Ricercatori in lockdown riscoprono il lupo della Somalia

C’è chi mette a frutto così il tempo a disposizione

“La conoscenza della letteratura zoologica e della geomorfologia e biogeografia (la distribuzione degli animali sul globo, ndr) rimangono aspetti importanti per comprendere la biodiversità del nostro pianeta”: così i due ricercatori che in questi giorni hanno riscoperto il lupo rossastro della Somalia mettendo a frutto il tempo extra della quarantena. La specie era stata scoperta per la prima volta a fine del 19° secolo nell’allora Somalia britannica, e poi caduta nel dimenticatoio. L’incredibile vicenda vede protagonisti Spartaco Gippoliti, della Società Italiana per la Storia della Fauna, e la guida naturalistica Luca Lupi, uno dei massimi esperti multidisciplinari della regione della Dancalia (Afar). Complice il tempo libero a disposizione a causa della pandemia in corso, i due ricercatori hanno fatto fruttare le poche conoscenze disponibili per arrivare – da casa – a conclusioni di notevole importanza naturalistica. “Mia fedele alleata in questo lavoro da confinati è stata la Biodiversity Heritage Library, una iniziativa che oggi ci consente da casa di avere accesso a gran parte della letteratura classica sulle scienze naturali, e che per me è diventata uno strumento di lavoro essenziale!”

Lo studio che ha “fatto rinascere” il lupo rossastro è stato pubblicato dal Bonn Zoological Bulletin e disponibile online.

Il nostro patrimonio, spesso sepolto

La storia inizia quando Luca Lupi scatta, durante una spedizione, nel gennaio 2018, la foto che vedete sopra.

“La foto di Luca è rimasta in una cartella del mio computer per un anno e mezzo sino a che mi sono deciso ad approfondire degli articoli tedeschi sulla variabilità degli sciacalli dorati africani” ricorda Gippoliti “ed è emersa l’interessante storia del Canis mengesi, lupo dalle dimensioni approssimative di una nostra volpe“.

Benché ci siano ancora moltissimi aspetti da approfondire con ulteriori studi morfologici e genetici, l’interpretazione dei pochi dati disponibili da parte dei due studiosi è stata valutata positivamente da quattro tra i maggiori studiosi di mammiferi a livello mondiale.

“Solo grazie a una accurata revisione della letteratura e a un preliminare confronto dello scarso materiale disponibile nei musei, è stato possibile capire che esiste nel Corno d’Africa questo piccolo sciacallo con una distribuzione geografica limitatissima e probabilmente frammentata, descritto scientificamente per la prima volta dallo zoologo tedesco Theodor Noack nel 1897 con il nome di Canis mengesi, dal nome dell’esploratore che lo aveva catturato, Joseph Menges”.

Il Canis mengesi sembra sicuramente assente dalle aree costiere e meridionali della Dancalia, le più conosciute, e si troverebbe limitato alle aree più interne, dove abbondano territori rocciosi di origine lavica. Questa ipotesi – si augurano i ricercatori – dovrebbe guidare le future ricerche in Somalia, per trovare anche le popolazioni da cui fu originariamente descritta la specie.

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista, responsabile sezione Green per People For Planet. Ambiente, femminismo e mobilità i miei temi culto. I commenti sono solo miei.

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Michela Dell'Amico

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