«Basta falsi miti sulle ong, vi racconto cosa c’è dietro ActionAid» – Intervista a Raffaella Lebano

Dopo la stagione dei “taxi del mare” è il momento di fare il punto sulle ong

«Sono momenti in cui potremmo tirare fuori una bella umanità». Ne è convinta Raffaella Lebano, Vice Segretaria Generale di ActionAid Italia. In effetti l’emergenza Covid-19 sta riuscendo in un’impresa inimmaginabile fino a poco tempo fa: medici accorsi da tutto il mondo, governatori quota Lega che chiedono l’aiuto di tutti, ong comprese, che rispondono all’appello, perché il diritto alla vita è universale, non ha credo politico, né mai lo ha avuto. E gli anni passati a criminalizzare le ong? «Inutile versare benzina, io credo nell’importanza dell’informazione. Il contesto in cui avveniva la denigrazione, perfino la criminalizzazione, era un contesto giornalistico, a me caro, confesso che mi ha fatto male, ma pazienza». Per anni Lebano ha lavorato al Corriere della Sera, suo (e del suo team) il progetto del passaggio a pagamento del giornale. Compiuta la missione, si è chiesta in quale sfida cimentarsi, «credo nelle competenze, ciò che so fare va bene per questo settore, e così mi ci sono buttata a capofitto». Molti pensano al terzo settore come a un’isola, un luogo adamitico raggiungibile muniti di soli ideali, invece «il no-profit merita tutta la professionalità del profit, altrimenti si crea entropia». In fondo le competenze verticali che la Lebano ha maturato al Corriere non sono poi distanti da quelle messe in campo con ActionAid, si tratta pur sempre di creare e far crescere una base di contribuenti, solo che al Corriere si chiamavano lettori, ora si chiamano donatori. «È un lusso poter fare qualcosa che si ama in un ambito che si ama con un senso più alto». Sì, d’accordo, ma con chi vi dava dei buonisti? Dei criminali? «È una questione di linguaggio, la strada deve ripartire da una semantica nuova, ma è lunga».

Nuova semantica, nuove parole, me ne dica una da cui ripartire.

«Equità. La nostra campagna 5×1000 dice “siamo tutti uguali?” con una croce che cancella il punto interrogativo. Sembrerà banale, ma bisogna tornare ai principi base, dare a tutti le stesse possibilità e capire come queste cambiano se si nasce a Roma o a Nairobi. Pochi mesi fa sono stata a Nakima, un villaggio in mezzo al Kenya che non compare nemmeno sulla cartina. Dare possibilità anche a chi vive in un luogo che nemmeno sembra esistere, questa la sfida».

Come aiutare senza però cadere nelle logiche dell’assistenzialismo?

«Le persone hanno già nei loro occhi tutto ciò di cui hanno bisogno, noi siamo solo amministratori, catalizzatori di ciò che vediamo in loro.»

Aiutiamoli a casa loro”, dicono.

«E non c’è nulla di male, anzi! Puntiamo a questo, ma bisogna anzitutto capire se “il casa loro” è un luogo in cui si può vivere o da cui si è costretti a scappare. Sono reduce da un progetto in Palestina, lì questo senso di radicamento alla propria terra è molto forte, e noi dobbiamo permettere il futuro là, dove loro vogliono stare. Altra storia è chi è costretto a scappare, in quel caso accompagnarlo in un viaggio doloroso, spesso drammatico, va oltre il mero soccorso della traversata. Il punto è metterci al fianco di chi ne ha bisogno, là dove ne ha bisogno, là dove l’individuo scorge il proprio futuro».

E come aiutate “a casa nostra”?

«In Italia ci sono realtà che ci vedono in prima linea. Penso alle periferie, dove realizzare un progetto di co-progettazione con le scuole significa lottare contro l’abbandono scolastico, che in alcune aree è altissimo, una vera emergenza. in questi casi rendere la scuola un luogo che sia un laboratorio di futuro, oltre che un presidio dei diritti dei ragazzi, è fondamentale. Ora che ci penso, nel passato recente, sia in Palestina sia in Italia, ho visitato per lo più scuole, e sa che le dico? Sono luoghi belli. Il bello è un concetto fondamentale. A volte è considerato un lusso, invece lo ritengo uno strumento, tutt’altro che accessorio. Il bello aiuta tutti e deve essere alla portata di tutti».

