Atto contrario, ribellarsi al razzismo

Dove sta scritto che dobbiamo vivere in un tempo di cui potremo solo vergognarci?

Sì, è vero, la tormenta imperversa e l’angoscia ci opprime, ma dove sta scritto che dobbiamo vivere in un tempo di cui potremo solo vergognarci? Abbiamo pensato di dedicare tre giornate, dal 15 al 17 di marzo, ad affermare con evidenza il contrario. Chiediamo di promuovere ovunque iniziative di ogni tipo contro il razzismo e le narrazioni tossiche che alimentano un sistema nefasto e incarognito. Non canteremo il buio dei nostri giorni ma la bellezza della resistenza e il piacere della ribellione che filtrano da ciascuna (anche piccola) apertura che fa entrare la luce.

Possiamo mettere in discussione gli orrendi abusi del potere istituzionale ma anche l’apatia e l’indifferenza verso la xenofobia e il razzismo che crescono intorno e dentro di noi? Possiamo trasformare l’angoscia che ci assale di fronte a quanto accade nel Mediterraneo, nei lager libici e in tutta l’Africa, in Turchia e nelle nostre città dove migranti e rifugiati hanno sempre più paura? Possiamo rovesciare quell’angoscia, restando ben ancorati alla realtà, nel suo stato opposto? Bruno Tognolini, grande maestro di piccole rime, dice che se ci opprime l’angoscia, dobbiamo fare “attu contrariu”, come vuole la sapienza popolare, per esempio in Sardegna. Non dobbiamo cantare, dunque, dei tempi bui, “ma della luce, della gioia e della bellezza, della speranza, (…) che sono sempre disciolte in tutti i tempi”.

Molti, in realtà, quegli atti contrari verso chi detesta l’affermazione della libertà di movimento (per chiunque abbia il desiderio o la disperata necessità di partire), li fanno da tempo e in tanti modi diversi. Chi avrebbe immaginato, nel 1998, che a causa della sua capacità di accogliere un paesino dell’Aspromonte sarebbe diventato famoso nel mondo quanto i Bronzi? E chi avrebbe detto che a Roma, solo con l’autogestione dei cittadini, sarebbe nato un non-luogo fantastico come il Baobab, dove sono stati accolti 80 mila “migranti transitanti”, cioè diretti verso altre città europee o del Nord Italia? C’è poi quell’altro gruppo di stravaganti personaggi, diventati nientemeno che armatori di una nave, Mediterranea, solo con il sostegno di un pugno di associazioni, centri sociali, parrocchie, singoli cittadini e di una strana banca che sostiene che l’interesse più alto sia quello di tutti: adesso vanno in mare per raccontare quel che molti preferirebbero non si sapesse e, insieme ad altri, a salvare la gente che annega.

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