Bayer e glifosato: ancora un risarcimento miliardario

Terza sconfitta consecutiva per la Bayer

La multinazionale è stata condannata a pagare ben 2,4 miliardi di dollari a una coppia Usa che avrebbe contratto il cancro per l’esposizione all’erbicida Roundup. Un prodotto che Gaetano Pecoraro vi aveva fatto conoscere con la drammatica storia di Fabian Tomasi

Terza sconfitta consecutiva per la Bayer e il “suo” glifosato. La multinazionale è stata condannata da un tribunale della California a risarcire quasi 2,4 miliardi di dollari a una coppia, che si sarebbe ammalata di cancro dopo l’esposizione all’erbicida Roundup (prodotto dalla Monsanto, azienda acquistata poi dalla Bayer).

Solo poche settimane fa vi avevamo raccontato in un articolo di un altro risarcimento pagato da Bayer, di ben 80 milioni di dollari, sempre a un californiano che diceva di essersi ammalato di cancro per la sua esposizione al Roundup.

I giudici avevano stabilito che l’esposizione al diserbante Roundup era “fattore sostanziale” per il linfoma non-Hodgkin contratto da Edwin Hardeman. La Monsanto, si è sostenuto, non avrebbe testato correttamente il prodotto né avvertito dei rischi i consumatori.

In corso poi c’è ancora una class action da parte di oltre 11mila agricoltori e giardinieri. Sotto accusa è sempre il componente principale di quel diserbante, il famigerato “glifosato”.

Un nome già tristemente noto al pubblico de Le Iene quello dell’erbicida perché vi avevamo raccontato con Gaetano Pecoraro, nell’intervista che vi riproponiamo qui sopra, la drammatica battaglia di Fabian Tomasi, che era stato a contatto con la sostanza durante gli anni di lavoro in una fattoria argentina.

Fabian, che è morto a 53 anni poco tempo fa, ci aveva raccontato: “Tutto è iniziato con questo problema alle dita: le mani sono diventate viola e ho iniziato ad avere deformazioni alla schiena e alle ossa. Adesso ho dolori insopportabili agli organi interni. Quando mangio il cibo mi esce dal naso. Ho dolori ai muscoli, il cuore lo è, e la deduzione è semplice da fare. Mi davano poco tempo di vita: sei o sette mesi, non di più. Invece sono già passati dieci anni”.

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Redazione People For Planet

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