A proposito di lusso, spesso la solidarietà è confusa con la beneficenza, viene vista come un lusso per ricchi.

«Glielo garantisco: il donatore italiano medio non è ricco. Le dico anzi che è di una certa età, va a ritirare la pensione in posta, e fa la donazione tramite bollettino. Dona perché ha un senso del sociale spiccato. Se una persona pensa di rinunciare a qualcosa, è probabile che lo faccia perché ha memoria di cosa voglia dire avere un bisogno. La solidarietà non è un mestiere da ricchi, perché non è solo denaro. È attitudine. È un modo di stare al mondo e di vedere l’altro. La solidarietà si esercita sulla base di quello che si ha: tempo, denaro, competenze, eccetera, se ognuno dà ciò che ha, visto che tutti abbiamo qualcosa – e torno alla metafora degli occhi di prima – è fatta».

Qual è il suo proposito per il 2020?

«Raccontare meglio che cosa facciamo, stare focalizzati su ciò che facciamo, fare di più. Tornando alla criminalizzazione delle ong, non posso esimermi dal non sottolineare il lavoro straordinario dei miei colleghi MSF, chiamati “taxisti del mare”, imperdonabile. Loro, come Mediterranea e altre ong, monitorano e salvano vite in mare. A volte capita che qualcuno mi dica “Ma io dono già ad Emergency, smetto e inizio con voi” e la mia risposta è “No, continua il percorso con chi hai iniziato”. Ognuno scelga in libertà a chi donare, tra noi ong non possiamo che essere grati di questo. Per altro all’estero siamo spesso “vicini di muretto”, perché ci sono progetti che necessitano di una fitta rete di sinergie: c’è da fermare la prima emergenza, badare alla seconda, occuparsi della crescita della comunità, della difesa di diritti, eccetera. Sia chiaro, nessun discorso ecumenico, un po’ di sana competizione c’è, ma basta ricordarsi il senso del nostro agire per tornare a remare insieme. Noi ad esempio collaboriamo molto con Amnesty International perché entrambi ci occupiamo di diritti.»

E un rimpianto del 2019?

«Nel 2018 una comunità di donne kenyane ha partecipato a un progetto ActionAid che dava loro dei polli per l’autosostentamento. Conobbi una donna incredibile che ben presto divenne capo del progetto. Da una manciata di polli da allevare è riuscita a mandare a scuola i figli e ad andarci lei stessa, finalmente, a scuola. Nel 2019 sono tornata a trovarla, mi ha avanzato delle richieste a nome della sua comunità e non sono riuscita a soddisfarle tutte. Ho questo cruccio dal 2019.»

Più che cruccio, un nodo al fazzoletto. Parla spesso di donne, chissà quante storie ha conosciuto.

«Nel mio team ho una prima linea di sole donne e 3 su 4 vengono dal profit. Sono donne consapevoli, tostissime, ma con modelli di leadership femminili, non scimmiottano i modelli di potere maschili. Ampliando la visuale, nel Sud del mondo le donne sono il motore del cambiamento. Lo sono perché lì le donne spesso sono madri e sentono la necessità quasi fisica di garantire il futuro dei figli, delle nuove generazioni. E le figlie, una volta cresciute, introiettano la determinazione delle madri. Ricordo una ragazzina, Abigail. Ero andata all’inaugurazione di una scuola, con l’intero consiglio d’istituto tirato a lucido, tutti ossequiosi, grati, lei, invece, esigente, si avvicina col suo foglio in mano: “Io e la mia classe stiamo bene in aula, ma i compagni delle altre classi hanno la lamiera, quegli altri hanno l’albero, dovete darla a tutti una bella aula”. Questa ragazzina, con garbo e gentilezza, mi ha messo sotto. Me ne ha proprio cantate quattro, e in mano aveva solo un foglietto di carta».

Per realizzare il cambiamento, le strade sono tante. A volte basta solo un foglietto di carta per diventare grandi.

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Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

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Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

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