei bisogni fisici e talvolta nemmeno la comprensione dell’erotismo e della sessualità. In presenza di alcune disabilità, specie psichiche, il problema sta nell’incapacità di comprendere e di gestire le pulsioni stesse: dunque servono figure specializzate che aiutino il paziente a capire cosa gli succede e come agire all’interno di una sfera che sia privata, sua e basta. È evidente (ma non impossibile) che una prostituta non possa insegnare il sesso a un ragazzo autistico. Come è altrettanto evidente che la disabilità non riguarda soltanto gli uomini, e basterebbe riconoscere che l’assistente sessuale non si riduce a una professione per sole donne eterosessuali al servizio di soli uomini eterosessuali per chiudere ogni discorso intorno alla mercificazione della donna.

Stando alla definizione che ne dà l’associazione italiana Lovegiver presieduta da Maximiliano Uliveri, che dal 2014 opera affinché una pratica diffusissima e illegale venga promossa e sorvegliata per legge, l’assistente sessuale:

«Attraverso la sua professionalità, supporta le persone diversamente abili a sperimentare l’erotismo e la sessualità. Questo operatore, formato da un punto di vista teorico e psico-corporeo sui temi della sessualità, permette di aiutare le persone con disabilità fisico-motoria e/o psichico/cognitiva a vivere un’esperienza erotica, sensuale e/o sessuale. Gli incontri, infatti, si orientano in un continuum che va dal semplice massaggio o contatto fisico, al corpo a corpo, sperimentando il contatto e l’esperienza sensoriale, dando suggerimenti fondamentali sull’attività autoerotica, fino a stimolare e a fare sperimentare il piacere sessuale dell’esperienza orgasmica”.

Dimensione ludica, relazionale ed etica dunque, niente di più difficile da conciliare in una legge. E niente di più difficile da conciliare in una società come quella italiana, dove il sistema sanitario nazionale destina mensilmente alle famiglie con a carico una persona disabile 43 euro di accessori medicali a fronte dei 14 euro che in media costa un pacco di pannoloni a mutanda da 10 pezzi. È necessario garantire ai disabili la possibilità di cambiarsi i pannoloni, dice qualcuno dall’alto del benaltrismo in voga da qualche tempo a questa parte. Osservazione corretta, che non diminuisce però l’importanza del bisogno sessuale, esattamente come la necessità di respirare non diminuisce quella del bere.

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Stela Xhunga

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