Brexit, il nuovo accordo (nuovamente rimandato) è uno schiaffo all’ambiente

La linea di Johnson si allontana dall’Unione europea e dal garantismo in fatto di diritti e ambiente, per avvicinarsi al mercato e alla mentalità trumpiana

(AGGIORNAMENTO 20/10/2019) Con un improvviso, inatteso e decisivo colpo di scena, l’emendamento di un parlamentare conservatore ha disintegrato in un attimo l’accordo che sembrava fino a ieri quello ufficiale e decisivo per l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Il parlamento ha così bloccato il premier britannico con il sostegno di un’ala ‘ribelle’ di conservatori moderati, ma soprattutto degli unionisti nordirlandesi, oltre alla maggior parte dei deputati dei partiti di opposizione. Johnson ha dovuto cedere e chiedere l’ennesimo rinvio, al 31 gennaio 2020. Sono così ancora validi, ma rimandati, i timori sulle conseguenze di Brexit per l’ambiente, di cui si parla in questo articolo.

L’intesa raggiunta tra Boris Johnson e l’Ue non è solo un attacco alla stabilità politica ed economica dell’Europa, mentre si inizia a parlare di recessione. Non si tratta solo del rischio di rinfocolare la mai sopita lotta tra inglesi e irlandesi, con piccoli e grandi attentati che si sono susseguiti nel nord del Regno Unito dall’inizio dell’estate. L’accordo sulla Brexit – complesso e articolato come solo un’agonia durata due anni e mezzo poteva essere – è considerata oggi la peggiore minaccia ambientale nel vecchio continente.

Cosa prevede l’accordo

Le principali modifiche del nuovo accordo sulla Brexit derivano dal protocollo sull’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Il nodo della Brexit era legato al fatto che si volesse evitare un confine fisico tra Irlanda (Stato indipendente), l’Irlanda del Nord (parte del Regno Unito) e il Regno Unito stesso. Questo anche per non riaccendere gli animi del conflitto che dagli anni 70 ai ’90 ha fatto 3mila morti nei due Paesi.

Così, l’accordo firmato ieri si sostanzia in quattro parti. La prima prevede che le norme Ue si applicheranno a tutti i beni in Irlanda del nord, il che implica controlli al confine. La seconda stabilisce che l’Irlanda del nord rimarrà all’interno del territorio doganale del Regno Unito, ma resterà in qualche modo anche nel mercato unico attraverso un procedimento molto complicato (in sintesi: le autorità del Regno Unito applicheranno le loro tariffe a beni provenienti da paesi terzi purché i beni in ingresso in Irlanda del nord non siano a rischio di ingresso nel mercato unico. Nel caso contrario, si applicheranno le tariffe Ue). La terza riguarda l’Iva: in Irlanda del Nord si applicherà quella europea, spesso dunque diversa da quella del Regno Unito, ma solo sui beni materiali e non sui servizi. La quarta riguarda il meccanismo del consenso: quattro anni dopo l’entrata in vigore dell’accordo, l’assemblea dell’Irlanda del nord deciderà con maggioranza semplice se confermare l’accordo.

I timori dei ricercatori

Un quinto punto molto importante è stato quello sul “level playing field”, e cioè il Regno Unito si è impegnato ad allineare gli standard su ambiente e diritti dei lavoratori anche a dopo la Brexit, evitando così una concorrenza sleale nei confronti dell’Europa. “Ma la paura per l’ambiente – e dunque l’economia, e la salute – resta la principale paura riguardante Brexit” scrive Brendan Moore del Tyndall Centre for Climate Change Research sul Brexit&Environment Network, sito creato da un gruppo di ricercatori delle più prestigiose università britanniche per tentare di alzare la voce su questo punto: il danno incalcolabile che Brexit causerà all’ambiente. Rispetto all’accordo di Theresa May, che conteneva diversi punti di garanzia rispetto a inquinamento dell’aria e dell’acqua, l’accordo di ieri firmato da Boris Johnson le ha cancellate tutte.

Cancellate le norme di salvaguardia

Nel nuovo accordo, la Gran Bretagna non è inclusa nelle regole dell’unione doganale e quindi le disposizioni intese a garantire l’allineamento della protezione ambientale in quello scenario sono state rimosse. In parallelo con la volontà di trovare nuovi interlocutori economici – gli Usa – il regno di Johnson sarà più probabilmente allineato al modo di vedere la questione ambientale in stile Trump, piuttosto che in stile Parigi.

Il nuovo accordo rimuove addirittura i requisiti relativi all’organismo di controllo del Regno Unito (Office for Environmental Protection), ed elimina la supervisione del comitato misto su questioni politiche quali gli standard di qualità dell’aria.

“Nella dichiarazione politica (leggi formalmente), restano i pur ampi impegni a parità di condizioni nelle norme ambientali. Tuttavia – spiega Moore – qui è importante fare riferimento alla lettera di Johnson al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk del 19 agosto, in cui affermava:

Sebbene continuiamo a impegnarci per standard ambientali, di prodotto e di lavoro di livello mondiale, le leggi e i regolamenti per garantirli divergeranno potenzialmente da quelli dell’UE. Questo è il punto della nostra uscita e la nostra capacità di consentire ciò è fondamentale per la nostra futura democrazia.

Peggio di prima

In base a questo accordo, i rischi per l’ambiente sono ridotti rispetto a una Brexit senza accordo, ma sono maggiori rispetto all’accordo saltato a maggio.

“Questo accordo allenta i vincoli del diritto ambientale dell’UE che il Regno Unito era tenuto a rispettare. Inoltre, la creazione di un confine di fatto regolamentato tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna ha importanti implicazioni per la governance ambientale”, che sarà di fatto più ardua da far rispettare. Ad oggi, resta a consolazione di un accordo suicida solo la resistenza britannica, pur molto diffusa, e condita dal celebre senso per l’ironia.

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente