Auto ad aria compressa: che fine ha fatto?

C’è un grande business dietro al flop

Un’auto economica, a consumi ed impatto quasi zero? Troppo bello per essere vero, infatti i prototipi di auto ad aria compressa fanno fatica a diventare veicoli da proporre sul mercato, sogni mai diventati realtà e additati come bufala clamorosa. Eppure ciclicamente si torna a parlarne, forse perché il problema dello smog nelle nostre città è diventato per tutti insopportabile. Ma dov’è finita l’auto ad aria compressa? Esiste? Qualcuno ci sta lavorando? La risposta all’ultima domanda è affermativa: qualcuno è attivo, rilascia licenze, esistono stabilimenti… ma sulle strade i veicoli non arrivano mai.

Guy Nègre, la MDI ed Eolo Italia

Nel 2001 con il suggestivo nome Eolo passa alla storia quella che in seguito verrà identificata come la prima auto ad aria compressa di successo. Alle sue spalle Guy Nègre, personaggio che per anni sarà ricordato per quest’invenzione straordinaria. La produzione di Eolo avrebbe dovuto essere gestita dalla MDI – Moteur Developpement International, che inizia a cedere la licenza per la costruzione e la commercializzazione del veicolo ad altre società in giro per il mondo. Nel nostro Paese entra appunto in gioco la Eolo Italia e il primo prototipo fu presentato nel 2001 al Motorshow di Bologna. L’eco mediatica fu strepitosa.

Il motore ad aria compressa: le ragioni del flop

Il motore ad aria compressa – o motore pneumatico – viene usato nel comparto dei trasporti già dalla metà dell’Ottocento. La prima applicazione vera e propria fu il sistema Mekarski per le locomotive, usato per la prima volta per far muovere il Tramway de Nantes, che oggi funziona in versione elettrica.

(Fonte foto: patrick-sorin.fr)

A inizi Novecento, l’americano Charles Hodges mise a punto il progetto di una locomotiva pneumatica il cui brevetto fu venduto alla HK Porter di Pittsburgh per l’utilizzo nelle miniere di carbone, dove un motore che non usa la combustione rappresentava  un’alternativa più sicura.

Il motore ad aria compressa non è dunque un’invenzione di Nègre, ma il suo nome viene indissolubilmente legato a veicoli futuristici, che potrebbero risolverci la vita consentendoci spostamenti comodi e a impatto quasi zero. I tentativi sono stati vari, citiamo anche quello di Angelo Di Pietro, ingegnere italiano che dall’Australia ha presentato il suo EngineAir, un motore ad aria compressa utilizzabile su qualsiasi veicolo, almeno secondo le promesse. 

Il motore ad aria compressa funziona con un lavoro meccanico basato sull’espansione dell’aria contenuta in un serbatoio; l’aria compressa aumenta di pressione, di forza, e si converte in lavoro meccanico (genera movimento in uscita), a quel punto si può usare per far muovere un pistone collegato ad un albero, ad esempio. Non occorre carburante. È aria che entra ed esce. Se davvero venissero prodotti veicoli con un motore del genere si potrebbero tenere in vita con costi di manutenzione ridotti, a fronte di migliaia di km percorsi. Allora come mai non arrivano ancora nelle concessionarie?

Una serie di problemi ricorrenti ha bloccato la produzione effettiva, di cui il più evidente è la formazione di ghiaccio nel motore. Se l’aria compressa tende a ghiacciare quando esce dalla bombola che la contiene, occorre calore per riscaldarla, cioè energia, che invece di alimentare l’auto viene sprecata in queste operazioni. Non trascurabile poi la questione economica: trasformare i prototipi in vetture è costoso e quei prototipi non hanno finora garantito il successo assoluto, in un’epoca storica – quella degli scorsi decenni – in cui le case automobilistiche difendevano non solo la qualità migliore e la sicurezza dei veicoli esistenti ma anche i costi minori di produzione. Oggi forse il quadro sta cambiando, ecco perché ci interroghiamo su dove siano finiti questi progetti. Ma non dimentichiamo che intanto sono arrivate le auto elettriche! C’è chi non demorde, tuttavia sembra che il tempo per l’auto ad aria compressa sia scaduto. O forse, più semplicemente, non è una soluzione realmente applicabile come all’inizio poteva sembrare.

Eolo Italia: un disastro colossale

Dopo il Motorshow del 2001 venne annunciata la produzione di un’auto ad aria compressa a Ferentino a partire dal 2003. Eolo avrebbe percorso fino a 100 km con un investimento di poco più di 70 centesimi di euro; per fare il pieno sarebbero bastati 3 minuti; ogni 50 mila chilometri il proprietario avrebbe dovuto ricordarsi della manutenzione, vale a dire il cambio di un olio vegetale. Per il resto, avrebbe viaggiato su un’auto con velocità massima di 130 km/h e un’autonomia di 300 chilometri. La city car perfetta, insomma. Peccato che non ci risultino chilometri percorsi su strada. Nessuna auto uscì dallo stabilimento di Ferentino, la Eolo Italia annunciava un ritardo dopo l’altro, alla fine i dipendenti furono licenziati nel 2005 e si resero protagonisti di una causa nei confronti della MDI (per una ricostruzione  più dettagliata rimandiamo al blog di Paolo Attivissimo).

Entra in gioco la TATA Motors

Ma la MDI aveva sempre in mano la sua idea e a molti investitori sembrava ugualmente qualcosa di rivoluzionario. Nel 2007 strinse un accordo con l’indiana Tata Motors per produrre una citycar low cost. Velocità massima di 50 km/h e autonomia fino a 200 km, con un motore a scoppio per portarla fino a 100 km/h. La struttura quasi del tutto in fibra di vetro fu uno dei dubbi cruciali: troppo poco resistente, come superare i test di sicurezza europei? Secondo gli annunci comunque nel 2008 Citycat sarebbe arrivata sul mercato indiano con 6 mila esemplari.

Anche in questo caso, tanti annunci ma nulla di concreto. Cyril Nègre, “figlio d’arte”, rilascia in compenso un’intervista a La Repubblica in cui svela molti dettagli e rassicura i potenziali clienti.

AirPod: l’auto ad aria compressa che avrebbe salvato la Sardegna

L’altro caso eclatante è sardo e porta stavolta il nome di AirPod. Alle sue spalle compare ancora una volta il cognome Nègre. Airpod viene presentata ufficialmente al Salone dell’auto di Ginevra nel 2009. Il progetto avrebbe dovuto prendere corpo in Sardegna, a Bolotana. Da questi stabilimenti, secondo le promesse, sarebbe uscita una vettura a 3 posti da circa 7 mila euro, ricaricabile attaccandola ad una colonnina in un paio di minuti e straordinariamente economica visto che un pieno di aria compressa sarebbe costato circa 2 euro passando dalle stazioni di servizio.

Per Bolotana sarebbe stata una vera ancora di salvezza, una boccata d’aria per gli abitanti di una zona depressa in cui uno stabilimento così innovativo avrebbe generato posti di lavoro, fama ed altri progetti connessi all’insegna della sostenibilità. Basta andare sul sito Web della AirMobility (licenziataria del marchio MDI SA – Motor Development International per la Sardegna del modello AirPod) per rendersi conto che l’ultimo aggiornamento della sezione News risale al 2017 ed è un semplice augurio di Buon Natale… Brutto segno.

Nel 2016 intanto muore Guy Nègre, ma in tutto il mondo sono ormai presenti licenziatarie che hanno creduto nel suo progetto e in quello della MDI. Inutile menzionare i vari tentativi di produzione, la realtà ci mostra che nessun veicolo ad aria compressa circola sulle nostre strade. Qua e là emergono notizie di sperimentazioni in qualche aeroporto, ma oltre agli annunci poco altro si incontra.

Il caso di Bolotana è quello più in luce per noi italiani e di cui abbiamo notizie recenti. Giovanni Monni, amministratore delegato di Airmobility, annunciava il debutto di AirPod per novembre 2018. A dire il vero, anche per il 2014 era previsto il debutto, poi rimandato.

I media locali hanno tenuto d’occhio la situazione, anche perché il caso AirPod è diventato politico. Ugo Cappellacci, ex governatore della Regione, si era fatto riprendere alla guida di una vettura – così come da quel famoso Motorshow del 2004 in molti avevano fatto, in buona fede – poi però sono passati gli anni e la palla è passata alla giunta successiva, quella di Francesco Pigliaru. Cappellacci sostiene che qualcuno avrebbe dovuto verificare che negli stabilimenti qualcosa effettivamente si producesse. Al di là delle frecciate, il disappunto è legato soprattutto ai fondi europei 2007-13 che il progetto AirPod ha ottenuto e allo stanziamento di 130mila euro a favore di Airmobility, prima tranche per la realizzazione delle opere murarie. Lo stabilimento in effetti esiste.

A fine agosto, come riportano le cronache locali, si fa notare che il debutto previsto per luglio in Lussemburgo e in contemporanea in Francia non è avvenuto. L’azienda chiede di pazientare. Secondo indiscrezioni, il problema sarebbe relativo agli stampi della carrozzeria, ma siamo quasi a metà 2019 e della presentazione di questa vettura rivoluzionaria in cui credevano cittadini, politici e il mondo intero ancora non se ne sa nulla.

Per quanto riguarda la MDI, vende le sue licenze e non ne fa mistero. AirPod compare con tutte le sue caratteristiche invitanti sul sito Web aziendale, così come compaiono la TATA Motors e la AirMobility tra i partner. Compare anche la KLM, altro nome altisonante, e si riporta il test pilota nell’aeroporto di Schiphol insieme ad altri test “presi in considerazione per migliorare il veicolo”.

Volete un’AirPod? Se compilate il modulo apposito vi arriva un messaggio e-mail da cui potete confermare la vostra iscrizione alla mailing list aziendale. Null’altro.

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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