Avremo 10 milioni di sfollati, ondate di calore mortali e la scomparsa del 13% degli ecosistemi

Lo rivela il nuovo rapporto dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico)

In Italia da vent’anni siamo in perenne campagna elettorale. Perfino il Def quest’anno è costruito in funzione del consenso elettorale alle prossime europee. E così il tema “cambiamenti climatici” è percepito come di lungo periodo: distante dagli interessi immediati degli elettori. Si tratta di una mancanza di visione dei leader politici che si appiattiscono, per interesse elettorale, sui bisogni di breve termine di chi li vota”.

Così Carlo Carraro, docente di economia ambientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia e vice presidente dell’Ipcc, il pannello che riunisce i massimi esperti internazionali in tema di cambiamenti climatici, commenta l’uscita dell’ultimo rapporto, presentato ieri in Corea del Sud. La nostra domanda è sempre la stessa, quella che nasce spontanea dopo il lancio di ogni, ennesimo, allarme da parte della comunità scientifica: come mai la politica resta “fredda” ai vostri stimoli?
La vera risposta, quella che si trova tra le righe, riguarda però chiaramente (anche) gli elettori, che evidentemente non riescono a percepire come un’emergenza ciò che deve essere programmato nel tempo. E così parlare di cambiamenti climatici in campagna elettorale non ha mai pagato.

Il risultato è che non riusciremo mai a restare sotto la soglia del grado e mezzo di aumento della temperatura. Il rapporto dice infatti che allo stato attuale, e senza interventi incisivi, la soglia degli 1,5 °C potrebbe essere superata in tempi brevissimi: appena 12 anni. “La verità – aggiunge Carraro – è che considerata l’attuale situazione economica, questi interventi decisivi sarebbero ormai troppo costosi per essere verosimili, e quindi abbiamo sostanzialmente fallito questo obiettivo“.

Cosa significa? Un’amplificazione di quello che già da qualche anno stiamo vivendo: estati torride, scarsa piovosità alternata a fenomeni estremi e distruttivi, la sostanziale scomparsa del mondo per come lo conosciamo oggi.

Possiamo solo provare a passare allo step successivo: tentare di non superare un aumento a 2 gradi. Ipotesi grave, e comunque costosissima da frenare:

Come si vede nella tabella sopra, messa a punto dall’Ipcc, l’investimento necessario per restare sotto l’incremento di 2 gradi è l’1,5% del Pil mondiale. “E, soprattutto, contano gli investimenti addizionali, come si vede in questa tabella sotto, sempre tratta dal rapporto”, aggiunge Carraro:

“In questo senso – commenta Carraro – raggiungere l’obiettivo di restare sotto a un aumento della temperatura globale di 1.5 è nella realtà impossibile: e sarà difficile anche raggiungere l’obiettivo di restare sotto ai 2 gradi”.

Quel che secondo l’Ipcc servirebbe, è che le emissioni di anidride carbonica scendessero del 45% entro il 2030 rispetto ai valori del 2010 (del 49% rispetto a quelli attuali) e si annullassero nel 2050. Ogni anno servirebbe un investimento in energie rinnovabili pari a 2.400 miliardi. Oggi siamo a 333 miliardi all’anno: nemmeno un settimo del necessario, tanto per renderci conto.

In altre parole, se da domani rivoluzionassimo il nostro modo di vivere, investendo massicciamente nel nostro futuro, potremmo al massimo sperare “che il mondo conservi la sembianza degli ecosistemi attuali” dice il rapporto. Uno studio che ha analizzato 6mila ricerche tra le più prestigiose svolte negli ultimi anni, con annessi 529 possibili scenari per il futuro, e che sottolinea: che si riesca a rimanere sotto a una crescita della temperatura di 1,5 gradi è praticamente impossibile.

Se riusciremo almeno a stare sotto ai 2 gradi, quello che ci aspetta comprende comunque: le zone tropicali spopolate, con un aumento estremo dell’attuale flusso migratorio; l’Artide resterebbe senza ghiaccio più o meno un’estate su dieci, causando siccità a buona parte del mondo e innalzando il livello dei mari (si attendono 87 centimetri per la fine del secolo; con i 77 centimetri in più che porterebbe un aumento della temperatura di 1,5 gradi avremmo comunque 10 milioni di persone sfollate); nelle città il caldo estivo toccherebbe un +4 gradi e dovremmo abituarci a cose molto più estreme rispetto all’Hyde park completamente secco di quest’estate, al migliaio di morti in India a seguito di un’ondata di calore che ha liquefatto l’asfalto delle strade, mentre la Svezia stava letteralmente andando a fuoco. Il 13% degli ecosistemi terrestri andrà distrutto. L’8% dei vertebrati, il 16% delle piante e il 12% degli insetti avranno un habitat ridotto alla metà. Le riserve ittiche in mare saranno ridotte di 3 milioni di tonnellate, mentre il corallo sparirà per sempre (si calcola che limitandoci a un aumento di 1,5 gradi, ipotesi, dicevamo, impossibile, ne sopravvivrebbe comunque solo il 10-30%).

L’unica speranza realistica sta in un rapido progresso tecnologico che ci permetta di transitare più rapidamente a un mondo elettrificato – commenta Carraro – alimentato da rinnovabili. Soprattutto, dovremmo poter disporre di tecnologie per la rimozione della CO2 su larga scala. Quelle basate sull’uso della terra – ovvero quelle attualmente disponibili – sono troppo costose e avrebbero effetti negativi sui prezzi delle produzioni agricole”.

Quindi l’unica vaga speranza di salvarci da una vita completamente diversa da quella che stiamo rovinando adesso, è un avanzamento tecnologico al quale – al momento – non ci avviciniamo neanche. Una speranza vana, anche perché, tra le priorità dei governi, l’altro settore grandemente e storicamente trascurato, oltre alla lotta ai cambiamenti climatici, è proprio l’investimento nella ricerca scientifica.

 

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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