Bocciature da Nobel: quando l’editoria scientifica è miope

Nel mondo della ricerca scientifica la quasi totalità dei ricercatori può dire di aver avuto esperienza di (almeno) un rifiuto editoriale.

Tra questi ritroviamo anche alcuni premi Nobel e scienziati illustri, oggi divenuti il simbolo leggendario degli effetti collaterali della revisione tra pari. Cosa può dirci l’inventario dei casi di rifiuto più clamorosi sui protagonisti e i processi della ricerca scientifica?

Ci sono libri splendidi che sono stati rifiutati più volte dalle case editrici prima di appassionare i lettori di tutto il mondo[1]. Potrebbe sorprendere scoprire che questo è quanto accaduto a George Orwell con “La fattoria degli animali”, prima di vendere 20 milioni di copie: quest’opera venne rifiutata almeno quattro volte, persino dalla casa editrice Faber & Faber a seguito del volere di Thomas Stearns Eliot (il quale pochi anni dopo vinse il premio Nobel per la letteratura [1]). Anche Primo Levi faticò a trovare una casa editrice disposta a pubblicare “Se questo è un uomo”, e vide il suo libro rifiutato persino da Natalia Ginzburg e Cesare Pavese [2].

Ma quando non si tratta di narrativa, ma di dati e risultati ottenuti tramite metodo scientifico? Non dovrebbe sorprendere sapere che anche nell’editoria scientifica – e soprattutto nei processi di peer review – nulla  è da dare per scontato: la pubblicazione di una ricerca non sempre è garanzia sufficiente del rispetto di tutti i crismi del metodo scientifico (ne è un clamoroso esempio il famoso caso dell’articolo di Andrew Wakefield pubblicato su Lancet nel 1998: il vaccino MMR veniva indicato, ingiustamente, come possibile causa dell’autismo [3]); allo stesso modo non è possibile escludere che una ricerca rifiutata per la pubblicazione non contenga in realtà delle intuizioni e dei dati innovativi.

Verranno di seguito riproposti tre articoli nel campo della ricerca biologica passati alla storia per dei clamorosi casi di rifiuto.

1. Il Ciclo di Krebs, 1937

L’esperimento che permise al biochimico Hans Krebs di dimostrare il meccanismo del famoso Ciclo che prese il suo nome fu inizialmente rifiutato dalla prestigiosa rivista inglese Nature.

A onor del vero, va specificato che quello di Nature non fu un rifiuto categorico: la risposta [4] che Krebs ricevette fu infatti la seguente:

“ll Direttore di NATURE presenta i suoi complimenti al signor H. A. Krebs e si rammarica di avere già sufficienti lettere per riempire la rubrica delle corrispondenze di NATURE per sette o otto settimane, il che rende sgradevole accettare ulteriori lettere al momento a causa del ritardo che dovrebbe presentarsi per la loro pubblicazione.

Se al signor Krebs non importa di questi ritardi, il Direttore è pronto a conservare la lettera finché questo blocco non si mitigherà, nella speranza di poterla usare.

Per ora, in ogni caso, la restituisce nel caso il signor Krebs preferisca sottoporla ad un altro periodico per una pubblicazione più rapida.

Nature, 14 Giugno 1937”

Krebs trovò un’altra rivista pronta a pubblicare le ricerche che gli valsero l’assegnazione di un Nobel nel 1953.

Con un editoriale del 2003 [5], la rivista scientifica Nature rispose all’accusa di aver più volte rifiutato la pubblicazione di articoli pregevoli e visionari per via di un “tradizionalismo scientifico” di fondo, riconoscendo al contempo che la redazione, in alcune occasioni, non si era dimostrata all’altezza di apprezzare l’importanza del lavoro che allora stava analizzando. Nonostante ciò, è importante sottolineare come, talvolta, non sia affatto semplice valutare sin da principio l’importanza di una scoperta: scienziati e ricercatori si misurano costantemente con questa realtà, sia quando inviano un articolo per la pubblicazione, sia quando ricercano i fondi per i propri studi. Alcune idee posso risultare talmente visionarie per il proprio tempo che solo le generazioni future saranno in grado di valutarle ed integrarle nel patrimonio di conoscenze scientifiche condivise. Con questo, Nature da un lato ha riconosciuto le proprie sviste incontestabili, dall’altro ha ricordato quei (rari) casi in cui ha pubblicato paper pionieristici nonostante le resistenze dei revisori. Tutto questo, rileva la rivista, dovrebbe sottolineare la necessità di garantire un ampio spettro di buone piattaforme editoriali in modo tale che gli articoli rifiutati possano essere pubblicati su altre testate di tutto rispetto: le riviste non dovrebbero opporsi alle nuove idee, proprio come i ricercatori non dovrebbero arrendersi di fronte al rifiuto. Chiunque sia convinto della validità delle proprie prove, anche se le conclusioni possono essere controverse, non dovrebbe rinunciare a vederle riconosciute.

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