Attenzione: non tutte le bioplastiche sono uguali

Contro l’uso indiscriminato della plastica, si stanno diffondendo le bioplastiche. Ma alcune di loro sono biodegradabili, altre no

Le usiamo per oggetti quotidiani, imballaggi e strumenti sanitari e sempre più spesso ce ne disfiamo dopo pochi minuti di utilizzo producendo rifiuti che durano decine di anni se non secoli, persistendo nell’ambiente anche quando non sono più visibili a occhio nudo, come testimonia l’allarme sulle microplastiche che sono entrate anche nella catena alimentare umana.

Con questo presupposto è evidente come da alcuni anni si stiano cercando alternative nella creazione di polimeri degradabili naturalmente nell’ambiente che al contempo non siano d’origine fossile: si tenga conto, infatti, che il settore delle plastiche utilizza ogni anno il 4% dei consumi complessivi di petrolio. Però prima di addentrarci nel mondo delle plastiche bio è necessario descrivere in che scenario ci muoviamo, perché “grande è la confusione sotto il cielo” e “la situazione, quindi, non è eccellente”, potremmo dire parafrasando Confucio.

Bioplastica ignota

La bioplastica, secondo l’European Bioplastic, l’associazione dei produttori europei di bioplastiche, può essere: a base biologica o fossile, ed essere o non essere biodegradabile.

Queste plastiche, pertanto, possono derivare anche parzialmente da biomasse e non essere biodegradabili; da fonti fossili ed essere biodegradabili; oppure derivare da biomasse ed essere biodegradabili.

Le uniche escluse quindi sono quelle che oggi vanno per la maggiore e che sono anche le più diffuse: quelle d’origine fossile non biodegradabili. E una puntualizzazione arriva da Assobioplastiche, l’associazione dei produttori e utilizzatori di bioplastiche italiane, che indica come non vengano inserite tra le bioplastiche quelle d’origine vegetale che non siano biodegradabili e compostabili. Già, perché tutto ciò che non sia biodegradabile, anche se di origine vegetale, può creare enormi problemi nel riciclo della frazione organica dei rifiuti solidi urbani e compromettere la creazione di compost di qualità per l’agricoltura.

Facciamo una comparazione concreta (e anche un po’tecnica). Il biopolietilene, per esempio si ottiene dal monomero di etilene prodotto dalla canna da zucchero – un brevetto italiano consente di estrarre etilene anche dalla canna comune coltivabile su terreni poco produttivi e non utilizzati per il cibo – e attraverso una serie di processi chimici diventa identico al polietilene d’origine fossile, e quindi non è biodegradabile. Discorso diverso per l’acido polilattico, chiamato anche PLA, ottenuto dall’amido di mais, dal quale si ricava destrosio che attraverso la fermentazione diviene acido lattico; questo si trasforma a sua volta in dilattide che attraverso un processo di polimerizzazione diventa alla fine un poliestere, mantenendo la biodegradabilità iniziale dell’amido di mais. Questi due esempi offrono un importante spunto di riflessione: l’essere o non biodegradabile dipende dalla struttura molecolare del prodotto finale e non dalla provenienza delle materie prime impiegate per la produzione delle bioplastiche.

Bioplastica per il clima

Definizioni a parte, dalla nostra discussione escluderemo anche quelle plastiche di derivazione fossili ma biodegradabili per questioni climatiche. Lo smaltimento di queste plastiche anche in maniera “bio”, infatti, immette nell’atmosfera CO2 che avrebbe dovuto restare sotto terra per non contribuire ai cambiamenti climatici. Oltre a ciò bisogna dire che i polimeri d’origine fossili e quelli provenienti dai vegetali possono essere spesso miscelati in proporzioni diverse. Cosa quest’ultima che aumenta le possibilità di combinazioni. Le bioplastiche che hanno il più alto grado di sostenibilità quindi sono, per esempio, il Pla, Pha, Phb, e quelle a base di amido, che sono anche biodegradabili e presentano quindi un alto valore di Lca (Life cicle assestement); a patto, e qui ancora le cose si complicano, che nella produzione, nel trasporto, nell’utilizzo e nello smaltimento si utilizzi energia rinnovabile. Nel caso dell’Italia se utilizziamo elettricità dalla rete per produrre la bioplastica dovremmo calcolare che solo il 34% circa dell’energia elettrica prodotta nel Bel Paese è di origine rinnovabile, mentre la restante emette CO2.

Bioplastica da batteri

Del Pla, il cui processo di produzione abbiamo già descritto, si fa fermentare il destrosio grazie a un batterio come il Lactobacillus o il Bacillus coagulans; tuttavia bisogna fare attenzione perché il prodotto finale non è biodegradabile a meno che sia sottoposto a idrolisi con determinate caratteristiche e allora, se rilasciato nell’ambiente, si biodegrada in un tempo compreso tra i 1 e 4 anni. Ma sia chiaro: questa non deve essere una scusa per abbandonare in giro imballaggi fatti in Pla.

Per un’altra bioplastica, il Pha, si mettono al lavoro i batteri. Attraverso una colonia batterica nutrita in maniera adeguata affinché si possa sviluppare si ottiene una buona quantità di biomassa, dopodiché si cambia dieta ai batteri per far loro sintetizzare direttamente il Pha. Certo, il processo è crudele visto che per estrarre i granuli di Pha alla fine bisogna distruggere le cellule dei batteri. Ma diciamo che si sacrificano per una buona causa. Il Pha, infatti, si può lavorare nei processi delle plastiche convenzionali, per cui c’è una sovrapposizione della filiera produttiva a valle della creazione della materia prima; inoltre può avere proprietà differenti, cosa che lo rende flessibile nell’utilizzo. Oltre a ciò il Pha è stabile ai raggi ultravioletti e possiede una bassa permeabilità all’acqua. Anche il Phb, un’altra bioplastica, è prodotta grazie ai batteri.

Bioplastica italiana

La bella notizia è che l’Italia – se non perde anche questo primato come nel caso del fotovoltaico – è tra i primi attori al mondo nel settore delle bioplastiche. La produzione del Mater-Bi di Novamont, che non è un’unica plastica, è infatti partita nel 1990 nello stabilimento di Terni con un produzione esigua di materiale pari a 4.000 tonnellate/anno. Si tratta di famiglia di bioplastiche biodegradabili basate sull’amido di mais che negli anni è stata perfezionata e arricchita per gli utilizzi più diversi fino ad arrivare al bicchierino per il caffè ImBio. E se vi sembra semplice fare un bicchierino per caffè biodegradabile avete un’idea sbagliata. Un prodotto di questo tipo, per essere competitivo sul fronte dell’utilizzo con quelli da fonti fossili, deve essere adatto all’uso alimentare, resistere all’umidità dell’aria per essere conservato in perfetta efficienza al momento dell’erogazione delle bevande calde nel distributore automatico, deve resistere per almeno due ore al contatto con i liquidi e a una temperatura di circa 70°C.

Insomma, si fa presto a dire bioplastica, ma non altrettanto a realizzarla e tantomeno a inserirla sul mercato.

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Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

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Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet